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Legalità

Il caso Brusca e la questione collaboratori di giustizia

Nei giorni scorsi ha fatto scalpore la notizia del rientro a casa del boss mafioso Giovanni Brusca.


Dopo venticinque anni, l’attentatore della strage di Capaci ha lasciato il carcere; ora sarà sottoposto a controlli, protezione e a quattro anni di libertà vigilata.

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Le polemiche non sono tardate ad arrivare. Molti indignati, pochi a conoscenza della giurisprudenza in materia di collaborazione. Come ha riferito Luciano Violante “È una legge che ci è servita contro il terrorismo, contro la mafia. Capisco bene lo stato d’animo dei familiari delle vittime, ma come c’è stato l’ergastolo per altri, tipo Riina o Provenzano, che sono morti in carcere, per chi ha collaborato non è così“.

Giovanni Brusca: attentatore di Capaci

Giovanni Brusca nasce in provincia di Palermo nel 1957 e cresce in un ambiente mafioso, in quanto figlio di un affiliato dei Corleonesi. Sulla scia delle attività del padre, a soli diciannove anni entra a fare parte del clan mediante cerimonia di affiliazione in cui lo stesso Totò Riina gli fece da padrino.

Brusca, 25 anni sono più che sufficienti per il killer pentito: ingiusto è  l'ergastolo ostativo - Il Riformista

Conosciuto come lo scannacristiani, Brusca operò sempre come killer fidato di Riina. Fu il responsabile dell’uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo e colui che azionò la bomba della strage di Capaci. Arrestato solamente nel 1996, dopo cinque anni di latitanza, Brusca iniziò ad essere conosciuto fin dalle prime dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta.

Sin da subito, Brusca si rivelò propenso a collaborare con la giustizia. Un mese dopo il suo arresto, nel giugno 1996, iniziò infatti a rilasciare dichiarazioni alla Procura di Palermo, Caltanissetta e Firenze – Brusca pianificò anche la Strage di via dei Georgofili, avvenuta a Firenze il 27 maggio 1993. Con le informazioni rese da altri mafiosi però si scoprì che quella di Brusca era una mossa atta ad accusare Baldassare Di Maggio, suo nemico ed “escludere le responsabilità di mafiosi a lui vicini. Messo alle strette dai magistrati, Brusca confessò l’inganno e iniziò a rendere nuovi interrogatori, questa volta ritenuti attendibili, grazie ai quali fu possibile condannare decine di mafiosi in diversi procedimenti penali“. Fino ad ottenere, nel 2000, lo status di collaboratore di giustizia.

Collaboratore di giustizia

Chi era Totò Riina: le stragi, la latitanza e i processi

Nel corso della sua collaborazione, Brusca ha confessato di aver eseguito, ordinato o pianificato, oltre centocinquanta omicidi ed è stato il primo collaboratore a parlare del papello, il famoso elenco di richieste avanzate da Totò Riina allo Stato dopo aver compiuto le vari stragi tra il 1992 e il 1993.

Colui che è stato in grado di compiere tutto ciò, dopo venticinque anni di carcere è tornato a casa. Colui che ha pianificato ed eseguito la Strage in cui è morto il magistrato Giovanni Falcone è tornato a casa proprio grazie a una legge ideata dallo stesso magistrato.


Come sosteneva il magistrato, chi collabora con lo Stato difficilmente potrà rientrare nel circuito della criminalità, cioè nello stesso ambiente di cui fanno parte i soggetti dei quali ha denunciato i misfatti «Senza effetti favorevoli, il fenomeno della collaborazione con la giustizia degli imputati è destinato ad esaurirsi in breve tempo».

In questi giorni ha commentato la notizia Pietro Grasso, che collaborò con Falcone e durante il primo maxiprocesso a Cosa Nostra venne designato giudice a latere.

Con Brusca lo Stato ha vinto non una ma tre volte. La prima quando lo ha arrestato, perché era e resta uno dei peggiori criminali della nostra storia per numero di reati e ferocia. La seconda quando lo ha convinto a collaborare: le sue dichiarazioni hanno reso possibili processi e condanne e hanno fatto emergere pezzi di verità fondamentali sugli anni in cui Cosa nostra ha attaccato frontalmente lo Stato. La terza quando ne ha disposto la liberazione dopo 25 anni di carcere, rispettando l’impegno preso con lui e mandando un segnale potentissimo a tutti i mafiosi che sono rinchiusi in cella e la libertà, se non collaborarono, non la vedranno mai“. 

Come ha dichiarato Salvatore Borsellino, fratello del magistrato “nella guerra contro la mafia è necessario anche accettare delle cose che ripugnano, accettare la legge anche quando è duro farlo, come in questo caso“.


Vi invitiamo ad approfondire il tema dei collaboratori di giustizia in questi articoli della condirettrice Avv. Sara Astorino qui e qui dedicati all’ergastolo ostativo.

Scritto da

Marchigiana a Torino. Compro più libri di quanti ne possa leggere.

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