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Storie e Culture

28 giugno 1969 – Marsha P Johnson, l’attivista che ispirò Andy Warhol

Un monumento dedicato a Marsha P Johnson, l’attivista e pioniera transgender afroamericana, sarà inaugurato a New York nel 2021. Ma la Johnson ha trascorso gran parte della sua vita a essere ostracizzata dalla società. A quasi 30 anni dalla sua morte, Marsha sta riscuotendo il tributo che le è stato negato quando era viva, le storie sul suo attivismo circolano su Instagram e Facebook come mai prima, riconsegnando la sua eredità all’attenzione di una nuova generazione di attivisti.


La sua morte improvvisa nel 1992 (a 46 anni) non ha trovato posto sui giornali. Il corpo di Marsha fu rinvenuto nel fiume Hudson da alcuni ragazzi, e archiviato in tutta fretta dalla polizia di New York come un suicidio. Una versione, questa, che non ha mai convinto gli amici di Marsha.

marsha johnson attivista
Marsha P Johnson

Chi era Marsha P Johnson?

Dall’apparente suicidio è maturato un crescente riconoscimento per il prezioso contributo di Marsha alle cause della giustizia sociale ed economica del movimento LGBT+. Oltre a lavorare per aiutare i giovani senzatetto abbandonati dalle famiglie a causa della loro sessualità, la Johnson, alla quale era stata diagnosticato l’HIV nel 1990, praticava assistenza anche per i malati di AIDS.

Parallelamente all’attivismo, Marsha è stata un’artista della resistenza, sex worker e un’icona indelebile della vita di strada nel Greenwich Village di New York per tre decenni. Dopo essersi diplomata al liceo nel New Jersey, Marsha Johnson, nata Malcolm Michaels Jr, arrivò a New York nel 1963 con una borsa pieni di abiti vistosi e quindici dollari in tasca.


A 23 anni, Marsha divene una figura chiave negli eventi che seguirono il raid della polizia nel bar del Gay Village Stonewall Inn, il 28 giugno 1969. Dopo aver resistito all’arresto Marsha, insieme ad altri – tra cui la sua cara amica Sylvia Rivera – guidò una serie di rivolte per protestare contro i raid frequenti della polizia. A queste seguirono la costituzione del Gay Liberation Front, le prime parate del Gay Pride nel 1970, e la fondazione – insieme alla Rivera – del collettivo STAR HOUSE (Street Transvestite Action Revolutionaries), un’organizzazione per sostenere giovani transgender e genderqueer senzatetto, fornendo loro una casa, cibo, vestiti e supporto emotivo, con sede in Christopher Street.

moti di stonewall
Marsha P Johnson e Sylvia Rivera

In un’intervista del 1972, Johnson affermò che che la sua ambizione era “vedere i gay liberati e liberi e avere gli stessi diritti di altre persone in America“, con i suoi “fratelli e sorelle gay fuori di prigione e di nuovo in strada”. È questo tipo di sentimento che ha ispirato numerosi documentari sulla sua vita, incluso il film di David France del 2017 The Death And Life Of Marsha P. Johnson.

Il vistoso senso dello stile di Johnson, e una personalità dal carisma queer decisamente iconica, attirarono anche l’attenzione di Andy Warhol. La Johnson, che per lo più acquistava i suoi abiti rovistando nella spazzatura, indossava spesso tacchi rosso vivo, pezzi di bigiotteria accatastati, parrucche colorate (complete di frutta artificiale) e abiti decorati con paillettes scintillanti. Celebrava il suo Gay Pride ogni giorno, sulle strade del Greenwich Village dove conosceva tutti, e dove tutti rendevano omaggio alla sua solarità effervescente e libera.

La sua immagine così gioiosa ed elaborata, e quanto mai autentica, fu da ispirazione per il suo personaggio da drag (faceva parte del gruppo di drag Hot Peaches), e si guadagnò un posto d’onore nel portfolio di polaroid di Andy Warhol del 1975, Ladies and Gentlemen. Warhol realizzò serigrafie di drag queen e della comunità transgender nel nightclub Gilded Grape. “Non ero nessuno, nessuno, da Nowheresville, fino a quando non sono diventato una drag queen“, disse Marsha in una delle sue ultime interviste.

marsha johnson warhol polaroid
Marsha P Johnson nelle polaroid scattate da Andy Warhol.

Essendo nata nera, povera e stigmatizzata per la sua identità di genere, Marsha sapeva bene cosa volesse dire essere emarginati. La sua passione, speranza e perseveranza di fronte a tale oppressione è il motivo per cui la sua storia risuona fino ai giorni nostri, quando molte delle battaglie che ha combattuto non sono ancora state vinte. Secondo un rapporto del 2019, 331 persone trans e di genere diverse sono state uccise in tutto il mondo fino a settembre, di cui nove in Europa. Imparando dall’esempio di Johnson, la lotta per l’uguaglianza e l’accettazione continua.

“The death and life of Marsha P. Johnson”, il film Netflix

Quando si raccontano i Moti di Stonewall al cinema e in tv, uno dei tanti errori che si commettono per rendere la narrazione di quei fatti gloriosi e rivoluzionari più accessibile ad un pubblico mainstream, è di dare alle proteste il volto simbolo di un ragazzo bianco e borghese.

Ne è un esempio il film “Stonewall” (2015) di Roland Emmerich che, guardando al passato da una prospettiva antistorica, narra le vicende dello storico bar di New York dagli occhi di Danny, uno studente del college che diventa simbolo della protesta che porterà al Fronte di Liberazione Omosessuale. Niente di più sbagliato.

Lo Stonewall del film è decisamente diverso da ciò che questo è stato nella realtà, ossia un locale di copertura della mafia frequentato dagli ultimi, dagli emarginati, dagli invisibili e dai reietti: prostitute, travestiti, transgender, ragazzi gay senzatetto, che per poche ore si riscattavano dalla clandestinità.


Non è un caso, quindi, che nel film “Stonewall” un personaggio come Marsha P. Johnson duri quanto un battito di ciglia.

A renderle giustizia ci ha pensato nel 2017 il regista David France, in un documentario (disponibile su Netflix) intitolato “The Death and Life of Marsha P Johnson“.

the death and life of marsha p johnson film
Locandina del film “The death and life of Marsha Johnson”

Qui il lavoro di Marsha e la sua eredità appaiono finalmente prioritari, lasciando una testimonianza alle generazioni future che altrimenti non avrebbero mai riconosciuto il suo nome.

Come da titolo, la vicenda di Marsha comincia con la sua morte. A raccontarla è Victoria Cruz, un’attivista transgender, che si è trasferita negli stessi ambienti della Johnson e ha dedicato gran parte della sua vita al progetto anti-violenza, un’organizzazione che mira a indagare e prevenire la violenza contro le persone nella comunità LGBTQ. Nel 1992 il corpo di Johnson fu trovato nel fiume Hudson, un sospetto suicidio, ma ricostruito da versioni con dettagli incongrui e un’indagine insufficiente. Anni dopo, mentre gli omicidi irrisolti o ingiustamente ignorati di donne transgender continuano, la Cruz decide di tornare ad indagare su ciò che ha portato alla morte di una delle figure più influenti dell’attivismo lgbt+.

Un’indagine che incontra diversi ostacoli, e che finirà inevitabilmente per coinvolgere nuovi giovani attivisti decisi a fare luce su una vicenda misteriosa e mettere in discussione un sistema giudiziario fondamentalmente transfobico, omertoso e indifferente nei confronti della vita di una persona transgender.

Nei 105 minuti del film, dato il ricco set di personaggi che France ci racconta, c’è quasi troppo materiale per un film indipendente. Il risultato è una narrazione un po’ frammentaria che si articola tra l’importanza dell’attivismo di Johnson, le indagini di Cruz sulla sua morte e la storia della collega leader del movimento Sylvia Rivera. Stranamente, la linea narrativa più insoddisfacente è la vita della stessa Johnson, e nonostante un titolo che promette il contrario, non vengono messi a fuoco i dettagli del passato di Marsha ai tempi del suo arrivo a New York, né il suo rapporto con la famiglia. Ma ciò che David France interpreta con successo è l’effetto che la Johnson, con la sua esuberanza, ha avuto sulla comunità, del Greenwich Village prima e dell’intero movimento rainbow dopo.

Ciò che il film mette in primo piano è il notevole coraggio dei primi pionieri transgender per la lotta LGBT+, vittime ricorrenti della brutalità della polizia, dei quali erano i bersagli più facili, e presto “scaricati” anche dalla maggioranza omosessuale nei primi anni ’70, che impediva loro di intervenire sul palco delle manifestazioni perché scomode e, secondo alcuni, difficili da prendere sul serio.

Su tutti è l’esperienza di Sylvia Rivera a colpire nel segno, narrata parallelamente all’indagine della morte di Marsha: sempre in prima linea nella battaglia per l’uguaglianza sin da Stonewall, lascia l’attivismo di New York per vent’anni, delusa da un movimento che non riconosce più e che la rifiuta, per poi tornare a combattere quando le porteranno via anche la sua baracca al molo, e diventare un simbolo della lotta ai diritti civili celebrato al World Pride di Roma nel 2000, dove sarà finalmente tributata di onori e riconoscenza da parte delle nuove generazioni lgbt+.

Un film perfetto da recuperare in questa data speciale, o da rivedere, per ricordare il senso di appartenenza ad una comunità che mai come oggi ha bisogno di unità perché non si retroceda di un millimetro di fronte ad una nuova ondata di eteronormalismo che ci vuole muti, imborghesiti e censurati.

Nicola Napoletano
Scritto da

Sono nato a Monopoli (BA) 34 anni fa. Cresciuto a pane e prosciutto e una passione smodata per la scrittura, oggi mi divido tra la Puglia e la Città Eterna. Adoro il mare azzurro, i film di François Truffaut, il vino rosé e le poesie di Saffo. Su BL Magazine mi occupo soprattutto di raccontare come vengono trattati i diritti umani e diritti lgbt+ nel mondo... e qualche volta mi distraggo scrivendo di tv e spettacolo!

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