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Spettacolo

FANNY E ALEXANDER: il capolavoro da Oscar di Ingmar Bergman

Da parte mia, io sono ateo. Se sei stato cresciuto come mago e hai imparato tutti i trucchi fin da piccolo, allora puoi fare a meno della interferenza soprannaturale. Come mago io creo il credibile. Gli spettatori provvedono all’incredibile.

Fanny e Alexander (Ingmar Bergman, 1982)

Basterebbe questa massima per riassumere non solo il senso dell’ultimo capolavoro di Ingmar Bergman ma l’essenza stessa di tutta la sua ricerca artistica. In effetti tra tutti i registi europei vincitori agli Academy Awards, Bergman è stato forse, insieme a Federico Fellini, colui che più di ogni altro ha trasfigurato la sua vita col cinema innalzandolo a forma d’arte totale.


Non sarebbe sufficiente un singolo saggio parlare della sua immensa produzione (40 film per il cinema, 18 per la televisione, più tutta la produzione teatrale), quindi ritengo opportuno parlare di Fanny e Alexander, la summa totale del suo cinema e della sua stessa vita, la chiave magica e allo stesso tempo terribile del suo mondo.

L’idea iniziale dell’autore svedese era quella di un unico passaggio televisivo diviso in cinque puntate per una durata totale di circa cinque ore e mezza. A causa dell’enorme sforzo produttivo il solo passaggio televisivo fu bocciato e la durata del film dimezzata a poco più di tre ore per l’uscita in sala. Ad oggi la versione cinematografica è quella conosciuta dai più.

Agli Oscar del 1984 il film si aggiudicò quattro statuette (miglior film straniero – quarto Oscar per Bergman – miglior fotografia, miglior scenografia e migliori costumi), un record per un film in lingua straniera toccato solo nel 2001 dal taiwanese La tigre e il dragone di Ang Lee e probabilmente superato quest’anno dal Roma di Alfonso Cuaròn.

Dentro alla lanterna magica

Ma di cosa vuole parlarci Ingmar Bergman nelle quasi sei ore di Fanny e Alexander? In realtà attenendoci solo alla trama essa appare piuttosto semplice. La storia si svolge a Uppsala nel 1907, città natale del regista, presso una grande famiglia di teatranti, gli Ekdahl. Due fratelli, Alexander e Fanny, vivono nell’agiatezza della loro grande casa con i loro genitori, la loro nonna, zii e cugini. Quando per un’improvvisa malattia il padre di Fanny ed Alexander muore, la loro madre succube del vescovo Vergérus segue quest’ultimo in seconde nozze il quale sottoporrà i due bambini ai suoi modi educativi spietati, privandoli persino dei loro giochi e della loro immaginazione. Grazie ad un antiquario e mago ebreo e probabilmente anche per mezzo di un intervento divino, i due bambini troveranno la liberazione, ma non prima del passaggio di Alexander di fronte ai propri demoni in un’inquietante notte nella bottega dell’antiquario.

Come affermato da Bergman stesso Fanny e Alexander è un “arazzo, un’immensa tappezzeria dove ognuno può scegliere cosa vuole vedere”. Ciò significa che il film si apre a molteplici interpretazioni, talvolta sfuggenti e persino incomprensibili razionalmente. Esso si configura come una vera autobiografia dell’autore e allo stesso tempo sognata e terribile attraversando tre fasi di racconto a cui corrispondono tre toni narrativi diversi e altrettante tre eccezionali scelte fotografiche di Sven Nykvist.

La prima parte del film è dominata dalla leggerezza e dalla commedia: i due bambini si accingono a festeggiare il Natale con tutta la loro famiglia in un clima di assoluta convivialità. La dominante cromatica è il rosso, un rosso che emana calore, molto diverso rispetto a quello dolente di Sussurri e grida, per esprimere il clima di festa e la sicurezza familiare.

Il Natale in casa Ekdahl in una scena del film

Nella seconda parte è il bianco e il grigio a dominare ed un tono narrativo molto drammatico. Dopo la morte dell’adorato padre e il matrimonio della loro madre col vescovo Vergérus, il mondo per Fanny e Alexander ha perso i suoi colori: niente più giochi e il loro teatro per dare libero sfogo alla loro immaginazione ma solo la fredda casa del patrigno che nasconde terribili segreti.

Nella terza parte l’inquietudine e le tonalità horror prendono il sopravvento; l’antiquario ebreo libera i due bambini ed Alexander si ritroverà a vagare nei meandri più nascosti della sua spettrale bottega in una fotografia fosca e a tratti allucinata a riflettere sulla (non) esistenza di Dio, sulla morte e sul suo stesso destino attraverso il personaggio dell’androgino Ismael, chiaro riferimento all’Ismaele biblico, profeta e voce di Dio, l’Io più intimo e puro non solo di Alexander ma dell’uomo stesso, quindi tenuto chiuso per la sua pericolosità e con un sesso non definito per esprimere la sua universalità.

Una vita reale e sognata

Oltre a queste numerose simbologie non sempre spiegabili, il film può essere considerato come il testamento artistico e soprattutto spirituale di Ingmar Bergman, un condensato di quarant’anni di cinema. In esso troviamo tutti i temi cari al regista come la famiglia vista un come luogo di contrasti ma soprattutto come luogo ideale a cui tornare sempre (mirabile la scena finale del film in cui Alexander, poggiato sul grembo di sua nonna, gli legge una storia),  la costante assenza di Dio, il filo conduttore di tutta l’opera di bergmaniana, assente soprattutto in quei luoghi dove dovrebbe manifestarsi, come nella sinistra casa del vescovo, e il doloroso ricordo della cattiveria di suo padre che l’ha segnato per tutta la vita, narrata in modo angosciante poco prima della conclusione del film: “Non ti libererai mai di me!” tuona il fantasma del vescovo ad Alexander, un monito che si porterà sempre dietro.

Ingmar Bergman sul set di Fanny e Alexander

Fanny e Alexander oggi è considerato non solo il capolavoro assoluto di Ingmar Bergman insieme a Persona, ma uno dei più grandi film della storia del cinema. In esso l’autore ha avuto l’intuizione geniale di rielaborare il dolore della propria vita esponendone i fatti più veritieri eppure rielaborati attraverso i propri sogni e i propri incubi. In questo modo il cinema e l’arte in generale diventano il mezzo attraverso il quale l’artista cura sé stesso creandosi da solo una luce in fondo al proprio abisso.

In definitiva riscoprire l’ultima fatica di Bergman dopo trentasette anni vuol dire non solo entrare in diretto contatto con una delle più grandi menti del Novecento ma anche perdersi in un’opera affascinante e ambigua, in anni in cui la magia del cinema sembra essere sempre di più relegata all’uso di effetti digitali che annichiliscono la fantasia degli spettatori. Ed è proprio questa la principale chiave di lettura del film, la fantasia, a cui Alexander si aggrappa nei momenti più drammatici a costo di violente punizioni da parte del patrigno e a cui lo stesso Bergman si è attaccato per la realizzazione del film.


A tal proposito ecco cosa ci dice nonna Helena nella conclusione: “Tutto può accadere, tutto è possibile e verosimile. Il tempo e lo spazio non esistono. Su una base insignificante di realtà l’immaginazione fila e tesse nuovi disegni.”

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Un misto tra Des Esseintes e Ludwig

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