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Human Rights

Così la Cina sta cancellando l’identità culturale e linguistica della Mongolia Interna

10 Days of Human Rights – Giorno 7

È di qualche mese fa la notizia, passata perlopiù in sordina, che il Governo Cinese ha deciso di “diminuire (leggi abolire) l’insegnamento in lingua mongola nelle scuole della Regione Autonoma della Mongolia Interna“, lasciando come unica lingua il cinese, dando così il via de facto ad un’epurazione interna di una lingua alla base dell’identità delle popolazioni che vivono in quell’area.


Ma andiamo per gradi: la Cina, o più propriamente la Repubblica Popolare Cinese si definisce come un “paese multietnico”. Fino ad ora si può leggere in questa introduzione – 56 gruppi etnici sono identificati e riconosciuti dal governo centrale“.

Il governo, con sede a Pechino “esercita la propria giurisdizione su ventidue provinc , cinque regioni autonome (tra le quali il Tibet, che di autonomo ha ben poco n.d.r.), quattro municipalità direttamente controllate e due regioni amministrative speciali di Hong Kong e Macao, parzialmente autonome” (fonte).

Una regione autonoma è una suddivisione amministrativa di livello provinciale (cioè di I° livello). Il territorio delle regioni autonome, create dal governo comunista sull’esempio della politica sovietica della nazionalità, racchiude minoranze etniche e la costituzione garantisce maggiori diritti (fonte).

La Regione Autonoma della Mongolia Interna, o più semplicemente Mongolia Interna è stata creata nel 1947, dopo la Seconda Guerra Mondiale, annettendo parte della Mongolia ed erodendo la cultura e l’indipendenza della popolazione etnica mongola della regione. Pechino ha incoraggiato i cinesi Han a trasferirsi nella Mongolia Interna, rappresentando adesso circa l’80% della popolazione.

Cina amministrativa

La cancellazione di un’identità nazionale parte dalla scuola

Nonostante l’etnia Mongola rappresenti uno scarso 17% all’interno della Regione Autonoma, in virtù del pluralismo culturale ed etnico fino ad oggi comunque la lingua mongola, per legge, doveva comparire su cartelli stradali e sui documenti ufficiali, insegnata ed usata nelle scuole ed essere utilizzata al fianco di quella cinese sugli annunci sui mezzi di trasporto.

Ad agosto, però, il governo centrale ha annunciato che nelle scuole della Regione molti (leggi la maggior parte) degli insegnamenti sarebbero stati tenuti in mandarino e non più in lingua mongola, e che le materia principali quali la letteratura la politica e la storia sarebbero stati insegnati in cinese.

Pare inoltre che programmi simili siano stati messi in atto nelle altre due Regiorni “Autonome” del Tibet e dello Xinjiang, rispettivamente sede dei gruppi etnici Tibetani e Uiguri.


La lingua della Mongolia fa parte di ciò che rende una persona mongola e se una persona perde la lingua perde la propria identità nazionale” recita uno degli striscioni di protesta dei genitori di allievi di scuole in lingua mongola. Molti genitori ed insegnanti si sono mobiliati, protestando contro questa decisione, con uno sciopero pacifico che ha coinvolto in tutta la regione circa 300.000 studenti.

La reazione di Pechino non si è fatta attendere, emettendo migliaia di mandati d’arresto e promettendo ricompense per presunti capobanda ideatori dei “ disordini”. Nell’articolo apparso su The Diplomat del 4 di settembre u.s. Si legge: “Sono emersi video online che mostrano genitori di etnia mongola che cercano di allontanare i loro figli dal cortile della scuola e la polizia gli impedisce di farlo“.

Secondo un rapporto della BBC, centinaia di poliziotti in assetto antisommossa sono stati schierati per prevenire uno sciopero, ma dopo una situazione di stallo durato diverse ore, i genitori sono finalmente riusciti a sfondare le barricate della polizia e raccogliere i loro figli.

Altri video sono apparsi sui social media che mostrano masse di bambini mongoli che cantano “La nostra lingua madre è il mongolo!” e “Siamo mongoli fino alla morte!” Uno mostrava uomini della Mongolia interna, vestiti con abiti tradizionali, che alzavano il khar suld (o bandiera nera), lo stendardo del campo di battaglia dell’esercito mongolo, che rappresenta il potere del “cielo blu eterno” (monke khukh tenger). Tradizionalmente, il khar suld aveva lo scopo di concentrare e mobilitare lo spirito e il potere di tutti i mongoli per sconfiggere i loro nemici. Secondo la leggenda, è il deposito dell’anima di Gengis Khan.


Per molti mongoli etnici, la sollevazione del suld è l’equivalente di una dichiarazione di guerra. Come ha commentato un mongolo, “è un grande segno che non si arrenderanno. I manifestanti andranno fino alla fine“.

Una lenta e inesorabile erosione culturale

Nonostante la Costituzione Cinese preveda che “tutti i gruppi etnici nella Repubblica popolare cinese sono uguali. Lo stato protegge i diritti e gli interessi legali delle minoranze etniche” de facto, lentamente, si è assistito ad una lenta ma inarrestabile erosione dei fondamenti culturali delle diverse minoranze etniche presenti nel paese verso una ampia omogeneizzazione etnica e nazionale. Si legge inoltre che “Gli uomini cinesi han ricevono persino un generoso bonus per aver sposato donne appartenenti a minoranze etniche, compresi uiguri e mongoli”.

A livello internazionale la notizia di questa ennesima violazione, benché non vista come inconsueta, è passata quasi inosservata: le principali reazioni si sono avute in Mongolia (confinante con la Regione Autonoma della Mongolia Interna), che condivide con la Mongolia Interna la stessa etnia e lingua: la Mongolia Interna, nonostante la repressione, è stata determinante nel preservare l’alfabeto tradizionale mongolo, a differenza della Mongolia indipendente, che, in quanto ex satellite sovietico, utilizza la scrittura cirillica russa. Anche per questo, le nuove direttive discriminatorie sull’istruzione pubblica cinese potrebbero compromettere per sempre l’uso dell’antica scrittura mongola, che svanirà dalla vista perdendo un patrimonio culturale inestimabile: la scrittura mongola Hudum fu introdotta dallo scriba uiguro Tatar-Tonga, catturato dai mongoli durante la guerra contro i Naiman intorno al 1204. Questo sistema di scrittura, utilizzato per oltre 700 anni, è stato soppiantato dal cirillico nel 1946, utilizzato per traslitterare il mongolo moderno (la scrittura tradizionale mongola si riferisce invece al mongolo antico, parlato più nella Mongolia Interna che in quella indipendente).

Tsakhia:Se un mongolo non ha la propria cultura, storia e lingua, non è mongolo

Dopo la chiusura della piattaforma cinese BAIUNU da parte del governo per impedire la diffusione dei video e dei messaggi di protesta, i genitori di lingua mongola hanno inviato ai loro “ cugini” oltreconfine questi documenti in modo che li potessero divulgare.

Elbegdorj Tsakhia, presidente della Mongolia dal 2009 al 2017, ha recentemente twittato: “Se un mongolo non ha la propria cultura, storia e lingua, non è mongolo. 300 anni di umiliazioni contro i mongoli non dovrebbero continuare nel nuovo secolo!“. Ha continuato dicendo: “So che il leader del nostro vicino meridionale, Xi Jinping, rispetta la lingua e la cultura degli altri. La soppressione della lingua e della cultura mongola non è la strada per una grande nazione responsabile

Se la popolazione della Mongolia è solidale con quella della Mongolia Interna, condannando l’atto di violenza culturale cinese, da un punto di vista governativo il Governo di Ulan Bator può fare ben poco, visto che Pechino compra l’80% delle esportazione del Paese; inoltre, dopo che la Mongolia ha autorizzato Sua Santità il Dalai Lama a visitare il paese nel 2016, Pechino ha reagito imponendo ulteriori dazi all’esportazione.

Cosa dicono i consessi internazionali?

Al momento il consesso internazionale governativo per antonomasia (l’ONU) che dovrebbe garantire la pace ed il rispetto dei Diritti Umani nel mondo non ha preso posizione, così come la sua Agenzia Specializzata per l’Educazione: l’UNESCO.

Garantire la libertà di espressione delle minoranze etniche presenti all’interno del proprio paese, così come enunciato anche dall’art 27 del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici del 1966, (firmato ma non ratificato anche dalla Cina), che recita “

In quegli Stati, nei quali esistono minoranze etniche, religiose, o linguistiche, gli individui appartenenti a tali minoranze non possono essere privati del diritto di avere una vita culturale propria, di professare e praticare la propria religione, o di usare la propria lingua, in comune con gli altri membri del proprio gruppo.

dovrebbe essere alla base del controllo che l’ONU e le altre Agenzie Governative Internazionali fanno ma che troppo spesso in virtù di interessi politici ed economici si tende a mettere da parte. Fino a che punto l’identità culturale particolare può essere sacrificata in nome dell’interesse governativo comune? E a quale prezzo?

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