(Editoriale a cura di Giannicola D’Angelo)
L’atmosfera del Natale. Telecamere e microfoni puntati verso i guerrieri nell’arena del dibattito su
presepi e crocifissi nelle scuole.
Questa diatriba non è un’esclusiva della Terza Repubblica. La mia memoria inquadra perfettamente la
stessa questione già a fine anni ’90, in un mondo che in una sola manciata di lustri di distanza sembra
però già profondamente diverso.
Era la fine del 1999, il nuovo millennio sul collo. Nella mia classe di geometri all’Istituto tecnico
commerciale “G. Manthonè” di Pescara la questione non si poneva: oziavamo dinanzi ai simboli della
Cristianità e il nostro sguardo era più in basso del muro.
Ci accorgemmo ben presto però che quel mostro divoratore dell’opinione pubblica ci esortava a
discutere e risolvere un problema che non avevamo. “Vogliamo parlarne?” ci chiedemmo, “Ok,
parliamone” ci rispondemmo.
Il nostro contesto al tempo era composto da un gruppo di ragazzi e poche ragazze che dal punto di vista
etno-culturale era rigidamente omogeneo: eravamo tutti figli secolari della periferia urbana e della
provincia pescarese e il concetto di “offesa” su questo tema, in un modo o nell’altro, non ci toccava
minimamente.
La discussione si alternò tra favorevoli, contrari e ignavi che a cadenze alternate annuivano o
dissentivano senza proferir parola.
La svolta del dibattito avvenne quando con alcuni insegnanti iniziammo a chiederci: “Cosa ci
rappresenta e che vorremmo mettere su quel muro in compagnia del crocifisso?”. La cosa ci illuminò.
Dal giorno seguente ognuno di noi iniziò ad affiggere i simboli del proprio presente, sotto la supervisione
dei professori che si assicuravano del rispetto minimo di decoro, decenza e legalità.
C’era chi affisse il suo idolo calcistico, chi il suo attore o cantante preferito, chi invece le immagini degli
scontri alla manifestazione no-global di Seattle di alcune settimane prima, chi l’effige di Che Guevara,
chi attaccò a quel muro una locandina promozionale sull’uscita del sistema operativo Windows 2000,
chi ci mise il disegno di un crossover tra il clown di McDonald’s e Pennywise.
Su quel muro, intorno a una dozzinale copia industriale del Cristo morente, si potevano ammirare alla
fine anche Kurt Cobain, i Metallica, l’ingresso della Brigata Maiella a Bologna all’alba del 21 aprile 1945,
De Niro in “Quei bravi ragazzi”, la modella Megan Gale nella promozione del gestore telefonico Omnitel,
la Gialappa’s Band, lo Stadio Adriatico, Martin Luther King, Berlusconi che annunciava la “discesa in
campo” nel 1994, i Beatles, le Spice Girls, il Dj Claudio Coccoluto a Ibiza o giù di lì, Pertini, Magnotta,
Guccini, la linguaccia di Einstein e un “incazzeto” Lino Banfi ne “L’allenatore nel pallone”.
Insomma, su quel muro c’era il nostro presente arricchito dall’alterità della cultura e del costume: un
pastiche ideologico e visionario che dava forma alla realtà, in una liturgia umana, troppo umana. Era ciò
che ci influenzava in quella parte di esistenza di ragazzi caotici ma pensanti e il crocifisso, ci piacesse
o no, era lì, parte di quella magnifica opera d’arte spontanea che avevamo creato e che ci accompagnò
per tutto l’anno scolastico.
Imparammo da soli che le cose coesistono, possono collimare o divergere, ma si concretizzano nella
nostra quotidianità e rappresentano simbolicamente il tratto di strada in cui ci troviamo. Ogni contributo
affisso su quel muro aveva una storia, il suo inizio, la sua fine, i suoi sviluppi, le sue contingenze storiche
e contemporanee e se qualcosa si fosse staccato avrebbe creato un vuoto disturbante, crocifisso
compreso. La nostra religione invisibile, quella delle cose che ci ispiravano a diversi livelli di profondità
si reggeva lì tra nastro adesivo e chiodi e nessuna immagine sovrastava l’altra. Era il mosaico del nostro
vivere insieme, erano pezzi di noi.
Eravamo una classe di zoppicanti geometri, senza alcuna didattica in ambito morale o filosofico e
l’educazione civica era una scelta fuori programma. Arrivammo al quinto anno in 9. Avevamo le mani
sporche ed eravamo bellissimi.




