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Storie e Culture

Ecco perché NESSUN ITALIANO dovrebbe battere le mani al ritmo della Marcia di Radetzky.

Capodanno significa concerto in mondovisione dell’Orchestra Filarmonica di Vienna al Musikverein.


Evento spettacolare che apre culturalmente ogni anno solare dal 1939. Innumerevoli musicisti di fama internazionale e numerosissimi direttori d’orchestra storici si sono succeduti per questo evento imprescindibile della musica classica. Tradizionalmente a chiudere il concertone c’è l’immancabile Marcia di Radetzky scritta da Johann Strauss padre. Immancabilmente, secondo la consuetudine, il pubblico presente in sala partecipa attivamente all’esecuzione battendo il tempo con le mani. Spesso lo stesso direttore d’orchestra si volta verso la platea e dirige tutti i presenti nella sala conducendoli come fossero un altro strumento.

Questo componimento celeberrimo è una marcia militare scritta in onore dell’ottantaduenne comandante in capo dell’esercito imperiale, Johann Joseph Wenzel, conte Radetzky Von Radetz. Radetzky viene ricordato per aver soffocato i moti liberali italiani in opposizione all’impero Asburgico del 1848.

Quando parliamo del 1848 immediatamente dobbiamo pensare alle 5 Giornate di Milano: uno dei primi moti insurrezionali popolari che portò nel giro di vent’anni all’unità d’Italia. In quell’occasione il vecchio maresciallo in maniera più che violenta soffocò la popolazione militarmente e riconquistò Milano. Una mattanza di civili passata alla storia.

Il quadro storico

Nel 1848 Milano era capitale del Regno Lombardo-Veneto, parte dell’Impero austriaco. Nella città il malcontento era diffuso da tempo. La tensione tra milanesi e austriaci (gli 8.000 soldati della guarnigione austriaca erano agli ordini dell’ottantaduenne generale Josef Radetzky, comandante anche di tutte le truppe austriache nel Lombardo-Veneto), crebbe con il passare dei mesi: ogni gesto della parte avversaria veniva interpretato negativamente, come una provocazione se fosse stato aggressivo (come furono molte azioni ordinate dal poliziotto austriaco Luigi Bolza) o come un segno di debolezza se, al contrario, i gesti risultassero di natura pacifica e moderata. Nel settembre 1847 fece il suo ingresso in città il nuovo arcivescovo Carlo Bartolomeo Romilli, che sostituiva l’austriaco Karl Kajetan von Gaisruck; i festeggiamenti per la nomina di un arcivescovo italiano, con un insistente canto dell’inno a Pio IX, provocarono la reazione della polizia, che caricò la folla in piazza Fontana, uccidendo un milanese e ferendone altri. Nello stesso periodo gli animi iniziarono ad infiammarsi in seguito all’arrivo di notizie circa i moti di ribellione calabresi e divenne di moda indossare cappelli tronco-conici detti alla calabrese o anche all’Ernani, rifacendosi al protagonista dell’opera di Verdi letta in chiave antiaustriaca. Nei primi giorni del gennaio 1848, per protestare contro l’amministrazione austriaca, i milanesi decisero di non fumare più, volendo in tal modo colpire le entrate erariali provenienti dalla tassa sul tabacco. Per tutta risposta il comando austriaco ordinò ai soldati di andare per strada fumando ostentatamente sigari, aggredendo i passanti e forzandoli a fumare. I soldati furono anche provvisti di abbondanti razioni di acquavite e negli alterchi con i cittadini non esitarono ad usare le daghe. Al termine di tre giorni di reazione austriaca allo sciopero, si contarono 6 morti e oltre 80 feriti fra i milanesi. Il militare austriaco Karl Schönhals, nelle sue memorie, riferisce che le prime violenze, che fecero degenerare il clima di tensione dovuto alle minacce che si rivolgevano a chiunque osasse fumare o giocare al lotto, vennero avviate il 3 gennaio dai membri del club gravitante intorno alla Pasticceria Cova. Questi passarono dall’insultare fino all’assalire con le pietre i militari che andavano in giro a fumare i sigari, in particolare i granatieri italiani che ne fumavano allegramente due alla volta.

Josef Radetzky

A scontri ultimati, Josef Radetzky ricevette da Gabrio Casati un resoconto in cui si tentava di far passare i cittadini come pacifici e i soldati come provocatori, pretendendo che questi ultimi smettessero di fumare per strada, ma il Feldmaresciallo respinse quella pretesa. Passò qualche mese e il 17 marzo si diffuse in città la notizia delle dimissioni di Metternich a seguito della insurrezione popolare a Vienna. La notizia spinse a decidere di approfittare dell’occasione per organizzare il giorno successivo una grande manifestazione pacifica davanti al palazzo del governatore (nell’attuale piazza Mercanti) per richiedere alcune concessioni tese a dare maggiore autonomia a Milano e alla Lombardia: abrogazione delle leggi più repressive, libertà di stampa, scioglimento della polizia, deferimento al comune di Milano della responsabilità sull’ordine pubblico e istituzione di una Guardia Civica agli ordini della municipalità. Il 18 marzo 1848 la manifestazione pacifica ben presto si trasformò in un assalto: O’Donell, rappresentante del governatore Spaur, venne costretto a firmare una serie di concessioni e in tutta Milano cominciarono i combattimenti in strada. Radetzky isolò la città dall’esterno posizionando 20.000 soldati austriaci attorno a Milano programmando l’assalto. Inoltre gli Austriaci erano in possesso di quasi tutti gli edifici pubblici, delle caserme, degli uffici di polizia e del Duomo, dal cui tetto gli Jäger sparavano ai rivoltosi che capitavano nella loro area di tiro. Il 19 marzo i milanesi avevano allestito circa 1.700 barricate, difese anche dalle finestre e dai tetti delle abitazioni, che a volte vennero private dei muri per creare vie di comunicazione più veloci. La scarsità di armi da fuoco portò i milanesi a usare i fucili esposti nei musei e ad assegnarli solo ai tiratori più esperti. Le strade vennero dissestate e cosparse di ferri e vetri per rendere impossibile l’azione della cavalleria. Il 20 marzo Radetzky diede ordine a tutti i distaccamenti sparsi per Milano di trincerarsi nel castello e di mantenere il controllo della cinta muraria, permettendo così a Luigi Torelli e Scipione Bagaggia di salire sul Duomo per porre simbolicamente il tricolore italiano sulla guglia della Madonnina. Per quanto sembrò palese una capitolazione asburgica, poco dopo le truppe sardo-piemontesi tardarono ad arrivare permettendo dunque una riorganizzazione delle truppe asburgiche in territorio veneto. I Moti milanesi ed il loro governo provvisorio furono una breve parentesi pre unitaria. Infatti le truppe austriache riconquistarono subito i territori del lombardo veneto bagnando col sangue città, paesi e villaggi.

Il conto delle vittime italiane è altissimo. Dopo tutti questi tafferugli nel nord della penisola Italiana, a Vienna si iniziò a parlare del vecchio maresciallo Josef Radetzky come dell’eroe-ammazza italiani.

La Storia della Marcia di Radetzky

Anche Vienna stava vivendo parentesi di guerrilla urbana. I filo asburgici, però, erano in netta maggioranza. Gli intellettuali monarchici, dunque, videro di buon grado le vittorie del vecchio maresciallo in Italia e, ovviamente, utilizzarono le sue gesta come propaganda: una vero e proprio deterrente per tutti i repubblicani austriaci. L’intraprendente Friedrich Pelikan, funzionario statale e anche proprietario del ”Cafè-pavilion” sulla Wasserglacis di Vienna, insieme a Carl Hirsch (un esperto di illuminazioni), Pelikan colse al volo la vittoria di Radetzky per organizzare per la sera del 31 agosto 1848 nel suo ”Cafè-pavilion” sulla distesa verde della Wasserglacis un “Festival per la Gran vittoria”, con allegorica e simbolica rappresentazione e luminarie eccezionali, in onore dei nostri coraggiosi soldati in Italia, e per beneficenza ai soldati feriti”.I volantini che pubblicizzarono l’evento del 31 agosto annunciarono anche che il direttore dei balli imperiali di corte, Johann Strauss avrebbe diretto la musica avendo l’onore di dare l’anteprima, tra i vari brani musicali, anche di una nuova marcia dal titolo Radetzky-Marsch, composta in onore del comandante e dell’esercito imperiale. Secondo l’amico e collega musicista di Strauss, Philipp Fahrbach senior,la marcia prevista per i festeggiamenti, al 13 di agosto, non era stata ancora creata. Tuttavia, grazie alle pressioni di Fahrbach, Strauss scrisse il nuovo lavoro in appena due ore. Il successo della Radetzky-Marsch fu evidente fin dall’inizio.


Tale marcia divenne molto celebre per tutto l’800 ma, come i grandi tormentoni estivi, cadde nell’oblio dopo qualche decennio. La Marcia di Radetzky, ovviamente, ogni tanto faceva capolino qui e lì nelle scalette dei teatri mondiali ma non in Italia ovviamente. Solo quando fu istituito il Concerto di Capodanno dell’Orchestra Filarmonica di Vienna al Musikverein che fu reinserito come brano di chiusura del concerto, riabilitando questo brano (chissà se gli austriaci sanno cosa significhi realmente?)

In Italia

Fu soltanto nel 1967 che tale marcia, ovviamente sbiadita di significato, entrò nelle scalette delle bande e delle orchestre italiane. Il Maestro Nino Rota, conosciuto per le colonne sonore indimenticabili dei film di Federico Fellini, commissionò al maestro del Conservatorio di Lecce, Antonio Reino, di adattare le partiture di questo vecchio brano per le bande da giro. Fu così che anche in Italia si sdoganò la Marcia di Radetzky.

Di origine Abruzzese, ma ramingo come un nomade. Di molteplici interessi ogni sabato su Bl Magazine con la rubrica BL LIBRI.

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