Un vecchio proverbio recita “il sazio non crede al digiuno”, e se non è difficile capire il senso del proverbio, provate ad applicarlo ai diritti umani.

Vi è mai capitato di parlare con una persona che non conosce una determinata condizione che magari voi vivete da sempre, e sentirvi dare consigli non richiesti e fondati non si sa su quale esperienza?

Qualche esempio?

L’uomo che spiega alle donne le cose, meglio noto come mansplaining. E poco importa se voi, donne, di quell’argomento ne sappiate molto ma molto di più dell’uomo in questione. Loro vi tratteranno con quel misto di paternalismo condito da frasi come “tu non capisci, ti spiego”.

Rappresentazione del “mainsplaining

Lo stesso atteggiamento si può trovare in quello che viene definito straightsplaining (l’eterosessuale che spiega questioni LGBT+ a un non etero), o nel whitesplaining che corrisponde al bianco che pontifica sulle questioni di razza a chi è direttamente coinvolto, e anche nel cissplaining che riguarda i cisgender (ovvero chi si riconosce nel proprio sesso biologico) quando pontificano sulle questioni transgender.

Di fronte a tutta questa tuttologia basata probabilmente sull’università della vita che, a quanto pare, insegna tutto su tutto e che oggi va tanto di moda, la domanda sorge spontanea: ma “tu” cosa ne sai?

Perché pur se in molti casi si è armati di buone intenzioni, spesso si cade in quella brutta tendenza di credere cosa significhi trovarsi in una determinata condizione. Anche in casi di buonafede, anche con tutta l’empatia del mondo, non è così.

Non si può sapere mai a fondo cosa si prova, proprio perché non la si vive, quella condizione. Non si possono conoscere sulla propria pelle le discriminazioni per il solo fatto di essere o non essere in un certo modo. E l’unico atteggiamento richiesto è quello dell’ascolto.

Sai quanto è fastidioso quando il tuo GPS ti dice di tornare sulla tua strada? Bene, questo è quello che si prova quando fai STRAIGHTSPLAINING

Chi di solito è ostile all’ascolto e continua a pontificare è proprio quella persona che non conosce o comprende fino in fondo il proprio privilegio.

Sì, privilegio.

Privilegiati (o meno) per proprio sesso biologico, identità di genere, orientamento sessuale, colore della pelle, aspetto fisico, salute, religione, condizione economica, lavorativa e familiare.

Tempo fa mi è capitato sotto mano questo test, postato da un’amica su Facebook. Non ne sono un’amante, ma il titolo mi aveva colpita: How Privileged Are You? (Quanto sei privilegiato?).

Incuriosita, clicco e inizio a rispondere alle domande, su alcune delle quali non avevo mai posto particolare attenzione. Più andavo avanti e più mi rendevo conto che anche io avevo la mia buona percentuale di privilegio, nonostante quell’altra comunque consistente di discriminazione, dovuta ad alcuni aspetti di me e della mia vita.

Privilegiata perché bianca, perché nessuna persona mi ha mai insultata per il colore della mia pelle o per il mio aspetto fisico, ma discriminata e insultata in quanto donna. Privilegiata in quanto cisgender ma molestata sessualmente. E così via.

Provate a farlo anche voi, ponendo attenzione ad ogni singolo quesito, riflettendo sul significato che quello può avere concretamente nella propria vita, in termini di opportunità o lotte.

Non è un modo per sentirsi in colpa o per scatenare sterili polemiche, piuttosto per porsi nella condizione di ascolto di cui si parlava prima, per riscoprire l’empatia e cercare di avere una piccola visione d’insieme.

In queste semplici domande sono racchiuse condizioni e possibilità, discriminazioni e tutele. Un modo per riflettere sulla propria situazione, su quella delle altre persone e su quanto spesso ciò che siamo dipenda dalla fortuna o sfortuna di vivere in una società inclusiva o meno.

A distanza di mesi, questo test mi torna in mente tutte le volte che leggo o sento qualcuno che non comprende l’importanza della lotta per i diritti, sentenziando con il classico: “ci sono cose più importanti”. Disse chi quei diritti evidentemente li dà per scontati e non li hai mai visti calpestati.

Controlla il tuo privilegio, poi magari ne riparliamo.

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PS: Il test è formulato in inglese, ma vi assicuriamo che è facilmente traducibile in italiano per chi ha una conoscenza di base della lingua. Se non dovessero bastare le vostre conoscenze, armatevi di Google Translator e calcolate la vostra % di privilegio!

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