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Il film di Downton Abbey, ossia non cambiare nulla affinché tutto cambi (recensione)

Una locomotiva a carbone che attraversa le verdi lande dello Yorkshire, un passeggero misterioso, una missiva inaspettata.

Un incipit che gli spettatori conoscono bene, e che accomuna tanto l’inizio di Downton Abbey – la serie di successo andata in onda dal 2010 al 2015 (e disponibile oggi in streaming su Prime Video) – che quello di Downton Abbey il film, nelle sale da giovedì 24 ottobre.

Se però a dare impulso alle vicende dell’aristocratica famiglia Crawley fu una suggestione austeniana alla “Orgoglio e Pregiudizio” capace di miscelare sapientemente elementi storici e di fiction, il Downton Abbey che ritroviamo a quattro anni di chiusura della serie abbandona la veste stretta del feuilletton per indossare i panni di un prodotto cinematografico di spessore, riscoprendo il gusto classico delle grandi storie in costume. Al timone del film una garanzia di nome Julian Fellowes, produttore e sceneggiatore, vero patron di Downton e Premio Oscar per la sceneggiatura con Gosford Park.

Per darvi un’idea del “fenomeno Downton“, bisogna sapere che si tratta della serie drammatica britannica in costume di maggior successo dopo il serial “Ritorno a Brideshead” del 1981, e nel 2011 è entrata nel Guinness dei primati come show dell’anno più acclamato dalla critica, diventando la prima serie britannica a vincere tale riconoscimento. Nel luglio 2012 Downton si è affermato come lo show non americano più candidato nella storia del premio e, con la terza stagione, uno dei più diffusi in tutto il mondo. Nel 2013 è stato classificato al quarantatreesimo posto tra le serie televisive meglio scritte di sempre dalla Writers Guild of America.

Alla regia il plurinominato all’Emmy Michael Engler, che ha diretto, tra le altre cose, alcuni episodi di Sex and the City e Six Feet Under. Downton Abbey è il suo secondo lungometraggio dopo The Chaperone, tv movie sempre scritto da Fellowes e distribuito dalla PBS.

Downton Abbey: il ritorno della famiglia Crawley sul grande schermo

Il film di Downton Abbey riprende la narrazione nel 1927, ad un anno e mezzo dall’ultimo capodanno dello Speciale di Natale che chiude la sesta stagione (andata in onda ormai 6 anni fa), e si apre con le stesse sequenze della storica 1×01 che diede il via alle vicende della famiglia Crawley e della servitù. A rompere l’armonia delle placide giornate dello Yorkshire non sarà l’infausta notizia di un naufragio (quello del Titanic, beninteso), bensì un telegramma della Royal House: il Re e la Regina d’Inghilterra soggiorneranno a Downton Abbey.

Si mettono così in moto moltissime sotto-trame, che in due ore si dipaneranno incastrandosi perfettamente come ogni buon racconto corale che si rispetti. È nell’articolarsi dei punti di vista, nell’interazione dei personaggi del tutto fedele alla storia originale e nei dialoghi serrati, arguti e ficcanti e sempre con uno stile ricercato, che ritroviamo i connotati essenziali della forza del racconto di Downton: non cambiare nulla affinché tutto cambi.

Michelle Dockery – Lady Mary Talbot e Matthew Goode – Henry Talbot in DOWNTON ABBEY Credit: Jaap Buitendijk / Focus Features

E se proprio nelle scene del Gattopardo ritroviamo le suggestioni di un gran ballo finale, nel crossover ideale con “The Crown” (serie netflix ispirata alle vicende della Regina Elisabetta II) si mettono in luce nuovi aspetti di un’aristocrazia di campagna poco incline alla rigida formalità della Real Casa (con Giorgio V sul trono, nonno dell’attuale Regina Elisabetta). Downton, nella sua pur convenzionale separazione di ruoli, rappresenta un avamposto di modernità in un’epoca in cui la restaurazione ha ridisegnato il ruolo sociale di uomini e donne, spostando la soglia delle libertà individuali sempre più in alto.

È la forza della terza generazione di Downton che emerge in questo film, quella di Lady Mary e di sua sorella Edith, di Tomas Branson (il vedovo di Lady Sybil), ai quali è affidato il compito di traghettare l’Inghilterra verso un futuro in cui le differenze sociali si assottiglieranno sempre di più.

Un extended episode praticamente perfetto

Il film si snoda come una sorta di extended episode, dove il grande dispiego di mezzi a disposizione si nota nella quantità di scene corali e nella profondità spaziale delle inquadrature, che tuttavia non tradisce alcun carattere essenziale delle storyline e dei personaggi che abbiamo amato per sei stagioni.

Su tutti emerge la monumentale Maggie Smith nei panni della Contessa Madre Lady Violet, ultimo baluardo di un’aristocrazia al tramonto ma quanto mai lucida nella sua visione del presente, che mai come stavolta elargirà massime dall’irriverente acume (la sua battuta “Il sarcasmo è la forma di arguzia più vile” è uno dei punti più alti del film); accanto a lei svetta bellissima Michelle Dockery, ossia Lady Mary Talbot, primogenita di casa Crawley ed erede perfetta di cotanta nonna. Suo è il fardello di dare un futuro a Downton in un’epoca di inaspettate rivoluzioni sociali e cambiamenti economici. Le due donne, una di fronte all’altra, saranno protagoniste di un’intensa scena che probabilmente metterà la parola fine alle vicende di Downton.

downton abbey lady grantham

Osservazioni a parte meritano i protagonisti della servitù. Finalmente liberi dalle tragedie dei coniugi Bates, ormai senza più problemi con la legge e genitori felici, si trova spazio per origliare il chiacchiericcio fitto delle due donne della cucina, la “piccola RobespierreDaisy e l’orgogliosa Mrs Patmore, che colorerà con i suoi modi spiccioli la vita nei piani bassi della tenuta; e qualche gioia sarà riservata anche a Mr Barrow, da sempre in quota lgbt antelitteram: quando l’invadente visita dei reali richiederà l’aiuto dell’autorevole Mr Carson, il giovane maggiordomo ne approfitterà per toccare con mano la felicità di essere finalmente se stesso, anche in un mondo in cui l’omosessualità è considerata un reato.

Ad unirsi al cast, due nomi meritano di essere sottolineati: Imelda Staunton (Vera Drake, Another Year) nei panni di Lady Bagshaw, dama di compagnia della regina (curiosità: la Staunton è moglie di Jim Carter, il burbero Mr. Carson) e Tuppence Middleton, che abbandona i ciuffi blu da deejay di Riley, protagonista di Sense8, per indossare quelli più castigati di cameriera personale proprio della Bagshaw, Lucy Smith, la quale troverà in Branson un fedele alleato.

Imelda Staunton e Tuppence Niddleton

Una parabola conclusiva della quale non sapevamo di avere il bisogno fino a poco prima di entrare nella sala cinematografica, che farà sicuramente felici i fans di vecchia data ma che risulterà gradevole perfino a chi non ha seguito la serie originale, grazie ad una narrazione capillare che nella sua complessità non farà sentire orfani anche i meno informati.

Welcome back, Downton Abbey

Il film di Downton Abbey, ossia non cambiare nulla affinché tutto cambi (recensione)
8.5 Recensione
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Sono nato a Monopoli (BA) 33 anni fa. Ormai prossimo alla resurrezione, mi sposto tra la Puglia e la Città Eterna. Respiro e scrivo, come dicono i Baustelle. Dirigo BL Magazine dove mi occupo soprattutto di diritti umani, cultura, tv e spettacolo.

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