GIRL è uno di quei film la cui bellezza è così diretta e “violenta” che ci lascia sopresi come un bacio tanto desiderato quanto evitato; brucia come una lacrima che a stento tratteniamo.
Lara è una quindicenne col desiderio di diventare una brava ballerina. Lara si muove tra la gente con gentilezza e paura, si allena ogni giorno alla sbarra davanti allo specchio che è l’unico a ricordarle il suo segreto. Supportata da un padre amorevole e un equipe di medici, Lara è nata nel corpo di un ragazzo, un corpo che rifiuta e che tenta di nascondere, in attesa di potersi operare per diventare “autentica”.
C’è un’assonanza poetica e crudele tra il mondo della danza e il percorso di trasformazione della giovane Lara. Ella – come ogni ballerina – sfida le leggi naturali e costringe il proprio corpo a compiere cose che esso non è preparato a fare.
La danza classica è costanza, severità, rinunce, sudore, sangue, disciplina. Lo è anche il percorso di transizione, comune a tant* transgender. Dietro una posa plastica e un movimento angelico c’è dolore, c’è uno studio attento di ogni singolo muscolo che vorrebbe cedere, tremare, ma non può. Si sorride forzatamente. Ci si mostra fieri e leggeri come colombe quando la gravità e il peso del cuore ci spingono a terra.
Ed è quello che fa Lara, ogni giorno. Sorride, non vuole far preoccupare il padre (un immenso Arieh Worthalter) delle piccole meschinità che deve subire da parte di una società spesso ignorante e disumana; sorride timidamente ai passanti o a uno sguardo malizioso; sfugge il confronto con la propria sessualità nel timore di essere scoperta e quindi rifiutata e derisa.
Ma tutto il desiderio e le paure e l’impazienza della giovinezza trasudano da ogni poro della splendida rivelazione che è il giovane ballerino dell’accademia di Anversa, Victor Polster.
Merito di una regia attenta, passionale ma pudica, di Lukas Dhont, in quest’opera prima che è un inno ai sogni e alla vita e all’accettazione del proprio Io, il giovane attore si sveste della propria mascolinità per donarci uno dei personaggi più belli e intensi del cinema moderno.
Toccante come l’altrettanto splendido “TOMBOY” (2011) di Céline Sciamma, GIRL ha il coraggio di osare dove non era riuscito Tom Hooper nel suo “THE DANISH GIRL” (2014) e di mostrare tutte le ferite e la sofferenza di un percorso interiore che non trova pace con la propria espressione esterna.
Non ci sono sbavature o superficialità, la cinepresa guarda dritto alla nudità di un’anima prima ancora che di un corpo; le inquadrature si soffermano su quegli occhi in cerca di risposte, sulla gote su cui divampa il rossore della vergogna e della fatica; resta immobile sull’immagine dai contorni incerti di Lara riflessa su di una vetrata che guarda al mondo là fuori, un mondo che vorrebbe la potesse guardare non più come un mostro, ma solo come una semplice ragazza.
GIRL _ Un’anima che si rivela di un corpo che danza (recensione)
Ossessionato dal trovare delle costanti nelle incostanze degli intenti di noi esseri umani, quando non mi trovo a contemplare le stelle, mi piace perdermi dentro a un film o a una canzone.
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