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Human Rights

28 giugno 1969: la rabbia e l’orgoglio. I MOTI DI STONEWALL

Era il 28 giugno 1969 quando i Moti di Stonewall sconvolsero l’America e il mondo intero.


Le retate della polizia nei locali gay di New York erano all’ordine del giorno, le forze dell’ordine facevano irruzione, registravano alcune violazioni della legge per oltraggio alla decenza, al buon costume.

Allo Stonewall Inn, in Cristopher Street, quella notte, i presenti si ribellarono.

Il malcontento, i tafferugli, degenerarono nella notte in risse e vere e proprie rivendicazioni della propria natura.

Stanca di sentirsi giornalmente fuorilegge, di essere considerata diversa, la folla dello Stonewall caricò contro la polizia, e neanche i rinforzi richiesti dalle forze dell’ordine riuscirono a contenere il moto di orgoglio degli avventori del locale. La polizia fu così costretta a rintanarsi nel locale, in forte minoranza numerica, mentre fuori la folla urlava la propria libertà.

Le cronache di quella notte giunte fino a oggi sono contraddittorie e confuse, ed è impossibile trovare un’interpretazione univoca di ciò che accadde il 28 giugno, su chi fu la prima persona a lanciare una bottiglia, un mattone o un tacco a spillo contro la polizia. Tuttavia, uno dei nomi più significativi della notte dello Stonewall per la comunità lgbt+ è ancora oggi quello di una donna transgender, Sylvia Rivera.

 

28 giugno 1969, la testimonianza di Sylvia Rivera

 

La notte di Stonewall la polizia non era pronta a confrontarsi con le azioni che noi, come individui, intraprendemmo. Fino a quel momento loro pensavano di fare un controllo di routine ad un cosiddetto “bar deviato”, controlli a cui la comunità gay era abituata, visto che i locali erano gestiti dalla mafia, e la polizia riceveva 1000 dollari a settimana […] ciò che accadde è che semplicemente eravamo stanche e stufe ed io, e altre compagne, pensammo che era il momento di fare qualcosa per liberarvi. Come al solito, quando la polizia entrava nei gay bar, le luci cominciavano a lampeggiare, così sapevamo che la polizia stava per arrivare. […] Entrarono e ci dissero di separarci in tre diversi gruppi: gay da una parte, le lesbiche da un’altra, le trans da un’altra ancora. Dovevamo mostrargli la carta di identità per dimostrare che eravamo maggiorenni e potevamo frequentare il bar. Le donne lesbiche mascoline, che a quei tempi venivano chiamate “drag-kings” furono informate che dovevano indossare almeno tre indumenti femminili, quella era la legge (almeno fino al 1974). Anche le trans subivano la stessa legge ma erano trattate dalla polizia come la spazzatura della comunità omosessuale […] se li contrastavi, ti picchiavano o arrestavano.

Ma quella notte dimostra che ne avevamo avuto abbastanza. La normale routine era che chiudevano il bar, scomparivano per 20 minuti e riaprivano i lucchetti quando la mafia portava i soldi ed i superalcolici. Ma quella notte, invece di scomparire, ci siamo spostati di fronte allo Stonewall, dove c’era un piccolo parco, ed abbiamo iniziato a tirare monetine alla polizia che stava davanti al bar, continuavamo a chiamarli maiali e ad insultarli. Non erano abituati alla nostra reazione, normalmente sapevamo che 4 o 5 poliziotti non avrebbero avuto alcun problema perché la comunità gay aveva paura di essere esclusa. In un attimo la voce è circolata tra gli altri gay bar che si trovavano nel quartiere. Molte persone, anche “ordinarie”, uscirono dai bar come “scarafaggi” per aiutarci.

Fu un momento di liberazione e quando la folla passò da 200 a più di 1000 persone, cominciammo a lanciare bottiglie, a rovesciare le macchine; qualche drag-queen è riuscita a sradicare i parcometri, sono volate anche delle molotov. La rivolta si è così ingrossata che la polizia è dovuta ritornare verso il bar e barricarsi dentro con un giornalista del “Village Voice” il quale ha poi riferito che l’ispettore capo ha ordinato di tirare fuori la pistola e di uscire fuori sparando.


La cosa più bella di quella sera fu vedere la rabbia sulle facce delle persone picchiate, avevano il sangue in faccia e sul corpo e non scappavano, tornavano indietro, continuavano a tornare indietro perché NON CI FREGAVA NIENTE DI MORIRE, volevamo lottare per quello in cui credevamo, era la nostra serata.

Vedere, il giorno dopo, la bellezza della mia gente libera, ha significato tantissimo per me

 

Video qui

Sylvia Rivera (1951 – 2002)

 

Il bilancio fu di 13 arresti e 4 feriti, a fronte, si racconta, di uno scontro fra oltre duemila attivisti omosessuali e poche centinaia di poliziotti armati.


I moti di Stonewall rappresentarono l’inizio di una forte presa di coscienza da parte del movimento omosessuale, che un mese dopo, a fine luglio, culminarono nell’organizzazione di un Gay Liberation Front, fondato da Craig Rodwell e Brenda Howardnell, iniziativa che fu di ispirazione in tutto il mondo occidentale: comitati spontanei di liberazione nacquero in Gran Bretagna, in Canada, in Belgio, in Francia e perfino in Australia.

L’anno successivo, in memoria dei Moti di Stonewall, il Movimento di Liberazione Omosessuale di New York organizzò il primo Gay Pride della storia, una marcia alla quale parteciparono circa diecimila persone che attraverso la Grande Mela dal Greenwich Village a Central Park.

Oggi, a distanza di quasi cinquant’anni, si celebra giugno come il mese dell’orgoglio e buona parte degli appuntamenti dell‘Onda Pride si concentra in questo periodo per poi proseguire lungo tutta l’estate.

Un’immagine dei Moti di Stonewall

 

I Pride mai come adesso sono necessari.

In un clima politico e sociale in cui la ricchezza identitaria, la comunione d’intenti, la coscienza civile vengono bollati come archetipi di un progressismo da fermare, è quanto mai necessario sentirci parte di una comunità coesa, viva, irrefrenabile.

Partecipare a un Pride vuol dire rendere omaggio a chi ha pagato con una notte in prigione, una carica della polizia, e persino con la vita il libero arbitrio sulle proprie scelte sessuali. I Moti di Stonewall, guidati da transgender, senzatetto, reietti della società ma comunque persone libere da convenzioni e catene, hanno indirizzato la nostra comunità verso un percorso che ci ha condotti qui, oggi, a venir fuori alla luce del sole e godere dei diritti sociali e civili che finalmente non ci sono più preclusi.

Marciare senza paura, a testa alta, salutando chi, dall’alto dei balconi, ci sorride e danza con noi. Sentirci famiglia, e perché no, provocare quella morale comune che ci vuole liberi di esprimere la nostra personalità solo a casa nostra, schermati da quattro mura, invisibili al mondo.

Ma come dicevo prima, c’è tanto altro da fare.

Occorrono una legge contro l’omotransfobia, per la stepchild adoption, per il matrimonio egualitario. Noi aspettiamo, con la pazienza e il sorriso che ci hanno sempre contraddistinti, e la pace interiore di chi ha raggiunto la consapevolezza di mostrarsi per quello che si è.

Felici.

 

Leggi anche: 28 giugno 1969: quando Sylvia Rivera cambiò la storia del movimento LGBT+

Scritto da

Sono nato in Puglia, terra di ulivi e mare, e oggi mi divido tra la città Eterna e la città Unica che mi ha visto nascere. La scrittura per me è disciplina, bellezza e cultura, per questo nella vita revisiono testi e mi occupo di editing. Su BL Magazine coordino la linea editoriale e mi occupo di raccontare i diritti umani e i diritti lgbt+ nel mondo... e mi distraggo scrivendo di cultura e spettacolo!

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