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Spettacolo

“Disclosure”, viaggio catartico oltre gli stereotipi transgender sullo schermo (recensione)

Non avrei mai pensato di conoscere un mondo che celebra le persone trans sullo schermo o fuori, né che i media smettessero di farci domande orribili e iniziassero a trattarci con rispetto. Guardate quanta strada abbiamo fatto. Siamo ovunque. E non sai mai come quelle immagini positive aiuteranno gli altri


Stereotipi di genere, narrazioni disfunzionali, dileggio gratuito, cisgender-centrismo. Per decenni, con la rappresentazione delle persone trans in tv e al cinema ci si è posti il problema di essere compiacenti esclusivamente verso il pubblico mainstream bianco, eterosessuale e conforme al proprio genere. Tutto questo ai danni di chi vedeva alimentare sotto i propri occhi pregiudizi di ogni sorta.

Ad un certo punto qualcosa è cambiato.

Nel giugno 2014 la rivista Time ha scelto Laverne Cox, protagonista della serie Netflix Orange is the New Black, per una copertina rivoluzionaria che proclamava il raggiungimento “Transgender Tipping Point” americano (ossia il “punto di non ritorno”).


Laverne Cox, orgogliosa e talentuosa attrice nera transgender, prima candidata come migliore attrice agli Emmy Awards, ha imposto un nuovo immaginario della comunità trans a Hollywood, tanto che, nei sei anni trascorsi dalla copertina di Time, le rappresentazioni mainstream di genere trans, non binary o non conforme sono proliferate: pensiamo ad Hunter Schafer nel dramma HBO Euphoria oppure alla serie fox Pose, ambientata nelle ballroom della New York a cavallo tra gli anni ’80 e ’90.

La mia vita è un esempio così profondo di ciò che la rappresentazione può fare“, ha detto Laverne Cox al Guardian, citando innumerevoli storie di persone trans da lei incontrate che, ispirate dalla potenza suo personaggio in Orange, la detenuta Sophie Burset, hanno deciso di fare coming out e smettere di vivere di nascosto la loro condizione. “Le persone trans hanno subito livelli di violenza senza precedenti, anche per colpa della politica”.

laverne cox trans
La copertina di “Time” con Laverne Cox, prima attrice transgender ad entrare nella rosa delle 5 migliori attrici dell’Emmy Awards

Disclosure“, il documentario disponibile su Netflix visto al Sundance Festival e diretto da Sam Feder delinea il riflesso, profondamente deformato, della rappresentazione transgender nel cinema e nella TV americani, una storia piena di cliché dannosi e lame a doppio taglio. Disclosure ci insegna che è proprio a causa della carenza di rappresentazioni credibili che ciò che resta del mondo transgender, abbandonato spesso in narrazioni inadeguate e perfino grottesche, assume un significato fuori misura e il più delle volte decisamente offensivo.

Secondo uno studio di Glaad, l’84% degli americani non conosce personalmente una persona transgender; la maggior parte delle informazioni e delle impressioni che si possiedono proviene quindi dai media, anche per le stesse persone transgender (1,5 milioni in tutti gli Stati Uniti) che così introiettano una percezione di sé limitata alle concessioni, spesso discriminatorie, dello showbusiness.

Di questo paradosso della visibilità si è parlato nella settimana del rilascio di Disclosure su Netflix (avvenuta il 19 giugno scorso), che ha preso il via con il raduno “Black Trans Lives Matter” a New York, a cui hanno partecipato decine di migliaia di persone: una manifestazione di solidarietà senza precedenti contro la violenza, sistemica e reiterata, contro le persone transgender di colore. La settimana prima, due donne transgender nere erano state uccise in meno di 24 ore: Dominique “Rem’Mie” Fells a Filadelfia e Riah Milton a Liberty Township, Ohio.

Qualche giorno dopo, la Corte Suprema degli Stati uniti ha affermato la protezione federale dei diritti civili per i cittadini LGBTQ+, impedendo a 26 stati di consentire ai datori di lavoro di licenziare dipendenti trans per il proprio genere, ma a stretto giro è arrivato l’annuncio del Presidente Trump sul ritiro delle coperture sanitarie per le persone transgender.

Il riesame di decenni di rappresentazione dei transgender nei media, in Disclosure, è un viaggio catartico nell’orrore di un maschilismo cieco, tossico e profondamente radicato nella storicità di ogni forma di spettacolo, ma che tuttavia non perde di vista una questione fondamentale, ossia che la visibilità non è di per sé un obiettivo ma un mezzo per raggiungere un fine.

candis cayne
Candis Cayne è stata la prima attrice transgender ad interpretare il ruolo di un personaggio transgender in una serie tv: Dirty Sexy Money (2007)

Disclosure rivela come troppi stereotipi del passato continuino a intrecciarsi nel presente, nel bene e nel male. Con il commento di una manciata di personaggi dello spettacolo transgender tra cui Trace Lysette, Jazzmun, MJ Richardson, Candis Cayne, Tiq Milano, Jamie Clayton e ovviamente Laverne Cox, durante i 100 minuti del documentario si rivisita Hollywood sin dagli albori del proibizionismo, quando il travestimento era illegale e in numerosi film muti si mostravano uomini che indossavano abiti da donna, seguendo un flusso di storie in cui a travestiti e transgender venivano attribuiti, con ciclicità luciferina, crimini efferati e storie di assassini psicopatici (Psycho nel 1960, Lungo la valle delle bambole nel 1970, e il serial killer Buffalo Bill nel Silenzio degli innocenti nel 1991 ne sono un esempio), circostanza che ha contribuito ad alimentare una paura ingiustificata nei confronti delle persone trans da parte del pubblico.


In numerosi esempi, il cui effetto cumulativo è devastante e inonderebbe di disagio e sensi di colpa anche lo spettatore più indifferente, Disclosure rivela un campo minato di raffigurazioni che si alternano tra gli estremi di una tragica martirizzazione e quelli di una goliardia maschiocentrica fuori contesto, passando per la goffaggine di qualche benintenzionato un po’ troppo zelante: la narrativa della vittima transgender di violenza negli show polizieschi e nei medical drama; l’attenzione morbosa dei conduttori di talk show verso i genitali altrui, le domande invadenti di un pubblico senza filtri, uomini che reagiscono alle donne trans con disgusto viscerale. Perfino il successo di attori cisgender che si appropriano di personaggi trans, come Jared Leto che vince l’Oscar per il Dallas Buyers Club ed Eddie Redmayne in The Danish Girl, ci sembra stonare nel drammatico quadro generale. E ci fa sentire fuori posto.

Guardando Disclosure, tuttavia, impariamo anche che i ritratti problematici diventano un’opportunità educativa. Diventa importante comprendere le origini dell’ideologia e degli stereotipi come una tabella di marcia per risolverli, dissiparli e superarli.

Un ritratto più fedele della comunità transgender, come afferma la Cox, può “cambiare alcuni cuori e menti, può ispirare le persone, ma deve essere combinata con gli sforzi per ribaltare l’ideologia, le istituzioni e le politiche pubbliche – e, ancora una volta, le condizioni materiali della vita delle persone“.

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“Disclosure”, viaggio catartico oltre gli stereotipi transgender sullo schermo (recensione)
8.7 Recensione
Regia
Sceneggiatura
Cast e Recitazione
Fotografia
Montaggio

Nicola Napoletano
Scritto da

Sono nato a Monopoli (BA) 34 anni fa. Cresciuto a pane e prosciutto e una passione smodata per la scrittura, oggi mi divido tra la Puglia e la Città Eterna. Adoro il mare azzurro, i film di François Truffaut, il vino rosé e le poesie di Saffo. Su BL Magazine mi occupo soprattutto di raccontare come vengono trattati i diritti umani e diritti lgbt+ nel mondo... e qualche volta mi distraggo scrivendo di tv e spettacolo!

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