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Human Rights

IL SUFFRAGIO UNIVERSALE, la lunga storia del diritto di voto (10 DAYS OF HUMAN RIGHTS)

Ogni persona ha diritto di partecipare alla direzione degli affari pubblici del suo paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente eletti;

Ogni persona ha diritto ad accedere, in condizioni di uguaglianza, alle cariche pubbliche del proprio paese;

3) La volontà del popolo è il fondamento dell’autorità dei poteri pubblici; questa volontà dev’essere espressa con elezioni […], a suffragio universale […].

Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, art. 21

Il suffragio universale, ossia il principio secondo il quale nessun individuo è escluso dalla partecipazione al voto nel proprio paese, senza distinzione di classe sociale e sesso, è uno dei valori fondanti di ogni democrazia. Esso si fonda sull’ideale di rappresentanza politica promosso da Jean-Jacques Rousseau, in base al quale si legittimava la rappresentanza politica nella volontarietà.

Eppure, nonostante il suo carattere inclusivo imprescindibile e la rilevanza storica del suo processo di evoluzione, la frequente astensione al voto (soprattutto nelle elezioni amministrative in Italia) e pagine fb come questa, che hanno il sapore di una petizione semiseria per un’oligarchia illuminata (si fa per ridere, certo), ne hanno quasi svilito la sua sacralità e inviolabilità.

suffragio universale

Oggi nel mondo vi sono alcuni paesi nei quali il concetto di “suffragio universale” è messo in discussione da più parti: da un lato l’instaurarsi di dittature de facto, che rendono vana la scelta del singolo perché l’apparato politico al potere reprime il diritto di opposizione (Corea del Nord, Eritrea, Turkmenistan, giusto per citarne alcuni), dall’altro lato nazioni che ancora non consentono a tutti i cittadini di esprimere il loro voto, come ad esempio il Sultanato del Brunei, che ha abolito il suffragio universale (maschile e femminile) nel 1962 o il Libano dove l’accesso al voto alle donne è opzionale e consentito solo a fronte di un sufficiente grado di istruzione.

Il suffragio universale, tuttavia, è stato approvato in alcune nazioni solo recentemente. In Arabia Saudita, ad esempio, le donne possono votare solo dal 2015 (ma anche lì concetto di democrazia è piuttosto blando in quanto si è davanti ad una monarchia assoluta), in Oman dal 2003, in Bahrein dal 2002, nel Kuwait dal 2005 e negli Emirati Arabi dal 2006.

suffragio femminile arabia saudita

Alle donne dell’Arabia Saudita è stato concesso il diritto al voto solo nel 2015

Le prime nazioni ad aver consentito alle donne di votare sono state invece la Nuova Zelanda nel 1983 (che all’epoca figurava ancora come una colonia britannica, pur autoproclamatasi indipendente) e l’Australia (1902). In Europa, invece, nazioni capofila furono la Finlandia (1906), che ottenne la sua indipendenza dalla Russia, e l’Albania (1909). Seguirono numerose repubbliche sovietiche successivamente alla rivoluzione d’ottobre del 1918 e la Gran Bretagna, il cui processo di instaurazione del suffragio femminile è stato magistralmente rappresentato nel film di Sarah Gavron Suffragette (2015).

Le origini del suffragio universale

Manifesto delle suffragette francesi

Senza spostarci troppo indietro nel tempo, quando i cittadini ateniesi maschi dell’Ecclesia votavano le leggi scritte dalla Boulé, la storia del suffragio universale passa necessariamente per la storia degli Stati Nazionali.

I primi spiragli della partecipazione attiva dei cittadini al voto si registra in Francia, all’indomani della Rivoluzione Francese che sovvertì l’invisa monarchia borbonica.

Le insurrezioni popolari e il ritrovato sentimento patriottico del terzo stato convinsero il popolo a chiedere di partecipare alle elezioni delle nuove istituzioni. Nel 1792 a suffragio universale maschile fu eletta la Convenzione Nazionale. Reintrodotto nel 1848, si attese solo la fine della seconda guerra mondiale perché fosse permesso di votare anche alle donne francesi.

Diversa la situazione negli Stati Uniti d’America, dove nel dal 1776 le fonti testimoniano un suffragio censitario, basato quindi sulla situazione economica. Nella metà dell’Ottocento fu il Wyoming a permettere per primo il voto delle donne.

Nel 1920 la modifica del XIX emendamento della Costituzione introdusse il suffragio universale, tuttavia gravato da una tassa elettorale (ai cittadini era quindi richiesto di pagare un tributo per accedere al voto) e propedeutico al sostenimento di un test di alfabetizzazione. Queste condizioni furono rese illegittime negli anni ’60 grazie al Voting Rights Act e a varie sentenze della Corte Costituzionale. Di fatto, il pieno suffragio universale negli Stati Uniti è stato introdotto solo a partire dagli anni ’70 e ha chiuso un lungo percorso di discriminazioni solo nel 2006.

Il suffragio universale in Italia

Italiani in coda per il voto nel 1946.

Ci sarebbe molto da dire e da riflettere sul suffragio universale e sulla parità di accesso al voto dei due sessi nel nostro paese, complice anche il processo di unificazione che spazzò via buona parte dei diritti acquisiti dalle donne nel nord Italia.

Fu il Granducato di Toscana nel XVI secolo a consentire alle donne dei ceti più abbienti di partecipare alle consultazioni di politica locale, pur non potendo essere elette. Tre secoli più tardi, nell’Ottocento, le donne lombarde benestanti furono tra le prime a poter godere dei benefici del suffragio universale. A loro si aggiunsero le donne toscane, che potevano esprimere il loro voto anche per procura.

Il Parlamento sabaudo in un dipinto dell’ottocento.

Accadde però che con l’unificazione politica italiana si estese all’intera penisola la legge elettorale sabauda, la quale non solo non prevedeva il suffragio femminile ma poneva forti limitazioni anche a quello maschile.

Ad eleggere i propri rappresentanti erano chiamati solo i cittadini uomini di almeno 25 anni che sapessero leggere e scrivere, in pieno godimento dei diritti civili e politici e che esprimessero un censo di imposte dirette di almeno 40 lire. Il risultato fu un coinvolgimento alla vita politica del paese di poco meno di 500.000 cittadini, pari a un misero 1,89% della popolazione.

Vent’anni più tardi, dopo numerosi dibattiti in Parlamento, si modificò la legge elettorale: da un lato si abbassava l’età minima a 21 anni, e dall’altro si parificava il superamento dell’esame di seconda elementare al pagamento di un’imposta di almeno 19,80 lire come requisito per accedere al diritto di voto. La partecipazione salì al 6,9% dei cittadini per 2 milioni di elettori, perlopiù concentrati nelle città del nord: rimanevano esclusi le campagne e soprattutto il meridione, che presentava tassi di analfabetismo e disoccupazione molto più elevati del settentrione.

Gli analfabeti poterono votare solo a partire dal 1912 e grazie al governo Giolitti, che pure ne condizionò la capacità elettorale al raggiungimento del trentesimo anno di età e all’adempimento degli obblighi di leva.

A conti fatti, l’Italia fu una delle ultime nazioni in Europa a consentire il voto alle donne, complice anche l’ascesa del fascismo che congelò il diritto di voto dei cittadini nel corso del suo ventennio.

Quando si pensa al suffragio universale nel nostro paese, la memoria vola al referendum tra monarchia e repubblica del 2 giugno 1946 come riferimento più immediato. Non fu quella, però, la data che segnò per la prima volta l’ingresso delle donne alle urne bensì il 10 marzo 1946, il primo dei cinque turni delle elezioni amministrative.

Una data importante non solo perché le donne poterono finalmente recarsi alle urne, ma anche perché De Gasperi e i suoi, pur caldeggiati dall’invito di Papa Pio XII e dopo i pasticci del Decreto Bonomi del 1945 (che consentiva alle donne l’elettorato attivo ma non quello passivo), finalmente concessero alle donne di essere elette. I nomi delle prime due sindache d’Italia furono Ada Natali a Massa Fermana (FM) e Ninetta Bartoli a Borutta (SS).

Prima donna sindaco d'Italia

Ninetta Bartoli, sindaca di Borutta. È stata, insieme ad Ada Natali, la prima donna eletta alla carica di sindaco in Italia.

Le elezioni dell’Assemblea Costituente del 1946 condussero poi all’elezione di ventuno donne (su 552 membri): nove comuniste, nove democristiane, due socialiste e una per il Movimento dell’Uomo Qualunque.

Ma questa è un’altra storia che approfondiremo nei prossimi giorni.

Scritto da

Sono nato a Monopoli (BA) 33 anni fa. Ormai prossimo alla resurrezione, mi sposto tra la Puglia e la Città Eterna. Respiro e scrivo, come dicono i Baustelle. Dirigo BL Magazine dove mi occupo soprattutto di diritti umani, cultura, tv e spettacolo.

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