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Spettacolo

I 100 anni di Alberto Sordi, icona della commedia senza tempo

Ah… mi dispiace! Ma io so’ io… e voi non siete un c****!

Il marchese del Grillo

Anche l’Albertone nazionale, proprio come il suo grande amico Federico Fellini, avrebbe compiuto un secolo di vita quest’anno, e numerose sono le iniziative, tra cui una mostra nella sua villa, portate avanti già a partire dai primi mesi dell’anno (anche se in parte bloccate dall’emergenza coronavirus).


Apparso in circa duecento film in sessant’anni di carriera Alberto Sordi è stato uno dei più grandi esponenti della commedia all’italiana e l’emblema della romanità insieme ad Aldo Fabrizi ed Anna Magnani.

Tuttavia a differenza dei più famosi attori della commedia come Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi e Nino Manfredi, quella di Alberto Sordi è stata una formazione più atipica, elemento che gli ha donato quelle fattezze tipiche della maschera al pari di altri grandi attori “maschere” dell’epoca, come Totò e Renato Rascel.

Tra comparsate cinematografiche e doppiaggio: un esordio difficile

Alberto Sordi nacque il 15 giugno 1920 nell’allora quartiere popolare di Trastevere da un padre musicista e da una madre maestra e, come affermato da lui stesso in un’intervista, la sua più grande scuola di teatro e cinema non fu l’Accademia di arte drammatica o l’avanspettacolo, ma le strade del suo quartiere.

Come ricordato da lui stesso negli anni immediatamente precedenti alla Seconda guerra mondiale, il rione di Trastevere aveva la tipica atmosfera di un paese e fu proprio da quell’enorme patrimonio popolare, caciarone e pieno di umanità dal quale Sordi attinse per dare vita ai suoi indimenticabili personaggi, ovvero maschere che riflettono il senso più profondo dell’immensa generosità della Roma popolare del tempo.

La sua vocazione di attore lo spinse ad abbandonare gli studi a sedici anni per iscriversi all’Accademia dei filodrammatici di Milano, esperienza che si rivelò fortemente negativa a causa del suo forte accento romano. Ciononostante il regime fascista aveva in quegli anni appena fondato a Roma gli studi cinematografici di Cinecittà, che in breve divennero una vera fucina del cinema. Fu proprio in questi anni che ottenne il suo primo ruolo come comparsa, nel 1937 nel film Scipione l’Africano, tipico film di regime diretto da Carmine Gallone.

In quello stesso anno ottenne un contratto dalla Metro Goldwyn Mayer per doppiare Oliver Hardy, negli sketch e nei film degli anni Quaranta del duo comico americano divenuto famoso in Italia col nome di Stanlio e Ollio, la cui voce inconfondibile gettò profonde basi per l’avvio della sua carriera d’attore. Quel timbro buffo e baritonale, contrapposto a quello squillante di Mauro Zambuto, doppiatore di Stanlio, portò una grande fortuna non solo alla Metro Goldwyn Mayer (il pubblico italiano dell’epoca impazziva per Stanlio e Ollio), ma allo stesso Sordi il quale porto in scena numerosi piccoli spettacoli rigorosamente con la “voce di Ollio”, gettando le basi alla sua carriera di attore.

Alberto Sordi verso la fine degli anni Quaranta

Per tutti gli anni Quaranta Alberto Sordi partecipò a numerosi film, seppur in ruoli minori o addirittura molto marginali. In questi anni ebbe una chiacchierata, o meglio scandalosa, relazione con l’attrice Andreina Pagnani, di quattordici anni più anziana di lui. La Pagnani troncò bruscamente la sua storia con Alberto Sordi dopo nove anni a causa di un presunto tradimento dell’attore. Sta di fatto che da allora il grande attore romano ha sempre mantenuto il massimo riserbo sulla sua vita privata fino alla morte, e nessuna delle sue successive presunte relazioni possono essere confermate con sicurezza.

Il suo primo film da protagonista risale al 1951 Mamma mia, che impressione!, un film ideato dallo stesso Sordi e sorretto da una sceneggiatura di Cesare Zavattini. Tuttavia il film si rivelò un totale fiasco sia di pubblico e di critica.

La svolta con Federico Fellini: la commedia all’italiana

L’anno successivo il suo amico Federico Fellini gli propose di girare insieme il suo film d’esordio Lo sceicco bianco, un film tanto celebrato oggi ma letteralmente massacrato alla sua uscita.

Incentrato sul mondo dei fotoromanzi, Wanda, una sciocca sposina di provincia, si reca a Roma per il viaggio di nozze sperando di incontrare il suo “eroe” dei fotoromanzi, ovvero lo sceicco bianco interpretato da Sordi. Lo sceicco bianco fu considerato quasi un B-Movie per l’epoca, in quanto basato su un universo culturale scadente, ovvero quello dei fotoromanzi, soprattutto se confrontato (almeno secondo i critici dell’epoca) al Bellissima di Luchino Visconti uscito nello stesso, un film incentrato sul cinema “vero”.

Nonostante lo scarso successo Federico Fellini ed Alberto Sordi riuscirono a portare nelle sale l’anno successivo I vitelloni, vincitore del Leone d’argento alla Mostra del cinema di Venezia del 1953 e considerato oggi uno dei più grandi film del cinema italiano.


Il personaggio del celebre perdigiorno Alberto fu la prima, e tutt’ora una delle più celebri, tra le interpretazioni di Sordi ad ottenere un vasto consenso sia di pubblico che di critica. Famosissima la battuta “Lavoratori? Prrr” accompagnata dal gesto dell’ombrello verso un gruppo di operai in strada.

I vitelloni (Federico Fellini, 1953) – “Lavoratori? Prrr…”

La carriera di Alberto Sordi sembrò quindi naturalmente proiettata verso il mondo della commedia all’italiana, che verso la metà degli anni Cinquanta iniziava a delinearsi grazie ad autori come Mario Monicelli, Luigi Zampa e Steno.

Fu in questi anni che portò in scena in numerosi ruoli l’italiano medio del dopoguerra, rappresentato da un lato con garbo dall’altro pieno di contraddizioni, come ad esempio servile coi potenti ma prepotente coi deboli, e ciò gli procurò qualche problema, seppur non grave, con la censura dell’epoca in merito al suo “cattivo esempio”.

Tuttavia fu grazie a Mario Monicelli che Alberto Sordi ebbe la possibilità di affrancarsi da quella maschera di italiano medio in cui la commedia sembrava averlo confinato, dando una prima grandissima prova di attore drammatico nel capolavoro La grande guerra, opera sospesa tra il dramma e la commedia e vincitrice del Leone d’oro a Venezia nel 1960, con la quale Sordi, proprio a Venezia, ottenne un primo grande riconoscimento insieme al David di Donatello nello stesso anno.

Appena un anno dopo l’attore replica il successo de La grande guerra con Tutti a casa, vertice assoluto della produzione cinematografica di Luigi Comencini e paradossalmente un’altra commedia drammatica di ambientazione bellica, questa volta ambientata durante i fatidici giorni dell’Armistizio. Anche per quest’interpretazione Alberto Sordi ottenne il David di Donatello ma ciò che è importante è che l’attore impose all’immaginario collettivo italiano, seppur senza polemiche, un nuovo modello di soldato, non più eroe ma fortemente umano e soprattutto disilluso.

Anche in questo decennio fu diretto, alcune non di particolare rilievo, in numerose commedie tra le quali spiccano Il vigile del 1960, una divertente satira sul potere, e Fumo di Londra del 1966 di cui fu anche regista, non certo un capolavoro ma comunque un’amarissima e deprimente riflessione sul provincialismo dell’uomo italiano degli anni Sessanta.

La maturità artistica

Fu tuttavia nel decennio successivo che Alberto Sordi raggiunse il vertice delle sue capacità recitative in film come Detenuto in attesa di giudizio di Nanni Loy del 1971, Orso d’argento come migliore attore al Festival di Berlino, Lo scopone scientifico di Luigi Comencini del 1972 e soprattutto Un borghese piccolo piccolo di Mario Monicelli del 1977, capolavoro assoluto del cinema italiano, pietra tombale sulla commedia all’italiana e punto di non ritorno della grandezza di Alberto Sordi, il quale con la sua memorabile interpretazione dell’impiegato statale Giovanni Vivaldi, sospesa tra spensieratezza e crudeltà assoluta, delinea con spietatezza non solo l’assenza di valori della classe media italiana ma anche i repentini e violenti cambiamenti socio-politici degli Italia degli anni Settanta.

Un borghese piccolo piccolo (Mario Monicelli, 1977) – Scena del cimitero

Dopo Il marchese del Grillo del 1981 sempre di Monicelli, la sua ultima interpretazioni di rilievo, la fortuna cinematografica di Alberto Sordi iniziò a scemare, da un lato per la qualità dei suoi film non sempre eccellente, dall’altro per le mutate condizioni sociali dell’Italia degli anni Ottanta che iniziava a preferire un altro tipo di comicità, certamente più di basso profilo.

Tra la fine degli anni Ottanta e per tutti gli anni Novanta Alberto Sordi si ritirò sempre di più nel massimo riserbo nella sua villa romana, nonostante continuasse ancora a lavorare per il cinema, seppur senza il successo di un tempo. Una delle sue ultime ed iconiche interpretazioni fu senza dubbio quella di Don Abbondio nello sceneggiato Rai I Promessi Sposi di Salvatore Nocita nel 1989.

Dopo i festeggiamenti per i suoi 80 anni, durante il quale venne simbolicamente nominato sindaco di Roma per un solo giorno dall’allora primo cittadino Francesco Rutelli, le sue apparizioni si fecero sempre più rade, fino alla sua morte il 24 febbraio 2003 a causa di un tumore.

15 giugno 2000. Alberto Sordi con Monica Vitti in occasione dei suoi 80 anni

Non avendo avuto figli il suo patrimonio fu ereditato dalla sorella Aurelia, che attraverso la nascita di una fondazione a lui intitolata nel 2011 ha tenuto in vita non solo la sua memoria ma anche tutte quelle opere filantropiche di cui Alberto Sordi era promotore, tra cui si ricorda la cura e l’assistenza per le persone anziane. Tuttavia lo scopo principale di questa fondazione era quello di istituire un museo nella casa dell’attore, obiettivo peraltro mai raggiunto da Aurelia nel frattempo deceduta nel 2014.

Lo scopo sembra essere stato raggiunto finalmente quest’anno grazie alla grande mostra sull’attore, uno degli eventi più attesi dalla città di Roma, rimandata a settembre a causa dell’emergenza sanitaria, al termine della quale la sua  grande villa sarà ufficialmente denominata Museo Alberto Sordi, ovvero l’ultimo grande atto d’amore di uno dei nostri più grandi artisti verso la sua città e il suo popolo, attraverso il quale ha saputo raccontare in maniera ineguagliabile ed iconica i vizi e le virtù degli italiani attraverso sessant’anni di storia del nostro Paese.

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Un misto tra Des Esseintes e Ludwig

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