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Storie e Culture

Giorno della memoria e Porrajmos, l’olocausto rom: un’intervista a Gennaro Spinelli

Oggi è la giornata della memoria, una giornata in cui bisogna ricordare ricordare tutte le vittime dell’Olocausto. Ma ci sono delle vittime che purtroppo non sono ricordate abbastanza: la popolazione rom, anch’esse vittime durante la Seconda Guerra Mondiale.


A parlarne con noi c’è Gennaro Spinelli, attivista abruzzese di etnia rom, che ci ha raccontato della sua associazione e del Porrajmos.

Ciao Gennaro. Presentati e raccontami un po’ della tua associazione

Sono il presidente dell’UCRI, l’unione delle comunità romanès in Italia, più grande organizzazione romanès italiana, formata da molte associazioni e persone libere che attraverso la cultura e la meritocrazia, mirano a sradicare gli stereotipi e promuovere la cultura romanì senza nessuno scopo di lucro.

Io sono Gennaro Spinelli, un cittadino italiano di etnia rom, all’interno di questa frase è racchiuso tutta la nostra esistenza.

Noi siamo un nome in quanto soggetti singoli in grado di autodeterminarsi, un cognome come facenti parte di una dinastia che ci rende parte di qualcosa di più grande, cittadini in quanto soggetti con diritti e doveri eguali, di etnia Rom, con oltre la lingua di appartenenza quella romani, con oltre le usanze di appartenenza quelle romanì. Essere Rom non toglie ma aggiunge alla nostra italianità qualcosa in più come appunto, una lingua, delle tradizioni… una cultura intera.

Quanto la popolazione rom è stata colpita durante l’olocausto della seconda guerra mondiale?

Durante il nostro olocausto che ha nome di Porrajmos o Samudaripen al pari della Shoah degli ebrei, furono sterminati per gli stessi motivi razziali oltre 500.000 rom e sinti da tutta Europa.

Una percentuale altissima dell’intera popolazione romanì. 23.000 furono i cittadini italiani di etnia rom trucidati.

Con gli stessi metodi e con la stessa brutalità al pari degli altri, se non peggio, i rom e sinti sono stati trucidati, ma a differenza di altri il nostro olocausto continua a tratti ancora oggi, con il retaggio dei campi nomadi in cui nessun essere umano dovrebbe vivere.


I rom non sono nomadi per cultura ed infatti non si è mai visto un popolo nomade rimanere fermo nei campi per oltre 40 anni.

Seppur si parla di una percentuale minima della popolazione romani italiana in quanto su 180.000 rom solo 20 mila sono oggi tenuti segregati nei campi nomadi attraverso assistenzialismo e giochi di palazzo.

Perché secondo te solo da pochi decenni si è iniziato a parlare di Porrajmos? Perché prima questa parte di storia è stata invisibilizzata?

Perché gli stessi rom sopravvissuti hanno cominciato a parlarne dopo anni, un trauma che molti ancora portano sulla loro pelle.

I rom non sono stati invitati al processo di Norimberga per condannare i loro carnefici.


Alcuni solo dopo anni hanno cominciato a parlare di ciò che era successo.

A livello sociale si parla di Samudaripen da pochi anni perché le stesse comunità hanno cominciato a pretendere di essere ricordate al pari degli altri, la stessa giornata della memoria istutuita nel 2005 ha come soggetto principale la shoah spesso purtroppo istituzionalmente dimenticando tutti gli altri come gli oppositori politici, rom e sinti, omosessuali, persone con Handicap, testimoni di Geova ecc.

Ad oggi l’UCRI si batte per un riconoscimento istituzionale dell’olocausto rom col nome di Samudaripen, che letteralmente significa genocidio.

Che attività avete organizzato per la giornata della memoria? 

Ci sarà un Calendario che prenderà tutta la giornata del 27 gennaio sulla pagina Facebook di UCRI che vede l’intervento e l’intervista a docenti, esperti, ricercatori e testimoni della grande guerra e del Samudaripen.

In collaborazione con UGEI le giovani comunità ebraiche e l’Arcigay per ricordare insieme e imparare insieme.

Sei a conoscenza di storie di rom abruzzesi che sono riusciti a sfuggire all’olocausto?

Ne conosco una molto bene, quella di mio nonno Gennaro Spinelli dal quale prendo il nome. Deportato quando aveva circa 6 anni… trasportato in un treno merci e deteneuto in provincia di Potenza, in un campo dal quale fuggirono in una notte di tempesta. Oggi la sua fortuna nella sfortuna fu essere deportato al sud perché se fosse stato portato verso nord, probabilmente sarebbe finito nei campi di sterminio. E come lui migliaia di altri.

Scritto da

Attivista Politica, Femminista Intersezionale, Ally, Ecologista. Speaker e Autrice su Radio Città Pescara - Popolare Network.

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