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Human Rights

28 giugno 1969: la rabbia e l’orgoglio. I MOTI DI STONEWALL

Era il 28 giugno 1969 quando i Moti di Stonewall sconvolsero l’America e il mondo intero.


Le retate della polizia nei locali gay di New York erano all’ordine del giorno, le forze dell’ordine facevano irruzione, registravano alcune violazioni della legge per oltraggio alla decenza, al buon costume.

Allo Stonewall Inn, in Cristopher Street, quella notte, i presenti si ribellarono.

Il malcontento, i tafferugli, degenerarono nella notte in risse e vere e proprie rivendicazioni della propria natura.

Stanca di sentirsi giornalmente fuorilegge, di essere considerata diversa, la folla dello Stonewall caricò contro la polizia, e neanche i rinforzi richiesti dalle forze dell’ordine riuscirono a contenere il moto di orgoglio degli avventori del locale. La polizia fu così costretta a rintanarsi nel locale, in forte minoranza numerica, mentre fuori la folla urlava la propria libertà.

Le cronache giunte finora sono contraddittorie e confuse, ma pare proprio che fu una donna transgender, Sylvia Rivera, a guidare la rivolta contro gli agenti lanciando contro una bottiglia, dopo essere stata aggredita con un manganello.

Sylvia Rivera (1951 – 2002)

Il bilancio fu di 13 arresti e 4 feriti, a fronte, si racconta, di uno scontro fra oltre duemila attivisti omosessuali e poche centinaia di poliziotti armati.

I moti di Stonewall rappresentarono l’inizio di una forte presa di coscienza da parte del movimento omosessuale, che un mese dopo, a fine luglio, culminarono nell’organizzazione di un Gay Liberation Front, fondato da Craig Rodwell e Brenda Howardnell, iniziativa che fu di ispirazione in tutto il mondo occidentale: comitati spontanei di liberazione nacquero in Gran Bretagna, in Canada, in Belgio, in Francia e perfino in Australia.

L’anno successivo, in memoria dei Moti di Stonewall, il Movimento di Liberazione Omosessuale di New York organizzò il primo Gay Pride della storia, una marcia alla quale parteciparono circa diecimila persone che attraverso la Grande Mela dal Greenwich Village a Central Park.

Oggi, a distanza di quasi cinquant’anni, si celebra giugno come il mese dell’orgoglio e buona parte degli appuntamenti dell‘Onda Pride si concentra in questo periodo per poi proseguire lungo tutta l’estate.

Un’immagine dei Moti di Stonewall

Alla luce di quanto è accaduto a Stonewall, ha senso partecipare ai Gay Pride?

Sì, assolutamente.

Tanto è cambiato da allora, abbiamo acquisito uno status sociale, siamo diventati soggetto di diritti e finalmente la politica ha elaborato la nostra libertà di autodeterminazione consentendoci, in buona parte dell’occidente, di adottare, essere considerati una famiglia (con buona pace del ministro Fontana), e di difenderci grazie a leggi contro l’omofobia.

In Italia, tuttavia, c’è ancora tanto da fare.

Nel periodo dei Pride si assiste su più fronti ad una guerra intestina nella comunità LGBT, in cui più frange contrapposte si impegnano a fomentare un’inutile guerra di bottoni contro le parate organizzate in Italia.


Il Gay Pride è una carnevalata, è inutile, non possiamo pretendere di acquisire i nostri diritti conciati in quel modo.

Forse i nostri predecessori a Stonewall hanno caricato i poliziotti in giacca e cravatta? No, proprio no.

I Gay Pride mai come adesso sono necessari.

In un clima politico e sociale in cui la ricchezza antropologica, la comunione d’intenti, la coscienza civile vengono bollati come archetipi di un progressismo da fermare, è quanto mai necessario sentirci parte di una comunità coesa, viva, irrefrenabile.

Partecipare a un Gay Pride vuol dire rendere omaggio a chi ha pagato con una notte in prigione, una carica della polizia, e persino con la vita il libero arbitrio sulle proprie scelte sessuali. I Moti di Stonewall guidati da Sylvie Rivera, una transessuale, hanno indirizzato la nostra comunità verso un percorso che ci ha condotti qui, oggi, a venir fuori alla luce del sole e godere dei diritti sociali e civili che finalmente non ci sono più preclusi con la Legge Cirinnà.

Marciare senza paura, a testa alta, salutando chi, dall’alto dei balconi, ci sorride e danza con noi. Sentirci famiglia, e perché no, provocare quella morale comune che ci vuole liberi di esprimere la nostra personalità solo a casa nostra, schermati da quattro mura, invisibili al mondo.

Ma come dicevo prima, c’è tanto altro da fare.

Occorrono una legge contro l’omofobia, la stepchild adoption, l’adozione, il matrimonio egualitario. Noi aspettiamo, con la pazienza e il sorriso che ci hanno sempre contraddistinti, e la pace interiore di chi ha raggiunto la consapevolezza di mostrarsi per quello che si è.

Felici.

Nicola Napoletano
Scritto da

Sono nato a Monopoli (BA) 34 anni fa. Cresciuto a pane e prosciutto e una passione smodata per la scrittura, oggi mi divido tra la Puglia e la Città Eterna. Adoro il mare azzurro, i film di François Truffaut, il vino rosé e le poesie di Saffo. Su BL Magazine mi occupo soprattutto di raccontare come vengono trattati i diritti umani e diritti lgbt+ nel mondo... e qualche volta mi distraggo scrivendo di tv e spettacolo!

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