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Editoriale

CORONAVIRUS. Diario di un redattore in quarantena -Giorno 40-

Quarantesimo giorno….


e mentre beatamente vorrei celebrare la fine dei quaranta giorni vengo pervaso dall’ineluttabile consapevolezza che questo non accadrà.

L’illusione che il numero quaranta, bagnato da riminescenze bibliche, avrebbe lavato la nostra nuova routine riposizionandoci nella dinamicità umana oggi si compie.

III Aprile MMXX

Qui giace

la semantica

del termine

quarantena”

Quaranta giorni sono sempre stati un quantitativo lungo per sopperire a peste, vaiolo, alluvioni, resurrezioni… da oggi prendete in considerazione che l’unico riferimento al numero quaranta saranno i ladroni della celebre favola araba.

Mi sento un po’ giovane esploratore alla sua prima camminata scout. Dovevo salire su una montagna. Non avevo idea di quanto potesse essere lungo il sentiero, non lo immaginavo, e per quanto mi sforzassi di percepirlo da una cartina, le linee sulla carta topografica non mi dicevano nulla.

Tra quanto arriviamo???

Tra poco…” mi sentivo rispondere.

E quel poco non arrivava mai.

Allo stesso modo attendo qui la fine di questa era glaciale casalinga. Cerco di affidarmi a chi deve gestire le cose vedendo rinviata l’apertura delle vite a cicli di quindici giorni.


Non ci è dato sapere quando tutto questo finirà e se finirà, ma ho la consapevolezza che sia assolutamente saggio continuare con questa metodologia fino a che non avremo la certezza di pericolo scongiurato.

Il problema è un altro. Sicuramente ogni ora che passa fa aumentare il problema economico. Pensando ai nostri futuri professionali probabilmente tutti abbiamo la consapevolezza che non sarà “mai come ieri” come cantavano Mario Venuti e Carmen Consoli.

Ma non è mai come ieri, non è mai la stessa storia. Continuamente dobbiamo far fronte a modifiche dei nostri piani di vita e progetti. La novità è l’anomalia comune che è questo dannatissimo coronavirus.

Dobbiamo accettare l’idea del cambiamento altrimenti, procedendo a schemi rigidi, soccomberemo come Flavia Vento il cui acme professionale fu quello di stazionare, in gabbia, sotto il tavolo di Teo Mammucari.

Credo sia essenziale che tutti noi, umanità degli anni ’20 di questo secolo, prendiamo per mano questa nuova consapevolezza e che si abbandoni una volta per tutte quella pseudo ideologia che vuole chiunque al primo posto.

Mi riferisco ai sovranisti di lungo corso che invocano “primi gli italiani” o qualunque aggettivo etnico da appiccicare al numero cardinale.

Ecco, proprio loro negli ultimi giorni hanno avuto la dimostrazione empirica della fragilità delle proprie tesi e delle proprie convinzioni. Il tira e molla con la UE riguardo all’emissione di “coronabond” ha messo in luce il limite politico del sovranismo.

Avrei voluto trasformarmi in una mosca per osservare e sentire i commenti di chi ha millantato per anni “prima gli italiani” che, in questo tira e molla diplomatico, ha visto l’affermarsi di chi urlava “prima i tedeschi”… se giochiamo il gioco del “prima io” come bambini dell’asilo, volendo affermare una presunta supremazia territoriale, ci si presenteranno immediatamente due soluzioni: o lo scontro senza mezzi termini come pugili sul ring, oppure l’intervento di qualcun’altro come le proverbiali incursione di mamme del sud zoccolomunite per porre fine alle diatribe dei fratelli monelli.

Uno scenario simile è assolutamente da non augurare a nessuna popolazione mondiale.

Le guerre non hanno mai fatto bene a nessuno. Inoltre perseguendo questa linea dispotica e miope, sostanzialmente non si andrà da nessuna parte, anzi, vista la pecunia ideologica, potrebbe farci rimanere con un pugno di mosche in mano.

Auspichiamoci che dal “prima gli …” presto si converga nel “prima tutti, nessuno escluso”.

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Di origine Abruzzese, ma ramingo come un nomade. Di molteplici interessi ogni sabato su Bl Magazine con la rubrica BL LIBRI.

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