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“FAR” non è solo il titolo di un album ma una vera e propria fede, per Kaput Blue. Andare lontano, oltre i propri confini mentali, oltre le distanze, perché la musica è un linguaggio capace di abbattere ogni limite.

Viene da Corato (BA) questo giovane cantautore. Una piccola dimensione di provincia, dove l’unico groove possibile sembra essere quello della propria routine, e dove non è facile per un giovane artista appassionato di R&B trovare l’espressione ideale della propria fede musicale.

FAR“, tuttavia, il suo EP di debutto (prodotto dalla Angapp Music), è un’opera complessa contaminata da più stili: new soul, trap, elettronica, e nasce proprio lì per volare lontano. Quattro pezzi molto caratterizzati e bene inseriti nel genere a cui sono ispirati, dal respiro internazionale. È una storia di caparbietà, amore per la musica e fortunati sodalizi artistici quella di Antonio, in arte Kaput Blue, che merita di essere raccontata.

Parliamo anzitutto del tuo nome: Kaput Blue. Da dove nasce l’idea di un nome d’arte “con nome e cognome”?

In realtà non è un “nome e cognome”, ma un vero e proprio progetto musicale. Ho pensato anzitutto al blu, che oltre ad essere il mio colore preferito è anche un elemento ricorrente che ho sempre ritrovato in tutte le fasi della mia produzione musicale. Anche quando penso a copertine, artwork, mi viene sempre in mente al colore blu. Oltretutto, più banalmente, crea sempre degli allacci a tantissime cose: mare, cielo. Poi però ho anche realizzato che in inglese la parola “blue” può anche significare nostalgia, o malinconia… e la mia musica non vuole esprimere sensazioni simili, bensì il contrario. Pertanto ho deciso di “rompere” il vero significato di blue apponendo la parola “Kaput”, che in tedesco può essere assimilato a “rompere”, al blue. Ho scelto il tedesco perché altre lingue non mi suonavano bene. E casualmente c’è un’assonanza col mio cognome, Caputo. Ma è davvero una curiosa combinazione.

Con “Kaput Blue” ho sentito il bisogno di distaccarmi da tutto quello che avevo fatto, musicalmente, nella mia vita prima di “FAR”.

In particolare da cosa hai voluto distaccarti o, parafrasando il titolo del tuo album, “allontanarti”?

Da un certo modo di vivere l’R&B con produzioni smaccatamente pop, che non avevano mai colpito il segno e nelle quali non mi rispecchiavo.  Non ero mai riuscito a trovare dei producer che mi capissero artisticamente.

E poi cos’è successo?

Un incontro fortunato. Dopo vari tentativi sono stato contattato dagli Uponcue, un duo composto da dj di musica elettronica, oggi producers, Martino Tempesta e Simone De Venuto, tra l’altro molto stimati a Corato e dintorni perché già dj resident in locali noti della zona e molto apprezzati in tutta Italia. Mi hanno invitato nel loro studio e mi hanno coinvolto nei progetti della Angapp Music, un’etichetta locale per la quale si occupano anche di fare scouting. Avevo già due pezzi pronti e li ho sottoposti alla loro attenzione, e hanno cominciato a lavorarci. 

Come si è sviluppato il progetto di FAR?

Io avevo una determinata idea di quale direzione dovesse intraprendere il mio progetto musicale, ma come ho detto prima non c’era nessuno che la recepisse. In una realtà provinciale un genere simile, l’R&B elettronico, con influenze anni ’80, non è propriamente quello in cui la gente si riconosce, magari viene bollato come rumore e finisce lì. Gli Uponcue,  e non mi sembrava vero, avevano capito perfettamente a quale mondo musicale volevo attingere. Ho dato loro la vocal pulita dei pezzi che avevo scritto e loro ci hanno costruito attorno una struttura sonora perfetta. 

Tutti i pezzi di FAR sono cantati in inglese. Sono nati già così o li hai tradotti per esigenze artistiche?

Sono nati così. Io non scrivo in italiano per via delle influenze musicali della mia vita. Ho sempre ascoltato R&B americano, Mariah Carey, Stevie Wonder, Lionel Richie, Whitney Huston. Ci sono pochissimi casi di r&b scritto e prodotto in italiano. Per questo non sarei mai riuscito a scrivere pezzi nella mia lingua. Devo dire che la mia formazione e gli studi di pianoforte mi hanno aiutato molto nella composizione. 

Hai studiato anche canto?

Sì, ho avuto diversi maestri di canto. Ad un certo punto, dopo aver lasciato il pianoforte perché reputavo più interessante coltivare lo strumento “voce” mi sono affidato a diversi maestri, che potessero aiutarmi ad avere una visione più ampia possibile delle mie potenzialità vocali sia come tecnica che come stili di interpretazione, la tenuta del palco…  volevo trovare un mio assetto insomma.

Tornando agli Uponcue, che tipo di “vestito” hanno fatto indossare ai tuoi pezzi? 

Ci sono brani dall’elettronica più “acid”, così come R&B più puro, new soul e anche qualcosa di trap, che oggi va per la maggiore. La particolarità è che il velo di ascoltabilità resta pop, così come la struttura stessa dei miei pezzi è pop, questo chiaramente per arrivare a più persone.

Prima dell’ep è arrivato LIU, che è uscito a marzo e ha fatto un po’ da apripista all’intero progetto, ma alla fine non è stato inserito nell’album. Come mai?

LIU ha voluto battezzare l’incontro tra me e gli Uponcue. Da agosto il rapporto umano e professionale che si è sviluppato tra di noi è stato forte, e alla fine del lungo lavoro sull’album, a marzo, ci siamo resi conto che nessuno sapeva ancora del progetto. Gli Uponcue mi hanno fatto sentire questa traccia strumentale da loro composta che era assolutamente fuori dal disco, eravamo ormai nella fase di mastering, di controllo dei volumi e tutto il resto, era quindi possibile intervenire, ma non appena ho avuto tra le mani questa base ho cominciato a scriverci sopra una melodia e un testo. E abbiamo deciso di inciderla perché ci sembrava radiofonica, bella, piacevole da ascoltare.

LIU rappresenta un incrocio di intenti: FAR nasce da testi e musiche mie attorno alle quali gli Upocue hanno inventato un mondo sonoro, LIU parte da una loro base strumentale sulla quale ci ho scritto un testo. La chiusura ideale di un cerchio, insomma.

 

 

Poi è uscito FAR il 27 aprile. Perché hai scelto proprio “Far” come title-track?

Volevo trovare un filo conduttore tra i quattro brani dell’EP. Le mie canzoni affrontano tantissime tematiche: amare senza confini, abbattere ogni limite mentale, escludendo pregiudizi e tutto ciò che si frapponga tra noi e la nostra serenità. FAR mi sembrava la sintesi perfetta di questo percorso. Lo dico anche nel brano, “Now I wanna take you far”, voglio portarti lontano, non solo in senso figurato ma anche fisicamente, dal marcio che ci fa impantanare in un mondo che non ci piace. 

Il primo singolo, Booty Call, sta andando benissimo in radio – è nella top 100 della classifica MEI dei singoli più trasmessi – ha una sonorità sfacciatamente anni ’80 e un testo molto forte. Ce ne vuoi parlare?

Sì, in Booty Call, che in inglese è un invito piuttosto esplicito ad un contatto sessuale, parlo del disagio che può comportare una “booty call” fatta attraverso i mezzi tecnologici. Non è una condanna ma un auspicio a superare situazioni che intasano le normali dinamiche tra una persona all’altra. 

Racconta di una persona – il brano è assolutamente impersonale – che è condannata a non vivere una relazione stabile, e ad un certo punto viene spronata dai suoi amici a mettere la testa a posto. Trova questa persona dalla bellezza innocente che gli piace molto, ma si scontra con un grande limite: non riesce mai a “vivere” questa persona se non attraverso i mezzi tecnologici. Nel brano ripeto “booty call” a ripetizione, ossessivamente, proprio per denunciare questa ripetitività che non porta da nessuna parte.

C’è qualcosa di autobiografico in questo pezzo?

Su booty call in particolare mi sono basato sulla mia esperienza, ma in generale nei miei pezzi mi ispiro, oltre che alla mia vita, anche a quella di persone a me vicine.

 

 

Un altro pezzo è “No judgement”, che parla di abbattere i pregiudizi. Mi ha colpito una frase del brano, There’s no direction in my action“.

Esatto, “non c’è niente che qualcuno possa impormi”. È una canzone che parla di quanto sia importante eliminare i pregiudizi che possono bloccare una normale conoscenza tra le persone. Cerco di combattere le differenze e le diversità di ogni tipo. C’è questa persona che rivela inizialmente di sentirsi un po’ stretta nelle vesti che la società vuole cucirgli addosso, e alla fine realizza che non c’è niente di male nel vivere a modo proprio, fregandosene dei pregiudizi delle persone.

Chiude l’EP l’unica ballad, You Say, che è anche il brano più soul. 

Sì, è una ballad molto triste, volutamente triste.
Parla di una situazione che oggi definiremmo “friendzone”, una relazione insana che porta a ridursi allo schifo. Quando pensiamo ogni giorno a una persona che non ricambia cerchiamo sempre di aggrapparci a qualunque cosa pur di alimentare un fuoco ormai spento, ma che però non si riaccende mai. In “You say” c’è quindi un invito a prendere consapevolezza che se una storia non va dobbiamo ammetterlo a noi stessi, altrimenti finiremo per diventarne schiavi. C’è una frase all’inizio che dice “You say that is too much when I put my hand around your neck” (dici sempre che è troppo quando ti metto la mano attorno al collo). Quando anche un gesto semplice e intimo come questo viene negato, vuol dire che c’è un rifiuto di base.

Il disco si caratterizza anche per richiami al trap. Lo hai voluto tu o ti è stato indirizzato?

Io sono amante dell’hip hop anni 90, e la trap è nata in quegli anni. Quella che attualmente si sente in radio è un’unione di tanti suoni derivanti dalla trap autentica di quel periodo. Gli Uponcue hanno seguito la linea attuale della trap ma cogliendone l’essenza. Quella di Ghali e Sfera Ebbasta non avrebbe avuto attinenza con ciò che racconto nei miei testi, abbiamo quindi preso la beat trap per eccellenza da manuale, da antologia, un beat proprio matematico e l’abbiamo inserito. Tra gli artisti che hanno anche realizzato trap e che seguo c’è sicuramente The Weeknd.

Come procede la promozione di FAR?

Attualmente sto facendo ogni giorno interviste radiofoniche in giro per l’Italia. Siamo partiti da Messina per poi salire. Abbiamo cominciato dalle radio indipendenti e finiremo poi con quelle più grandi. 

Al di là della promozione via radio sta funzionando tantissimo il passaparola dei social, dei quali abbiamo curato una promozione mirata. Il video di Booty Call sta diventando virale e sta raggiungendo le 30mila visualizzazioni. La gente mi segue, mi scrive su facebook e instagram e questo mi fa enormemente piacere.

Sono in programma dei live?

Sto stilando una scaletta per fare da spalla artisti affermati che fanno un genere simile al mio, che verranno in concerto qui da queste parti. Stiamo lavorando ad alcuni appuntamenti estivi quest’estate, appena si avranno notizie e date certe chiaramente saranno diramate sulla mia pagina ufficiale.

Progetti futuri? 

Tanti. Siamo solo all’inizio. Sto scrivendo nuovi pezzi, con collaborazioni molto forti. A luglio uscirà un remix di Booty Call firmato da un produttore/rapper molto noto nella scena hip hop nazionale. Booty call avrà un’atmosfera quasi cubana, sarà molto diverso da com’è adesso. E poi molto altro, tante contaminazioni, pur rimanendo fedele al mio genere. 

“FAR” è disponibile su Spotify e su tutte le piattaforme digitali!

Scrivo per la stampa locale, gioco a fare il blogger. Laureato in Economia. Pugliese integralista. Eclettico.
Mi piacciono i violini nei film di Truffaut, le poesie di Sandro Penna e i Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes.