glass di Shyamalan

GLASS è il sequel e crossover dei film UNBREAKABLE (2000) e SPLIT (2016). Un progetto ambizioso creato da Shyamalan che si chiude nel peggiore dei modi.

Kevin Wendell Crumb, chiamato dai media L’Orda, e le sue personalità, ha rapito un nuovo gruppo di ragazze ed è deciso a sacrificarle alla Bestia.
David Dunn, con l’aiuto del figlio, è sulle sue tracce.
Quando però i due superuomini si confronteranno, entrambi verranno catturati e rinchiusi in una clinica psichiatrica.
Qui David Dunn ritroverà la sua nemesi, Elijah Price, chiuso ormai da 19 anni nella clinica.
I tre verranno sottoposti a una cura “normalizzante” da parte dell’ambigua psichiatra Ellie Staple.

La filmografia di M. Night Shyamalan è stata da sempre discontinua e nonostante siano tanti i titoli degni di nota, non sono mancate cadute rovinose con film bocciati sia da critica che pubblico.

GLASS di Shyamalan
I tre protagonisti di GLASS: Samuel L. Jackson, James McAvoy e Bruce Willis

Dopo gli esiti disastrosi della sua incursione nel fantasy con “L’ULTIMO DOMINATORE DELL’ARIA” (2010) e “AFTER EARTH” (2013), si pensava che avesse ritrovato l’ispirazione con due grandi successi come “THE VISIT” (2015) e “SPLIT” (2016).

Sopratutto con questo ultimo titolo pareva avesse compiuto il miracolo.
Non solo aveva imbastito una storia tesa e originale, ma negli ultimi minuti ecco si rivelava una delle diverse identità del film stesso: era un (non) sequel di un suo precedente lavoro (UNBREAKBLE).

Arriviamo quindi a GLASS che è sì il terzo capitolo di una trilogia, ma che è anche crossover e doppio sequel dei due film sopracitati.
Peccato che l’entusiasmo iniziale vada a disperdersi in breve tempo.

GLASS (2019)

Come il titolo e come il protagonista affetto da osteogenesi imperfetta che rende le sue ossa fragilissime (uno sprecato Samuel L. Jackson), è la struttura, lo scheletro narrativo e quindi la sceneggiatura a essere fragile come vetro.

Assistiamo con incredulità e un po’ di noia a un racconto che presenta non poche crepe.
Dopo una partenza ben calibrata, tutta la parte centrale dedicata alla permanenza dei tre super-pazienti nella clinica è narrata con troppa ingenuità e poco mordente.
Il tutto manca di uno degli elementi imprescindibili che ha reso celebre il regista de IL SESTO SENSO e THE VILLAGE : la tensione.

Soltanto nella parte finale c’è un salto qualitativo, ma forse è troppo tardi per salvare il salvabile. Neppure un sempre affascinante Bruce Willis può fare qualcosa.

Ci sono poi dei passaggi che rasentano davvero l’incredibile,in senso negativo.
Quando ad esempio si ricercano prove che confermino la teoria per cui i fumetti non sono altro che strumenti narrativi moderni per conservare la memoria di superuomini realmente esistiti.

GLASS di Shyamalan (2019)
SARAH PAULSON in Glass nel poco convincente ruolo della psichiatra Ellie Staple

Guardare una delle coprotagoniste (la brava Anya Taylor-Joy) che davanti a un fumetto abbia un lampo di genio e che porti questo come prova (il fatto che la città di Metropolis sia ispirata a New York o che i primissimi supereroi portassero dei costumi simili a quelli dei circensi) lascia perplessi e un tantino basiti.

Ha un che di rivelatore (o potremmo dire: profetico) il fatto che il film abbia come titolo il nome di un protagonista – Mr Glass – che per buona parte del tempo resti assente, pietrificato su di una sedia a rotelle.
Lo stesso regista pare abbia scelto di spegnere il cervello per almeno un’ora di girato.

Lo scontro tra titani e il doppio, triplo finale non aiutano.
Salvo soltanto quel messaggio che sul finire serpeggia sugli schermi di una stazione e sugli smartphone dei passanti.
Il vetro che ci accecava è ora frantumi: è tempo di risvegliare le coscienze.

Peccato che Shyamalan debba nuovamente destarsi.
Con GLASS manda in frantumi i suoi sogni di gloria e – peggio ancora – quelli del suo pubblico.



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