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CHARLIE SAYS di Marie Harron

Spettacolo

CHARLIE SAYS – Un Ritratto Femminista della Manson Family

CHARLIE SAYS venne presentato l’anno scorso nella sezione “Orizzonti” alla 75esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, ma solo a fine Agosto di quest’anno è stato distribuito nelle sale italiane. Un’accurata ricostruzione che vuole guardare alle donne di Charles Manson.


La ricercatrice Karlene Faith avvicina e conosce tre giovani ragazze che sono state condannate all’ergastolo perché hanno preso parte ai terribili crimini dettati da Charles Manson.
Durante le sedute ella cercherà di rieducare le menti delle tre detenute che pare siano viziate e offuscate dalle parole del loro santone perché comprendano la gravità dei loro crimini.

CHARLIE SAYS” (letteralmente “Charlie dice”) è il titolo del nuovo lavoro di una delle registi più audaci del nostro millennio.
Marie Harron esordì nel 1996 con il titolo “HO SPARATO A ANDY WARHOL” ispirato a un fatto di cronaca.
Ma è nel 2000 che si fece notare da critica e pubblico nella sua trasposizione di un romanzo per molti infilmabile: il tomo di Bret Easton Ellis “AMERICAN PSYCHO“.

CHARLIE SAYS di Marie Harron
Matt Smith è Charles Manson nel film “CHARLIE SAYS”

La regista canadese si avvicina quindi a questo nuovo progetto con la giusta esperienza nel trattare tematiche forti. Ella sa che i fatti narrati necessitano di oculatezza e un certo distacco emotivo affinché emerga un ritratto il più possibile oggettivo e perché sia il pubblico in sala a farsi un giudizio di quanto raccontato.

La Harron decide di guardare in maniera trasversale la figura di Charles Manson, ne traccia i contorni e spesso la telecamera indugia sul suo profilo e sul suo sguardo ipnotico e affascinante che però cela qualcosa di inconoscibile, di misterioso e di sbagliato. La malvagità, la follia, la crudeltà dell’uomo emergono di rado (come quando distrugge una chitarra o colpisce una delle sue ragazze) o vibrano sotto pelle. Ma quel senso di disagio e di “sbagliato” è sempre presente, lo avvertiamo in tante scene, quasi fosse fumo che riempie una stanza fino a soffocarci.

Manson viene interpretato dalla nota star del serial “Doctor Who” (visto di recente anche nella serie “The Crown”), Matt Smith che – non a caso – prese parte a un musical di “American Psycho” nel 2012. La sua interpretazione non è mai disarmante e non prevarica mai – anche quando dovrebbe – la scena.

Ma come abbiamo detto la Harron non ha interesse a guardare all’uomo, bensì cerca di svelare l’umanità (smarrita) di tre giovani donne che di fatto si sono macchiate di efferati omicidi perché “Charlie dice”.

Quel “Charlie dice” del titolo diventa un mantra, una premessa necessaria, che ascolteremo più e più volte lungo il film e che evidenzia come le donne fossero totalmente asservite al loro uomo/padrone.
Ma la regista e sceneggiatrice, supportata anche qui dalla sua fedele collaboratrice Guinevere Jane Turner, osserva con curiosità e totale onestà la psicologia delle tre ragazze, rispettandole, senza dimenticare mai cosa hanno fatto e anzi ricostruendo con altrettanta drammaticità e lucidità due brutali esecuzioni.

Nei flashback di Lulu (una bravissima Hannah Murray) ripercorriamo la sua vicinanza e poi la sua quotidianità all’interno della family. Tramite poche scene essenziali ma significative ci viene mostrato come Manson sia stato capace di far leva sulle fragilità dei singoli componenti (figli indesiderati e persone disilluse che avevano visto sgretolarsi quel sogno americano sotto l’orrore della guerra in Vietnam) illudendoli di una libertà di azione (ma non di pensiero) e di uno scopo alto che li salvasse dall’imminente fine del mondo. Per quanto assurdo possa sembrare oggi, il lavaggio del cervello, l’abuso di sostanze allucinogene e il senso di appartenenza a una comunità, sono tutti fattori che hanno reso possibile quello che di lì a poco sarebbe esploso in atti di violenza.

CHARLIE SAYS di Marie Harron
Le tre ragazza di Manson interpretate da Marianne Rendon, Sosie Bacon e Hannah Murray.

È interessante scoprire che Lulu in realtà fosse una delle poche ad andare contro al suo santone, azzardando domande, facendo sentire la sua voce, e che rimase nella fattoria più per un legame di sorellanza che si era venuto a creare con le altre donne.

Ed è questo legame di sorellanza che CHARLIE SAYS indaga, scava, racconta, disegnando tre ragazze la cui complessità (o semplicità) ancora ci sfugge. Ci restano solo i loro sguardi ora caldi e ora distaccati; ci restano le loro anime derubate che nel corso degli incontri con la Faith vengono a ritrovare una dolorosa connessione con la realtà, mettendole di fatto davanti alla responsabilità delle loro azioni.

“Dovevo assumermi la responsabilità di tutti i danni, la distruzione e l’orrore che avevamo causato. Tutto perché volevo semplicemente essere amata.”
(Patricia Krenwinkel)

CHARLIE SAYS – Un Ritratto Femminista della Manson Family
6.8 Recensione
Regia
Sceneggiatura
Cast e Recitazione
Fotografia
Montaggio

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Ossessionato dal trovare delle costanti nelle incostanze degli intenti di noi esseri umani, quando non mi trovo a contemplare le stelle, mi piace perdermi dentro a un film o a una canzone.

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