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Desdemona

Beppe Grillo è il figlio “sano” della cultura dello stupro.

La settimana scorsa TV, giornali e media hanno trasmesso ovunque un video che ahimè rappresenta il maschilismo che porta avanti la nostra società. Un video divisivo, che ha toccato una tematica molto delicata ed importante, di cui però non ancora se ne capisce la gravità. Sto parlando del video di Beppe Grillo, ahimè. Un video in cui, in pochi minuti, sistematicamente si mostrano tutti gli effetti collaterali di quello che viene definita “cultura dello stupro”.


Sono passati giorni, ma bisogna ancora battere il ferro finché è caldo, perché bisogna fare chiarezza su alcuni punti della questione.

Ma partiamo dall’inizio, anche se i fatti sono conosciuti più o meno da tutt*: una ragazza ha accusato di stupro Ciro Grillo, il figlio del comico (o buffone?). Secondo la difesa di Grillo Senior, diffuso tramite un suo video, ci sono delle questioni che a sua detta sembrano “strane”: prima di tutto la ragazza ha denunciato ben 8 giorni dopo la violenza subita; il video che circola in cui sembra che la ragazza sia consenziente dell’atto sessuale (ricordiamoci che il consenso è però variabile!); e il fatto che il giorno dopo la ragazza sia andata a fare kitesurf con dei amici e delle amiche.

Cosa c’entra la cultura dello stupro con il video di Grillo?

Ve lo diciamo subito.

Qui cito la mia collega e amica Alessia Mendozzi che ha scritto in BL Magazine prima di me: la cultura dello stupro è un’espressione utilizzata per indicare essenzialmente una cultura che giustifica, attenua, sminuisce, normalizza e incoraggia lo stupro e che si esprime poi, nel concreto, in atteggiamenti, pratiche, narrazioni e altro.

Infatti questo fenomeno si manifesta con dinamiche vediamo spesso nelle accuse di stupro, come quello di sminuire il fatto (molto spesso dicendo che sono semplici “ragazzate”) capovolgere vittima e carnefice (in cui si cerca di convincere che in realtà è stato lo stupratore ad essere stata vittima di persuasione da parte della stuprata, in quanto la donna stuprata ha avuto una condotta sbagliata), la strumentalizzazione politica della vicenda, insinuazioni del tipo “se lei non avesse bevuto, vestita con la minigonna….”, e molto altro ancora (leggete l’articolo di Alessia per approfondire la tematica).

Dopo aver letto questo mini paragrafo, riguardate il video di Grillo e tornate. Ci vediamo fra 5 min.

Fatto? Bene (No, non sono Giovanni Muciaccia).


In base a ciò possiamo dunque affermare la gravità del video di Grillo, che ha racchiuso in pochi minuti quello che ne concerne la cultura dello stupro, che è parte integrante della nostra società che come sappiamo è a stampo patriarcale ed è quindi a discapito delle donne (e in questo caso, delle vittime di stupro).

Qui inoltre la strumentazione politica è lampante in quanto Grillo è un esponente di un partito di governo, e il M5S ha spalleggiato ampiamente la posizione del comico, ricreando la classica dinamica del “club del maschio” in cui vige l’omertà più assoluta e la complicità tipica dello spogliatoio da calcetto.

Ma qui sorge un punto nuovo, un’altro effetto collaterale della cultura dello stupro che non avevamo previsto ed è inquietante: Grillo ha insistito nel dire che “trovasse strano” che la donna abbia denunciato dopo 8 giorni e il giorno dopo della violenza sia andata a fare kitesurf con dei/delle amiche/i facendo venir fuori una nuova evoluzione delle conseguenze della cultura dello stupro, ovvero che la reazione delle vittime di stupro debbano essere standard.

Significa, che anche quando vittime di violenza, la donna deve rientrare e rispettare sempre e comunque in certi canoni, e non le si da la libertà (altrimenti, gogna mediatica!) di esprimere il trauma come sente.


Secondo loro, quindi, La donna, se subisse realmente uno stupro, dovrebbe denunciare subito e disperarsi immediatamente, senza esitare.

Ma qui si dimenticano però di un aspetto fondamentale, rendendo il tutto un vicolo tristemente cieco: molto spesso è la donna stessa che, influenzata dalla società sessista, si auto-convince che la violenza subita non sia stupro, e può metterci anche mesi per elaborarlo e per convincersi che non è stata colpa sua.

E qual è il motivo che ci fa sminuire la gravità dello stupro? La cultura dello stupro, alimentata da Grillo e da tutti coloro che continuano a mettere alla gogna chi trova il coraggio di denunciare.

E qui il cerchio si chiude.

#ilgiornodopo: la campagna di Eva Del Canto

Subito dopo il video di Grillo è nata la campagna di Eva Del Canto #ilgiornodopo, in sui esortava le donne a pubblicare sui social una foto con un cartello con l’hashtag e scrivendoci sotto cosa hanno fatto “il giorno dopo” della loro violenza. Numerose sono state le risposte: donne che il giorno dopo sono andate a scuola, sono uscite con le amiche, hanno fatto esami.

«Il giorno dopo può essere il giorno dopo nell’immediato, può essere immediatamente la mattina dopo. Io mi alzo, mi lavo e vado a fare kite surf. O può essere il giorno dopo inteso come un arco temporale più lungo, tanti giorni dopo. Il giorno dopo è il momento in cui comincia la sopravvivenza. Io ho ricevuto moltissimi messaggi da altre sopravvissute che mi hanno ringraziata, perché loro non riuscivano a verbalizzare ciò che ho detto anche io, persone sopravvissute agli abusi dei loro padri, dei loro zii, dei loro fidanzati di persone che conoscevano e che oggi hanno detto finalmente è successo anche a me ti ringrazio per averlo detto».

Dice Eva Del Canto in un intervista su Fanpage.

“Io non ho denunciato perché non non pensavo di doverlo fare, non pensavo di essere una vittima, pensavo di essere ugualmente responsabile.” continua.

Adesso so che non ho più niente di cui vergognarmi e se c’è una cosa che ho imparato utilizzando i social, o confrontandomi con altre persone è che abbiamo tutti un potenziale di dolore che non riusciamo a esprimere, finché qualcun altro non lo esprime per noi». Immediate le risposte di altre ragazze che hanno postato la propria esperienza con l’hashtag #ilgiornodopo. Un modo non per rispondere a una frase, ma per sentirsi meno sole. E chiedere a chi in quel momento guarda una semplice foto, dietro cui si nasconde una storia difficile “e tu, cosa hai fatto il giorno dopo?“.

Voglio rispondere anche io qui alla domanda di Eva.

Il giorno dopo ho continuato a cucinargli, a pulirgli casa, e a fare sesso con lui. Il mio “giorno dopo” è durato per ben 3 anni, in cui ho continuato a convivere con la persona che mi ha fatto violenza. Mi sentivo addirittura in colpa che non avessi voglia di farlo, e che non ero coinvolgente come avrebbe voluto.

Ora sono ne passati 12 di anni, e non ho mai denunciato. Ma non perché avessi paura. Ma perché pensavo che non fosse stato uno stupro, essendo stato lui il mio ragazzo. E ho capito che non era così solo pochi anni fa, quando ho trovato la forza di andare incontro alla realtà.

Ammiro il coraggio di quella ragazza che ci ha messo solo 8 giorni per denunciare. Io soltanto ora ho il coraggio anche solo di parlarne…

E di giorni ne sono passati ben 4320.

Scritto da

Attivista Politica, Femminista Intersezionale, Ally, Ecologista. Speaker e Autrice su Radio Città Pescara - Popolare Network.

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