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Storie e Culture

Dora Ratjen: storia di un ragazzo intersessuale che gareggiò da donna alle Olimpiadi di Hitler

Di disforia di genere se ne parla tantissimo, e spesso a sproposito, con una permanente ombra di superficialità da parte di chi, da cisgender (ossia soggetto a proprio agio con la sua identità di genere) si erge a giudice delle scelte di coloro che, al contrario, si ritrovano ingabbiati in un sesso biologico che non corrisponde alla propria identità autodeterminata.


Sono le convenzioni sociali e i retaggi religiosi che ci hanno portato alla rigidità incrollabile del binarismo di genere, secondo il quale sei maschio o femmina a seconda di ciò che mostri tra le gambe, tertium non datur.

La storia di cui vi parliamo oggi, invece, parte da un presupposto diverso. Immaginate di essere inconfutabilmente maschietti, nel senso biologico del termine, e di essere stati cresciuti dai propri genitori prima come bambine e poi come ragazze. Immaginate poi di vivere nella severa e cupa Germania Nazista. E di eccellere di uno sport, gareggiare come donne e dover nascondere questo terribile segreto legandovi i genitali per paura di essere scoperti.

Questo è ciò che, in sintesi, accadde a Dora Ratjen, nata a Brema nel 1918. Un vero asso del salto in alto, che grazie al suo talento gareggiò alle Olimpiadi di Berlino nel 1936, con la benedizione del Reich.

“È un maschietto… o forse no”

Quando nacque, Dora non mostrava un carattere sessuale inequivocabile. “È un maschietto!” urlò la levatrice non appena Dora sbucò fuori dal ventre di sua madre. La donna ci aveva visto. Cinque minuti dopo, tuttavia, si corresse: “Forse è una femminuccia, dopotutto“.

La confusione sul genere di Dora scaturì da una singolare conformazione dei genitali, spiegata solo venticinque anni più tardi. Non è del tutto chiaro cosa vide la levatrice – di certo non una studentessa in medicina – resta il fatto che l’ultima parola sulla storia fu pronunciata della voce più autorevole in un piccolo borgo di provincia nel nord della Germania: il parroco, che pose fine per sempre alla discussione battezzando il bebè come Dora.


A nove mesi Dora contrasse una polmonite, e suo padre approfittò dell’intervento di un medico per chiedere un consulto sulla delicata questione dei suoi genitali, che nel frattempo stavano lentamente mutando aspetto. “Lascia perdere, tanto non puoi farci nulla lo stesso” fu la risposta sibillina del medico. E tutti lasciarono perdere.

Dora fu cresciuta come una femmina dai suoi genitori e dalle tre sorelle maggiori. I vestiti, l’educazione, la pettinatura, i lavori di casa. Dora era una bimba, in apparenza. Probabilmente non ci pensava, impegnata com’era a vivere la sua infanzia. Di fare domande non era proprio il caso, considerato l’ambiente di provincia e l’estrazione sociale umile della sua famiglia.

Ho indossato vestiti da ragazza dalla mia infanzia in poi. A partire da 11-12 anni, ho cominciato a essere consapevole che non ero una donna ma un uomo. Ma non ho mai chiesto ai miei genitori perché, pur essendo un maschio, dovessi indossare abiti femminili.” disse Dora anni dopo.

Ciò che Dora nascondeva tra le gambe diventò un tabù. Per questo si rifugiò nei silenzi, nella timidezza e nello spettro di un’adolescenza complicata che molti attraversano. Unica valvola di sfogo di Dora divenne lo sport.

heinrich ratjen
Dora Ratjen alle Olimpiadi di Berlino

Il salto in alto e la gloria iridata

Il salto in alto sembrava essere diventato per lei motivo di riscatto. Una disciplina difficile, tra le più ostiche dell’atletica leggera, ma fortemente simbolica per quello stacco dal suolo, risoluto e innaturale, tuttavia necessario per completare il salto, che ricorda il volo. E cos’è il volo se non libertà, emancipazione, autodeterminazione? Dora saltava per spiccare il volo, liberarsi da se stessa. Non possedeva lo stile raffinato delle sue compagne di squadra, dalle quali lei si teneva piuttosto in disparte, al contrario la sua forza grezza, che in realtà pulsava di testosterone, la rendeva vigorosamente selvaggia.

L’approdo di Dora alle Olimpiadi di Berlino del 1936 si incrociò con la storia di un’altra sportiva, Gretel Bergmann, classe 1914, straordinario talento dell’atletica tedesca. Senza dubbio la migliore saltatrice dell’epoca. La Bergmann era motivo di imbarazzo per il regime: il suo sangue era ebreo, e una sua eventuale vittoria sarebbe stata uno smacco per l’eredità sportiva lasciata ai posteri della Nuova Germania Nazista, costretta ad includere gli ebrei dai giochi su pressione americana.

Mentre gli americani erano già in viaggio, la Bergmann fu improvvisamente esclusa dalle Olimpiadi per non meglio precisati “scarsi risultati sportivi“, e al suo posto fu chiamata Dora, che diventò sua compagna di stanza. Anni dopo la Bergman (che riuscì a scampare all’Olocausto rifugiandosi negli Stati Uniti) rilasciò un’intervista al quotidiano Der Spiegel e parlò di Dora come di una ragazza “strana, schiva, che non si faceva mai la doccia insieme alle altre ragazze“, ma che probabilmente era solo molto timida.

Le Olimpiadi del ’36 portarono a Dora non più di un quarto posto. Podio perso per un niente, aspettative disattese. Ma ciò non le vietò di riprovarci due anni dopo, nel 1938, ai Campionati Europei in Austria. Dora non lo sapeva ancora, ma quella competizione fu il punto di non ritorno della sua vita, oltrepassato il quale nulla sarebbe stato più come prima.

Dora affinò il suo stile con duro impegno ed esercizio costante, nulla di meno di quello che ci si sarebbe aspettato da una ragazza con la sua tempra, adusa a non perdersi d’animo anche davanti alla più insopportabile delle fatiche. Arrivata in Austria Dora sapeva già di essere imbattibile, di possedere quel guizzo nelle gambe in più rispetto alle sue avversarie, ma anche di poter regalare a se stessa il riscatto di una vita che finora aveva rapito la sua vera essenza.

L’asticella fu posta a 1,67 metri. Altezza proibitiva per una donna, da record del mondo. L’assalto di Dora all’asta fu violento e liberatorio, i suoi passi veloci non solo una ricorsa ma una fuga da un’identità scomoda e ingombrante. E allora su di western roll con la gamba interna alzata, con un poderoso colpo di reni. Uno sforzo impetuoso. Quando Dora piombò sul materassino l’asta era intatta. Il suo non fu un salto, ma il miracolo di una vita.

Era medaglia d’oro e nuovo record del mondo. Dora aveva vinto.

La giovane Dora, con quei tratti da donna virago, era finalmente sul tetto del mondo. I flash cristallizzarono nel suo sorriso la gloria immortale che aveva reso allo sport e alla sua Germania. Fu senza dubbio il giorno più bello della sua vita.

Dora Ratjen prima classificata ai Campionati Europei di Vienna per il salto in alto.

E poi accadde.

“Die Katze ist aus dem Sack”

Dora rientrava a casa in treno, sulla linea Vienna-Colonia. Era così felice che avrebbe mostrato la medaglia a tutti i passeggeri del treno. Solo lei sapeva però che quel prezioso monile significava rinascita, coraggio, determinazione e rivincita. Tuttavia Dora custodì l’oro degli dei in valigia. Sarebbe tornata a Brema, dove l’avrebbero festeggiata, amata e portata in trionfo con orgoglio. Suo padre, sua madre e le sue sorelle l’avrebbero accolta con le lacrime agli occhi, fieri di un sangue nuovo e prezioso che scorreva nelle proprie vene. Un sangue d’oro, il più forte del mondo.

Ma Dora non tornò mai a Brema come Dora.

L’atleta destò l’attenzione di due donne che erano con lei in treno. La osservavano analizzando ogni suo comportamento, ogni sua espressione facciale. Scrutavano ogni angolo della sua pelle. Dora, avvolta in un severo tailleur con calze non aveva seno ma possedeva una corporatura forte, teutonica, vigorosa. A insospettire le due donne fu però un’ombra di peluria sulle guance di Dora. Barba, probabilmente.

Che avessero davanti un uomo travestito da donna? Sarebbe stato inammissibile, scandaloso e oltraggioso per la morale comune. Le due donne in breve tempo scatenarono un’orda di sospetti attorno alla povera Dora, che fu bloccata dal capotreno e costretta a scendere alla prima fermata, Magdeburgo. Qui “l’uomo travestito da donna” (il travestitismo era un reato nella Germania nazista) fu condotto alla stazione di polizia ferroviaria e interrogato.

dora ratjen foto segnaletica
Foto segnaletica di Dora Ratjen

Di ciò che successe dopo non esiste ancora oggi una ricostruzione fedele, ma solo le dichiarazioni dei soggetti interessati.

Si sa che Dora esibì i suoi documenti, mostrò la sua medaglia, si presentò come una grande atleta che aveva onorato il Reich ai campionati europei. Ma non erano le glorie sportive a interessare i suoi interlocutori. Dora non era più Dora, ma solo il suo corpo mascolino, i lineamenti spigolosi, le cosce tornite, i peli sul petto. Dentro di lei si fece strada un’idea tanto pericolosa quanto irresistibile: parlare. Raccontare tutto. La sua nuova vita, che era appena cominciata, sarebbe finita nel bel mezzo di un viaggio in treno. L’ansia di Dora si mosse furtiva nel territorio suadente di un’opportunità da non rifiutare. Avrebbe smesso di legarsi i genitali, di comportarsi come la ragazza che non era, di indossare abiti femminili, di mentire, di sentirsi a disagio per essere un uomo costretto a vivere come una donna.

Die Katze ist aus dem Sack“. Il gatto è uscito dalla scatola, disse. “Sì, è possibile che io sia un uomo“. Fu come la confessione di un innocente stremato dalle torture purché le sue tribolazioni abbiano fine. Dora fu spogliata, fotografata, esaminata. Non aveva mentito, era un uomo. “Nel pene l’uretra si apriva come una sorta di taglio grossolano, dalla punta del glande fino allo scroto” riportano le fonti. Nient’altro che ipospadia, che insieme al criptorchidismo, ossia la mancata discesa dei testicoli nel sacco scrotale, avevano convinto la levatrice di Brema che Dora avesse una vulva, e quindi fosse una neonata.

Oggi si parlerebbe più correttamente di intersessualità, sulla quale spesso si interviene alla nascita attraverso l’asportazione di uno dei due sessi presenti negli organi di riproduzione, a seconda delle legislazioni nazionali (https://www.blmagazine.it/piu-diritti-intersessuali-stop-discriminazioni-parlamento-europeo/ per saperne di più).

Un errore di valutazione di pochi secondi, il classico battito di farfalla che era diventato uragano, che aveva portato Dora fino a lì, in quel commissariato di polizia, nudo nel mondo, solo con il suo segreto rivelato.

dora ratjen genitali
Dora Ratjen, foto identificativa

Fu arrestato per frode sportiva. Il 10 marzo 1939 il pubblico ministero dichiarò che, non potendo trattarsi di frode, in quanto non vi era nessuna intenzione da parte dell’imputato di trarre lucro dai fatti, Dora poteva tornare in libertà. Il 29 marzo successivo il padre di Dora scrisse alle autorità comunali chiedendo che il nome di sua figlia venisse cambiato in Heinrich.

Dora era dunque morta su quel treno nello stesso momento in cui lo sguardo indagatorio di due donne l’avevano spogliata di un vestito scomodo. E con Dora furono cancellate per sempre le glorie sportive. La medaglia le fu confiscata e assegnata alla seconda classificata e il suo nome cancellato dai registri del Campionato Europeo.

In seguito Heinrich diventò Heinz, rincorrendo l’oblio di un passato che ormai apparteneva a qualcun altro. Fu costretto a passare qualche mese di ricovero in una clinica psichiatrica per accertamenti, e successivamente – per fortuna – gli fu risparmiato l’Olocausto riservato ai transessuali. Tornò a Brema, in bassa Sassonia, dove cominciò a occuparsi dell’attività di famiglia, il bar, finalmente in abiti maschili.

Di Heinz si sa poco altro. Rilasciò un’intervista nel 1957 nella quale raccontò tutto, ammettendo di aver partecipato alle Olimpiadi “per la gloria della Germania”, dopodiché rifiutò tutti i contatti col mondo esterno e condusse una vita ritirata fino alla sua morte a novant’anni, sempre a Brema, il 22 aprile del 2008.

Nei registri del Comitato Olimpico Internazionale Heinz compare ancora come Dora, partecipante per la Germania alle Olimpiadi di Berlino nel 1936, con il suo quarto posto e la prestazione di 1,58 m. L’unico lascito di Dora come donna consegnato all’eternità.

Nicola Napoletano
Scritto da

Sono nato a Monopoli (BA) 34 anni fa. Cresciuto a pane e prosciutto e una passione smodata per la scrittura, oggi mi divido tra la Puglia e la Città Eterna. Amo il mare azzurro, i violini nei film di François Truffaut e le poesie di Saffo. Su BL Magazine mi occupo di diritti umani, cultura e spettacolo.

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