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Il COVID-19 e la reattanza psicologica

Tutto ciò di cui l’essere umano ha bisogno è avere a portata di mano tutto per non avere bisogno di niente. Hai la possibilità di andare in un negozio, non ci vai mai. Tutto quello che rappresenta il vero terrore è non poterlo fare. Come i bambini, dirgli di non mettere le dita nella presa della luce è uno stimolo a farlo.


Se metti “non” davanti ad una frase ecco che scatta nel cervello un meccanismo opposto per la quale lo devi fare, neanche vuoi, devi. Prendiamo l’attività fisica. Durante la normalità non tutti avevano voglia di correre, di camminare, di allenarsi, adesso invece neanche dovessero iscriversi al decathlon. La domenica mattina, più che a correre, la fila la trovavi in pasticceria. Adesso che non si può uscire a correre tutti corrono. Tutti. Specialmente anziani, almeno nella mia zona. Non puoi fare assembramenti, eccoli tutti che si ritrovano a gruppi, voglia matta di stare in compagnia quando magari qualche mese prima al telefono si raccontavano bugie per non uscire con quelle persone.

Il senso del divieto innesca un meccanismo opposto. Come se il cervello improvvisamente sentendo che quella cosa non può e non deve essere fatta ha una voglia matta di farla. Scommetto che quando tornati a lavoro, con turni magari di 8 10 ore, non potendo tornare a casa tutti sentiranno la necessità di tornare a casa. È il principio per il quale hai voglia di mangiare qualcosa che non hai in casa. Di vedere una persona che non puoi vedere. Di andare in un posto dove non puoi andare. Tutto quello che hai a portata di mano perde di valore. Nulla ha senso se non puoi fare il proibito. 

Ciò che è lecito non dà piacere, quello che è proibito infiamma” (Ovidio)

Il divieto, seduce e attrae. Uno studio, realizzato dalla University of Columbia,  analizza che il desiderio per qualcosa di proibito diminuisce quando a rinunciarci è un insieme di persone. Ecco direi che questa situazione non ha dimostrato purtroppo la veridicità di questi studi. Essendo tutti nella stessa situazione dovremmo essere più calmi, tranquilli e accettare il divieto di compiere determinate azioni. Invece no. Ci impediscono di andare al ferramenta, tutti hanno bisogno di cacciavite e chiodi. Ci impediscono di andare in cartoleria, l’esigenza di penne e quaderni regna sovrana. Di base si trasgredisce per sentirsi vivi, ma non sempre le circostanze lo consentono.

L’essere umano è psicologicamente attratto del proibito e fino a quando non ottiene quella cosa specifica non si dà pace. In psicologia si chiama teoria della reattanza. L’assenza di sopportazione dei limiti imposti alla nostra libertà, la resistenza psicologica agli ordini che provengono da persone che vogliono esercitare un controllo sulla nostra vita.

Nel 1966 fu condotto uno studio dallo psicologo Jack Brehm  (Brehm J. W. (1966). A theory of psychological reactance. Nueva York: Academic Press), il quale scoprì che, già dall’età di 2 anni, siamo attratti da ciò che è proibito o difficile da raggiungere. Questo meccanismo è una reazione che si attua a livello subcosciente e quindi si verifica inconsciamente. Ciò che spinge a reagire così finisce anche contro il proprio interesse perché, l’unica cosa che conta, è resistere a ogni costo a chiunque cerchi di limitare la loro libertà. Fino  quando poi in certe situazioni ciò va ledere la loro libertà e che deve essere infranto per principio va a ledere anche quella degli altri. 

L’importante è volere ciò che non si può avere. Nessuno prima di questa situazione aveva un certo tipo di necessità. Comprare cose che prima non avrebbe mai comprato. Uscire per andare in luoghi nei quali non sarebbe mai voluto andare. Desiderare cose che sono difficili da ottenere. Voglia di praticare sport mai praticati. Bisogno di qualcosa della quale  sei stato momentaneamente privato. Un po’ come la scena di Roger Rabbit quando Eddie Valiant offre lo shot al coniglio “Lo vuoi!- non lo voglio! – non lo vuoi!- lo voglio! – non lo vuoi!- lo voglio!”. 

Ma, come in tante altre cose, questa necessità di imporsi manifestando ostruzione al divieto, c’è una possibile soluzione. Alcuni studi hanno scoperto che cercare di provare empatia per la persona che in quel momento sta imponendo il divieto, può aiutare a ridurre la reattanza psicologica inconscia. Il risultato non sarà accettare il limite che ci viene imposto ma comprendere perché è stata presa questa decisione che forse non limita solo la nostra libertà, ma ci coinvolge in un atteggiamento precauzionale nei nostri confronti.

Questo permette che, con maturità e obiettività, venga rotto il filo del “sequestro emozionale” che scatena la reattanza.

Carlotta Cigliana
Scritto da

Non mi descrivo mai perché non sono gentile con me stessa

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