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CINEMA TRANSGENDER #3Film Che Non Sapevi Di Voler Vedere

In occasione del Transgender Day of Remembrance, che si è celebrato il 20 Novembre scorso, oggi per lo spazio dedicato a #BLcinema vi portiamo a riscoprire alcuni titoli che guardano all’identità delle persone transgender.

Spesso la presa di coscienza che il proprio corpo non corrisponda a un Io interiore che scalpita per affermarsi davanti allo specchio e agli occhi della società è un percorso tortuoso e molto lungo.

Alcuni cineasti si sono impegnati perché anche questa realtà venisse conosciuta; perché queste voci e questi corpi ritrovassero una propria dignità da sempre calpestata o derisa, anche all’interno della stessa comunità LGBTQ.

Solo lo scorso anno siamo rimasti ammaliati dalla splendida prova attoriale di un bravissimo Victor Polster nel film “GIRL“, dove ha saputo indossare tutte le incertezze e le fragilità di una giovane ragazza nata nel corpo di un ragazzo che desidera essere una stella della danza classica. La dedizione e le estenuanti prove davanti allo specchio per raggiungere una perfezione nella danza ben evidenziavano il lavoro quotidiano che una persona transgender fa su di sé.

CINEMA TRANSGENDER
TOMBOY di Célinne Sciamma

Questa e tante altre pellicole ci mostrano come questo divario tra essere e forma sia un problema/desiderio che può presentarsi in tenera età.
Ne è certamente un esempio il meraviglioso film “TOMBOY“.
Questo titolo del 2011 è diretto da Céline Sciamma.
La regista francese trova la sua interprete perfetta nella piccola Zoé Héran per delineare con sensibilità e delicatezza i tratti di Laure, una ragazzina di 10 anni che durante un’estate, di nascosto dai suoi genitori, trasferitasi in un nuovo quartiere con la famiglia, decide di presentarsi ai suoi coetanei come un ragazzo, Michael.
Tra gli amici di gioco Michael si avvicinerà alla bella Lisa con cui instaurerà un rapporto via via più intimo che porterà alla luce la verità.
TOMBOY è un film che appassiona fin dalle prime immagini e che riesce a guardare con assoluta “normalità” a qualcosa che matura con semplicità nella mente della piccola Laure. Le complicazioni e gli affanni – se verranno – saranno relegati a una famiglia e ad una società che non è pronta ad accettare questo atto di affermazione.
Lo spettatore è portato a interrogarsi sul profondo significato di parole come identità e sessualità e come queste spesso abbiano contorni molto labili.
Non sappiamo se la piccola Laure in età matura deciderà di essere una donna o di vestire gli abiti di un uomo, ma quello che conta è che ella/lui abbia la possibilità di scegliere e di essere chi vuole essere.

Una scena tratta dal film “TRANSAMERICA

Nel 2005 una strepitosa e immensa Felicity Hoffman, diretta da un esordiente ma altrettanto grandioso Duncan Tucker, commuove mezzo mondo interpretando la transgender Bree nel bellissimo “TRANSAMERICA“.
Bree è a un passo dal coronare il proprio sogno, manca solo quell’ultima operazione che le permetterà di sentirsi donna al 100%. Ma a pochi giorni dalla data dell’intervento riceve una telefonata e scopre di avere un figlio nato vent’anni prima. Sotto consiglio della psicoterapeuta ella dovrà prima confrontarsi con questo figlio perché sia realmente pronta ad affrontare una nuova vita.
Un viaggio attraverso gli Stati Uniti permettono alla protagonista di trovare il coraggio di venire a patti col proprio passato di uomo e di padre e di figlio e quindi di donna e, forse, di futura madre.
Un raro esempio di commedia agrodolce che guarda con tenerezza a un percorso di accettazione e di accoglienza del prossimo. Il viaggio di Bree, disseminato di imprevisti e confronti e scontri, diventa un’odissea interiore che evidenzia come la conversione sessuale degli individui transgender, per quanto agognata, sia solo l’ultimo step di un lungo processo di accettazione. Vestire gli abiti di una donna è cosa semplice, possono farlo tutti, ma il sentirsi e il guardarsi come tale, affrancarsi e “perdonarsi” e amare anche quello che di noi abbiamo sempre detestato è certamente una vittoria che solo noi stessi possiamo regalarci.

Daniela Vega, grazie al ruolo di Marina in “UNA DONNA FANTASTICA”, è stata la prima persona transgender a essere presentatrice agli Academy Awards del 2018

E chiudiamo questa breve rassegna di titoli che guardano alla realtà dei transgender con un film che consiglio vivamente di recuperare.
UNA DONNA FANTASTICA” di Sebastián Lelio, vincitore del Premio Oscar come Miglior Film Straniero 2018, è un’opera importante perché ci ricorda come spesso i diritti non appartengano a tutti e come spesso questi siano calpestati o negati a chi è ritenuto diverso.
Marina vive una meravigliosa relazione con un’ultracinquantenne, Orlando. Un giorno l’uomo, in seguito a un malore, cade delle scale e finisce all’ospedale.
La donna avvisa subito la famiglia del suo uomo.
Ma una volta che Orlando è deceduto Marina viene invitata dall’ex moglie di lui a tenersi lontana dalle esequie e dalla sua famiglia.
Marina (interpretata da una bravissima Daniela Vega) è di fatto una presenza che non riesce a essere incasellata da una società benpensante. Ella si muove nelle stanze, tra i palazzi, tra il grigiore di personalità bidimensionali, come fosse vento ed elemento naturale che scardina luoghi comuni e bigottismi, mette a soqquadro le esistenze di chi non sa guardare oltre o che deve necessariamente guardare al torbido o all’ambiguità di una donna che tale è seppur nata nel corpo di un uomo.
Marina dovrà lottare contro i pregiudizi e le ingiurie delle persone che dovrebbero invece accoglierla. Meravigliosa creatura silente e resiliente, non abbasserà mai il capo ma guarderà al futuro con tutta la dignità e l’onestà di chi conosce il proprio valore di essere umano.

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Ossessionato dal trovare delle costanti nelle incostanze degli intenti di noi esseri umani, quando non mi trovo a contemplare le stelle, mi piace perdermi dentro a un film o a una canzone.

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