Omosessualità e fascismo

Verso il finire del 1940 l’esperimento del governo fascista di rinchiudere i pederasti in un luogo di confino volge al termine. L’Italia, infatti, era appena entrata in guerra al fianco dell’alleato tedesco e tutti i confinati per reati comuni dovettero lasciate il posto ai veri confinati politici ed ai prigionieri di guerra (che durante i primi e vittoriosi anni erano numerosi).

Fu cosi che le isole minori Italiane come Ventotene, Pantelleria, Ustica e le isole Tremiti si svuotarono della popolazione che li aveva avuto residenza coatta per anni pronte per accogliere nuovi “ospiti”. Agli omosessuali confinati venne commutata la pena in due anni di ammonizione (un antenato degli arresti domiciliari, seppur con meno limitazioni) e rimandati a casa dove la loro vita venne poi travolta dalle difficoltà e dalle tragedie della guerra, che risultò molto ben presto tutt’altro che vittoriosa.

In occasione della Giornata Mondiale contro l’Omobitransfobia vogliamo ripercorrere una storia raccontata sempre troppo poco, quella degli omosessuali mandati al confino durante il ventennio fascista.

Confino fascista

La percezione dell’omosessualità

Partiamo dal principio. Per spiegare come si è arrivati a rinchiudere delle persone su di un’isola, solo a causa del proprio comportamento sessuale, si deve andare molto indietro nel tempo.

Nel mondo occidentale mediterraneo, infatti, l’atteggiamento della società verso l’omosessualità ha subito un’evoluzione profonda, che vede come tappa importante l’epoca romana. L’Italia ha ereditato infatti, insieme con la Spagna, il Portogallo e il Maghreb Berbero, l’ideale machista del comportamento sessuale, secondo il quale l’omosessualità in quanto tale è considerata sbagliata solo dal punto di vista del soggetto passivo dell’atto anale, mentre l’uomo che ricopre il ruolo di attivo non solo non è malvisto, ma anzi ne vede accresciuta la mascolinità e la fama di amatore.

L’esempio più lampante è nel mondo ispanico, dove ancora oggi coesistono due tipologie di uomini: il macho e la bicha.

Il primo è il “maschio propriamente detto” , con i suoi umori e bisogni che in quanto maschio è tenuto a soddisfare, mentre il secondo è il pederasta,che essendo passivo e sottomesso (al macho) viene malvisto da tutta la società civile, punito spesso anche a costo della vita per i suoi “errori”.

Questa è la sostanziale differenza tra la mentalità di matrice mediterranea e cattolica verso l’omosessualità e l’approccio protestante germanico (Tedesco, Scandinavo e Britannico) dove invece la punizione è prevista per entrambi i soggetti, e come vedremo più avanti il funzionamento del sistema del confino Fascista, questo elemento si rileverà fondamentale.

Fascismo e omosessualità

Va detto che il Fascismo manterrà verso l’omosessualità lo stesso trattamento oscurantista dei precedenti governi liberali monarchici: non verrà mai approvata una legge che vieti esplicitamente tale pratica (a differenza delle leggi in vigore all’epoca in Germania o nell’Impero Britannico), semplicemente per fingere che il “problema” non esista. Ne è prova la discussione preliminare del nuovo codice penale passato alla storia con il nome di Codice Rocco. Nella proposta di legge l’articolo 528, intitolato “Relazioni omosessuali”, recitava:

Chiunque, fuori dai casi previsti negli articoli dal 519 a 521 compie atti di libidine su persona dello stesso sesso, ovvero si presta a tali atti, è punito, se dal fatto derivi pubblico scandalo, con la reclusione da uno a cinque anni.

Ebbene, nonostante inizialmente le reazioni fasciste siano entusiastiche, la proposta venne rigettata al solo ed unico scopo di non dare visibilità giuridica all’omosessualità. Secondo i giuristi dell’epoca, infatti, condannare esplicitamente un atto equivaleva a dire che quell’atto esistesse inequivocabilmente. Molto meglio, quindi, per la propaganda fascista incentrata sulla virilità dell’uomo italico, proseguire nel patto non scritto tra Stato ed omosessuali che da decenni prevedeva una rinuncia dello Stato verso atti persecutori in cambio di una totale invisibilità sociale.

Lo stesso Rocco affermò “il turpe vizio che si sarebbe voluto colpire, non è cosi diffuso in Italia da richiedere l’intervento della legge penale”. Venne da sé che la repressione fascista del mondo omosessuale italiano fu perpetrata con misure di polizia condannando i malcapitati per atti osceni o contro la pubblica sicurezz. Tra le condanne inflitte erano previste l’ammonizione, consistente in misure di limitazione della libertà di movimento, il divieto di frequentare determinati luoghi e persone, l’obbligo ad uscire solo in determinati orari e di presentarsi presso le autorità pubbliche a intervalli fissi. Solo successivamente arrivò il confino, che prevedeva l’obbligo di domicilio presso un comune scelto dallo Stato tra i più isolati dello stivale, quasi sempre un’isola ma anche piccoli paesi agrari del meridione – soprattutto in Basilicata e Calabria -o dell’arco alpino.

La situazione degenerò con la promulgazione del Re alle leggi razziali, che vennero applicate anche agli omosessuali in quanto “attentatori della razza”.

confino fascista
La scheda di un confinato

Omosessuali al confino

Ma quali erano gli step che portavano un individuo ad essere condannato al confino?

Il primo, ovviamente, era la denuncia che poteva essere fatta da chiunque, in prima istanza dalla stessa polizia che potevano cogliere in flagrante uomini presso parchi o spiagge. Vi erano poi le denunce da parte dei vicini di casa o di compaesani, e tanti furono quelli condannati solo per il mormorio della gente del paese. Altri furono denunciati da parenti e familiari mentre altri ancora vennero dai propri amanti “passivi” che denunciarono il macho della situazione al grido di “perché io sì e lui no?”.

Il secondo step era il processo, spesso tenuto a porte chiuse. Si cita a tal proposito il verbale di un processo conservato agli Archivi di Stato di Roma

“ …è dedito alla pederastia e costituisce un serio pericolo per la società per i frequenti scandali cui da luogo. Per meglio riuscire negli adescamenti, soleva girovagare di giorno e di notte, con andature e movenze femminee, truccato con rossetto ed abiti tali da richiamare l’attenzione dei passanti che, in massima parte, ​restavano nauseati”.

Il terzo step, forse il più ignobile, era la visita anale a cui veniva sottoposto coattivamente l’imputato.

Questi processi erano motivo di scandalo per moltissime persone: anche se non condannati, gli imputati erano sottoposti al pubblico scandalo e soprattutto in contesti sociali piccoli ed isolati andavano a toccare non solo il processato ma anche la sua intera famiglia che veniva isolata dal resto della società del paesino o del villaggio. Moltissimi furono i casi di uomini che vennero abbandonati e rinnegati dalla famiglia d’origine e una volta finita la guerra si ritrovarono soli ed emarginati.

La vita al confino

A differenza di quello che dicono oggi politici e politicanti, il confino era tutt’altro che una vacanza. Non si trattava propriamente di un sistema di regime carcerario come possiamo immaginarlo oggi, ma un vero e proprio domicilio coatto in contesti perlopiù agrari ed isolati dal resto della vita civile.

La vita del confinato non si svolgeva infatti in una cella o dentro una prigione, egli era liberissimo di circolare per l’isola o per il paese a cui era destinato, ma doveva anche guadagnarsi il pane da solo. Chi era un fabbro faceva il fabbro, chi era un calzolaio faceva il calzolaio, chi era falegname faceva il falegname. Ma come è comprensibile immaginare in contesti cosi piccoli ed isolati non era facilissimo trovare il modo di lavorare, un po’ per l’economia piuttosto depressa delle isole minori italiane dell’epoca, ma anche per la forte ostilità che la popolazione indigena rivolgeva a queste persone estranee.

omosessuali al confino
Omosessuali al confino

Lo stato passava una diaria di 5 lire che non bastava nemmeno a comprare il cibo ed un poco di sapone. Chi proveniva da una famiglia ricca, e soprattutto non era stato ripudiato da essa durante il processo, aveva la fortuna di ricevere continui pacchi da casa con cibo, soldi e tutto quello di cui necessitavano, mentre per tutti gli altri non restava altro che arrangiarsi in qualche modo, spesso prostituendosi con altri confinati, indigeni, militari e membri del partito fascista di zona che non disdegnavano le attenzioni che questi giovani ragazzi potevano dare.

A tal proposito, un reduce dichiara “io facevo il lavoro più bello: facevo la sarta per i Carabinieri e me li trovavo tutte le mattine alle sei mezzi spogliati…”. Dai racconti di queste persone si evince anche che una volta che la loro omosessualità era venuta alla luce del sole ed erano stati mandati al confino, si cominciò anche a vivere più liberamente. “Facevamo teatro… arrivava una femmenella nuova e allora si faceva la festa con quel poco che si aveva. A casa era diverso, una femmenella non poteva nemmeno uscire di casa che senno la questura ti arrestava, lì era diverso”.

Tra i confinati, come è normale che sia, nacquero storie d’amore, di gelosie, e perfino di accoltellamenti, a quanto dicono soprattutto tra i siciliani che alle Tremiti rappresentavano la metà dell’intera popolazione confinata grazie alla solerzia del questore Alfonso Molina di Catania, che da solo riuscì a mandare alle Tremiti 46 uomini su un totale di 83.

Il ritorno dal confino

Come già detto all’inizio, con lo scoppio della guerra tutti i confinati omosessuali vennero rispediti a casa con due anni di ammonizione. Secondo le fonti, qualcuno addirittura pianse quando dovette lasciare le Tremiti, e una parte di me capisce che per molti di loro nonostante la libertà negata, il disagio economico, lo scandalo derivato dal processo e tutti i problemi sorti prima e durante il confino, quella fu la prima volta nella loro vita di incontri fugaci e segreti che la possibilità di stare insieme, soffrire insieme, ridere insieme, e perché no magari anche essere se stessi senza doversi fare problemi di sorta (d’altronde lo scandalo ormai era già avvenuto) aveva concesso loro un barlume di libertà.

Dopo la guerra, lo stato Repubblicano Italiano concesse una pensione ai prigionieri politici confinati dal regime (comunisti, socialisti, liberali e cosi via), così anche le persone confinate per pederastia cercarono di farsi dare un contributo economico dallo stato, a titolo di risarcimento per ciò che avevano patito. Ne seguirono reclami, ingiunzioni e processi, ma dalla Repubblica Italiana nessuno di questi uomini ricevette alcun indennizzo di risarcimento, né tanto meno qualcuno ottenne una riabilitazione formale dallo stato italiano, come a dire che lo stato Repubblicano ed antifascista Italiano reputava giusta la condanna che il regime aveva inflitto a quella povera gente, marchiata a vita dagli eventi del ventennio.

In molti non poterono tornare a casa per via dello scandalo, e si trasferirono in grandi città come Napoli e Roma cercando di rifarsi una vita. Con i grossi problemi postbellici per buona parte di loro, in ogni caso, la prostituzione fu stata l’unica via per non morire di fame, come alle Tremiti.

Ad oggi, nessun membro del governo Italiano, sia esso democristiano, socialista, berlusconiano o del nuovo centrosinistra ha mai chiesto scusa. Perfino in campo letterario se ne parla poco, e la quasi totalità delle informazioni sono recuperate dagli scritti di Giovanni dall’Orto. Letture che consiglio a tutti come “Tutta un’altra storia – l’omosessualità dall’antichità al secondo dopoguerra”, ma anche di Gianfranco Goretti e Tommaso Giartosio “ La città e l’isola. Omosessuali al confino nell’Italia fascista”. Infine “Il confino fascista” di Camilla Poesio, che però tratta del confino a grandi linee. Inoltre, sul sito ufficiale di Giovanni dall’Orto sono disponibili gratuitamente un’ingente quantità di informazioni.

Il film “Una giornata particolare” racconta dell’ultimo giorno di libertà di Gabriele, ex radiocronista interpretato da Marcello Mastroianni, in partenza per il confino in Sardegna perché omosessuale (foto in evidenza).

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