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Il cinema di Kim Ki-Duk

Spettacolo

Il cinema di KIM KI-DUK _ Sprofondare e sollevarsi hanno la medesima bellezza

L’11 Dicembre scorso si è spenta una delle personalità più importanti del nostro cinema contemporaneo: Kim Ki-duk.
Lo ha fatto portando con sé un alone di mistero sulla sua futura opera che non vedrà mai la luce e sull’anima di un uomo tanto bella quanto tormentata dai fantasmi delle colpe (sue e dell’uomo in generale).


Da sempre egli si è sentito un reietto, figlio di una patria, il Sud Corea, che non lo ha mai realmente apprezzato, compreso, accettato. Aveva trovato una seconda casa in Europa e nella nostra Italia, dove era stato insignito dei premi più prestigiosi e dove la sua onestà filmica e prima di tutto umana veniva compresa, assimilata, quasi venerata.

Nella sua filmografia è possibile guardare a tutte le contraddizioni della natura umana, dalle meschinità e atrocità fino a quei gesti pieni di compassione e amore che stringono il cuore, fino alle lacrime.

ARIRANG (2011) il docu film di Kim Ki-duk prende il titolo da una canzone da una canzone popolare coreana.

Per comprendere tutto l’increato mondo dietro agli occhi di Kim Ki-duk sarebbe opportuno recuperare un’opera forse tra le più importanti e originali della sua filmografia, ARIRANG (2011).

ARIRANG nasce da una profonda crisi che colpisce Kim Ki-duk a seguito di un grave incidente accaduto sul set del film DREAM (2008) in cui la protagonista rischiò di morire impiccata. Il regista si ritirò dalla vita pubblica, isolandosi tra le montagne. Per più di un anno egli riflette sui propri errori e sul senso del vivere (e del morire). Poi decide di impugnare una piccola videocamera e di filmarsi. Nasce appunto ARIRANG, un film di Kim Ki-duk su Kim Ki-duk. Un dialogo interiore, condiviso col suo pubblico, dove il regista guarda a se stesso e al suo far cinema, ora pro e ora contro la sua persona. Un’autoanalisi che se anche per certi versi artificiosa (nei lunghi campi e controcampi tanto cari al cineasta coreano), è prima di tutto un grido interiore e una richiesta di aiuto che Kim rivolge all’obiettivo. Egli giunge alla pessimistica conclusione che la nostra vita sulla terra è un insieme di atti sadici e masochistici, spinti sì da una necessità di amore e compassione, ma spesso sopraffatti dagli istinti più crudeli.

Ma sarebbe forse sbagliato cercare di dare una definizione chiara e univoca del senso di ARIRANG, giacché essa, come tutte le opere di Kim Ki-duk sono materia incandescente, plasmabile, modellabile, a seconda dello sguardo e dell’umore di chi guarda.

FERRO 3 (2004) vinse il Leone d’argento per la regia al Festival di Venezia

I più rivedono e a ragione in FERRO 3 _ LA CASA VUOTA (2004) la summa del lavoro di Kim Ki-duk. Un’opera piccola (nei suoi 90 minuti di girato) ma immensa, come l’amore, come la vita. In essa seguiamo il protagonista Tae-Suk che entra ed esce dalle case lasciate occasionalmente vuote dai loro proprietari. Egli dorme sul divano, si lava, ripara quello che non funziona, gioca a golf (ecco il Ferro 3 del titolo)si scatta delle fotografie. La sua presenza è però quasi ultraterrena, si muove quasi danzando e non parla, ma lascia che siano le sue mani, le sue braccia, le sue gambe e i suoi piedi a parlare, a raccontare, a disegnare le parole. Un giorno egli si imbatte in una ragazza, Sun-hwa che porta sul volto i segni di una violenza (da parte del marito). Tae-Suk decide di portare con sé la ragazza e di farle conoscere il suo sguardo sul mondo. Il loro viaggio li porterà ad innamorarsi.
Il senso del film è forse quello di guardare a noi stessi come a delle case vuote che aspettano di essere abitate, speranzosi che presto o tardi qualcuno venga ad aprire la porta e ci renda liberi per andare incontro al nostro destino.

Nella filmografia di Kim Ki-duk è facile cadere in titoli controversi e dagli ambigui significati che lo hanno reso scomodo in patria, basti pensare a titoli come L’ARCO (2005) in cui un uomo anziano cresce su di una piccola imbarcazione una ragazzina con l’intento di sposarla una volta che compirà 17 anni o al più recente MOEBIUS (2013) in cui Kim Ki-duk in maniera sempre più esplicita sembra voglia necessariamente scandalizzare (non sono pochi gli spettatori che lasciarono la sala alle prime proiezioni), portando temi via via sempre più scabrosi come incesto, evirazione, in cui l’opera filmica è intrisa di simbolismi e dichiarazioni (mute) tanto ermetiche quanto difficili da digerire.


Il cinema estremo e bizzarro di Kim Ki-duk nel film MOEBIUS (2013)

Sarebbe facile accusare Kim Ki-duk di un certo manierismo o di una forzata ricerca allo scandalo (lui che di scandali ne è stato vittima e da cui in più occasioni ha tentato di fuggire). Quello che resta di questo immenso regista che era ossessionato da quelle che sono le ossessioni di noi tutti, sono le sue opere che sono come diari aperti sul nostro vissuto.

Basti pensare al bellissimo TIME (2006) dove la protagonista, timorosa che il suo compagno nel tempo possa stancarsi di lei e del suo amore, arriva all’estrema soluzione di cambiare il suo volto grazie alla chirurgia estetica, nella speranza che lui possa innamorarsi di nuovo, di una nuova donna.

Il film Pietà di Kim Ki-duk si è aggiudicato il Leone d’Oro alla 69° Mostra del cinema di Venezia

O basti guardare al suo film più premiato, quel PIETÀ (2012) che in una ballata di eccessi (la crudeltà del protagonista, la stupidità dei suoi debitori, ma anche l’ingenuità con cui lo stesso protagonista accetta quella misteriosa donna come sua madre, rivelandosi bisognoso di affetto e forse più fragile delle tante sue vittime del passato) e nel precario equilibrio di esistenze che sembrano volere prevaricare l’una sull’altra in nome di un’insana vendetta; racchiude tutta la poetica del regista sudcoreano.

Tutto torna, tutto muore, tutto rinasce. Lo è il cinema di Kim Ki-duk, come ci racconta sapientemente nella sua splendida opera PRIMAVERA, ESTATE, AUTUNNO, INVERNO… E ANCORA PRIMAVERA (2003)
La vita. I desideri. Le volontà. Le bugie. Le colpe. La morte.
Tutto trova un suo spazio, una propria voce, un proprio colore, una propria luce, una sua canzone.
Tutto questo Kim Ki-duk ce lo ha mostrato attraverso le immagini ora poetiche e ora volgari, ora impietose e ora sublimi. E queste non possono essere più dimenticate.


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Ossessionato dal trovare delle costanti nelle incostanze degli intenti di noi esseri umani, quando non mi trovo a contemplare le stelle, mi piace perdermi dentro a un film o a una canzone.

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