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Editoriale

CORONAVIRUS. Diario di un redattore in FASE 2 (Giorno 18)

Oggi, dopo circa tre mesi, è stato riattivato il mercato in strada nel mio quartiere. Ovviamente in salsa Fase 2. Transenne limitavano l’accesso nella strada e venivano calmierati gli ingressi. Le persone, diligentemente, hanno rispettato le distanze di sicurezza.


L’unica a dare segni di insurrezione anarchica, l’ottuagenaria signora Matilde che, sprovvista di badante, trascinava il carrellino della spesa ed era in preda ad una molesta urgenza di dover palpare qualunque cosa. Solo l’intervento di una radiosa vigilessa ha convinto la palpatrice seriale Matilde a rispettare le regole. Nessuno ha ritenuto opportuno multare la sciura: menomale!

La gioia dei venditori si percepiva nell’aria.

Faccio il mio solito giro nei banchi ortofrutta e me ne torno a casa con mazzi di asparagi e carciofi.

Un briciolo di normalità del giovedì è tornato.

Nel primissimo pomeriggio, inoltre, ho avuto modo di sentire telefonicamente una mia amica emiliana. A dire il vero era da un po’ che non ci sentivamo.

Da circa tre anni lei è affetta da una malattia autoimmune con il quale ha dovuto imparare a convivere giorno dopo giorno.

Con somma ingenuità le ho chiesto come stesse procedendo la fase due ed è stato in quel momento che mi ha fatto prendere coscienza sulla sua realtà e di migliaia di altre persone.


La fase 1 con lockdown serrato per loro non è mai finita.

Le persone immunodepresse in questo momento non possono concedersi il lusso di una passeggiata in mascherina. L’incubo di essere contagiati da una nuova patologia ha sconvolto le loro già fragili consapevolezze di malati cronici.

Il numero di immunodepressi in Italia è elevato e conta lo stesso numero degli abitanti di una città grande quanto Monza.

Nel nuovo decreto, ma anche in quelli precedenti, sono pochissimi i riferimenti a chi vive suo malgrado, questa condizione di vita precaria.


La riapertura dei posti di lavoro con la Fase 2 non garantisce la mobilità di queste persone.

La mia amica, fortunatamente è docente. Procederà con la DaD: didattica a distanza.

Ma tutti quei lavoratori immunodepressi che lavorano “in presenza” come faranno?

Mi auguro che la Task Force dei maschi a breve trovi una soluzione a questa grande mancanza.

Non è affatto concepibile che si lascino indietro fette di popolazione che già normalmente sono costrette a vivere con delle protezioni.

Immagino inoltre come si sentano psicologicamente gli immunodepressi. Con molta probabilità la loro emozione preponderante risiede nel loro status di malati cronici ma senza il suffisso immuno- .

Immaginate inoltre lo stato di confinamento ulteriore che debbono sopportare con i loro familiari che in questo momento devono ritornare a lavoro esponendoli dunque a rischi maggiori.

Mi auguro solennemente che a breve questo maledetto virus si estingua in qualche modo e che presto si possa tornare a riabbracciare tutti: anche gli amici immunodepressi.

Di origine Abruzzese, ma ramingo come un nomade. Di molteplici interessi ogni sabato su Bl Magazine con la rubrica BL LIBRI.

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