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Spettacolo

DANCER IN THE DARK: il “musical” di Lars von Trier usciva in Italia 20 anni fa

Lars Von Trier e Bjork

– Non ci vedi, vero Selma?
– E che c’è da vedere?


Dancer in the dark (Lars von Trier, 2000)

Dancer in the dark, Il rivoluzionario musical di Lars von Trier arrivava nelle sale italiane esattamente vent’anni fa e da allora il controverso regista danese, nel bene e nel male, non ha mai finito di far parlare di sé.

Considerato oggi uno dei maggiori esponenti del cinema europeo e, nonostante i suoi atteggiamenti provocatori che talvolta sfociano nello scandalo sia nei media (come dimenticare la sua “comprensione” per Hitler al Festival di Cannes nel 2011) sia nelle sue opere (come l’estrema drammaticità, il più delle volte vera e propria crudeltà di alcuni suoi film), Lars von Trier è certamente uno di quegli ultimi autori europei considerati imprescindibili nel panorama culturale del vecchio continente grazie al suo stile da un lato sì scioccante ma anche catartico.

Ritratto giovanile di Lars von Trier

Lars von Trier si approcciò al mondo cinema sin da giovanissimo. All’età di 13 anni grazie a suo zio Børge Høst, regista e sceneggiatore, ottenne una piccola parte in una serie TV danese e iniziò a girare i suoi primi cortometraggi già partire dalla fine degli anni Sessanta.

Un primo riscontro di critica lo ottiene grazie alla sua ideale trilogia sull’Europa di cui fanno parte L’elemento del crimine del 1984, Epidemic del 1987 e Europa del 1991, opere in cui il regista si concentra sull’analisi sociale del continente europeo durante il dopoguerra. Con la fondazione della sua casa di produzione la Zentropa nel 1992 e la redazione del manifesto Dogma 95 insieme all’altro grande regista danese Thomas Vinterberg, in cui tra l’altro viene espressa la necessità di essere radicalmente anti-hollywoodiani, il cinema di Lars von Trier si radicalizza sempre di più non solo stilisticamente ma soprattutto nei contenuti, destando da un lato forti scandali, dall’altro una folta schiera di ammiratori (ma anche di odiatori).

È con Le onde del destino del 1996, considerato dai più il capolavoro cinematografico del regista, che il cinema di Lars von Trier conquista il mondo, aprendo una riflessione estremamente pessimistica sulla natura crudele dell’uomo e dell’universo che accompagna tutta la sua filmografia fino agli ultimi, sconvolgenti, Nynphomaniac e La casa di Jack.

Un’opera cinematografica innovativa

Dancer in the dark uscì in un periodo in cui il regista riusciva ancora a mettere ancora d’accordo critica e pubblico, vincendo la Palma d’oro al Festival di Cannes del 2000 non solo come miglior film ma anche come migliore attrice, andata alla cantante islandese Björk nella sua prima, straordinaria, esperienza cinematografica.

Il film parla di Selma, un’immigrata cecoslovacca affetta da una rara malattia agli occhi che arriva negli Stati Uniti desiderosa di far operare il figlio, affetto dalla sua stessa malattia. Condannata a morte dopo aver ucciso l’uomo che ospita la roulotte in cui vive per averle derubato i suoi risparmi, usa l’amore per la musica e per i musical hollywoodiani per astrarsi dalla terribile realtà a cui è destinata.

Sin dai primissimi minuti appare chiarissimo l’intento di Lars von Trier, ovvero quello di creare un film profondamente anti-hollywodiano, stravolgendo i canoni del musical, genere di punta della cinematografia americana, tenendo quindi fede al suo manifesto cinematografico messo a punto col movimento Dogma 95. Esattamente come la protagonista de Le onde del destino Selma è una donna buona, fortemente altruista, dotata di grande dignità e poco disposta ad accettare gli aiuti che le vengono offerti. Conduce una vita totalmente alienante, essendo impiegata fino al licenziamento a causa della sua progressiva cecità, in una fabbrica di oggetti smaltati e la sua unica valvola di sfogo sono i musical e la musica in generale che diventano per lei dei veri e propri momenti di astrazione dal terribile mondo che la circonda.

Primo piano di Björk durante la scena del processo in Dancer in the dark

Totalmente fedele ai suoi principi, Lars von Trier ha girato Dancer in the dark con la macchina a spalla e, poiché la storia possiede le tipiche tinte forti che stanno alla base del melodramma, paradossalmente seguito dal regista in maniera classica e talvolta addirittura convenzionale, è stato osservato come gli stacchi di montaggio repentini e i movimenti della macchina da presa molto accidentati entrino in contrasto col genere. Tuttavia lo scopo del regista, a discapito dei detrattori, sembra centrato in pieno in quanto la macchina a spalla non solo sembra farci entrare in diretto contatto con le sofferenze della protagonista ma la stessa fotografia, virata quasi a seppia, in qualche modo riflette la progressiva cecità di Selma.

Estremamente rivoluzionari (ed in questo risiede il principale fattore anti-hollywodiano del film) i momenti musicali i quali a differenza dei musical classici non sono funzionali allo svolgimento della storia ma rappresentano dei veri e propri momenti di straniamento della protagonista, in cui il suo amore per la vita nei suoi momenti più terribili prende il sopravvento, riuscendo persino a sognare il mondo che la circonda come il grande palco di un teatro (da antologia il numero musicale nella fabbrica).


Immersa nel sogno della musica Selma riesce ad immaginare il mondo in cui vive così come lo vorrebbe: in questi momenti lo stile fotografico del film diventa totalmente asimmetrico rispetto al resto dell’opera, ovvero non più macchina a spalla e colori desaturati ma immagini fisse, dal punto di vista compositivo curate e dai colori saturi e talvolta onirici.

Una scena di Dancer in the dark

Si dice che per tutta la durata delle riprese Björk avesse giornalmente manifestato il proprio disprezzo nei confronti di Lars von Trier, addirittura sputandogli in faccia, fino ad affermare durante il ritiro della sua palma a Cannes, di non voler più continuare la carriera di attrice. Tuttavia durante l’onda del MeToo che ha sollevato diversi scandali di natura sessuale nel mondo del cinema, in particolare in America e in Europa, la cantante islandese ha dichiarato di essere stata ripetutamente molestata sul set di Dancer in the dark, anche con reazioni molto violente da parte del regista, accuse che Lars von Trier ha prontamente rispedito al mittente.

Una feroce critica alla società americana

A ben guardare oggi Dancer in the dark sembra rispondere perfettamente allo schema della fiaba teorizzato dall’antropologo russo Vladimir Propp nel 1928, in cui il protagonista e i vari personaggi del film possono essere catalogabili in vari personaggi-tipo.

Nel film di Lars von Trier però non esiste un lieto fine: la purezza e la bontà di Selma vengono totalmente fagocitati da quel sistema capitalistico americano che non lascia scampo a quel fantomatico “sogno”, ma che al contrario trasforma l’uomo al pari di una bestia. Il disprezzo totale di Lars von Trier nei confronti della società americana raggiunge il suo apice nei momenti finali del film: Selma in preda alla disperazione totale riesce ancora una volta a sognare attraverso la musica per astrarsi dal pensiero della morte imminente, mentre “gli spettatori” assistono al macabro spettacolo della pena capitale. All’improvviso la pena viene eseguita, la voce si strozza e gli spettatori assistono senza scomporsi alla chiusura del sipario su quel terribile palco che si configura come una vera e propria raccapricciante finestra sulla società americana, una società votata alla distruzione.

A distanza di vent’anni Dancer in the dark riesce ancora a mettere a dura prova l’emotività dello spettatore; in effetti davanti ai primi piani finali di Björk, squarciati dalla sua voce e dall’innocenza del suo personaggio, è davvero impossibile trattenersi dalle lacrime ed arrabbiarsi per quella società portatrice di libertà ed uguaglianza solo in apparenza ma che nei fatti è solo portatrice di ingiustizie.

Una gemma del cinema europeo contemporaneo da non dimenticare.

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Un misto tra Des Esseintes e Ludwig

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