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Desdemona

In ricordo di Rossana Rossanda.

Oggi, 20 Settembre 2020, è venuta tristemente a mancare Rossana Rossanda, una delle donne di riferimento del giornalismo politico e del femminismo in Italia. Un pilastro per me e per tutt* quell* che oggi si battono per i diritti umani e sociali.


E’ stata giornalista, scrittrice e traduttrice italiana, dirigente del PCI negli anni cinquanta e sessanta e cofondatrice del giornale Il manifesto, una delle testate più importanti del nostro paese.

Rossana ci ha lasciati in un periodo nero per i diritti delle donne. Certo, stiamo crescendo, aumentiamo di numero, ogni tanto riusciamo a vincere qualche battaglia. Ma la sua morte ha culminato in negativo una settimana nera per il femminismo e i diritti civili.

Chissà cosa avrà pensato per la morte di Maria Paola. Maria Paola è stata uccisa dal fratello perché era era in relazione con un trans. E’ stato un femminicidio a sfondo transfobico.

Chissà come avrebbe commentato questo referendum sul taglio dei parlamentari, in cui, qualora vincesse il si, perderemmo ancora di più la rappresentanza in Parlamento e impedirebbe ancora di più le donne ad entrarci.

Chissà cosa avrebbe scritto della condanna di Dana Lauriola, che dovrà scontare due anni di carcere per aver difeso il suo territorio dal quel mostro chiamato TAV.

Chissà come si sarebbe arrabbiata di fronte all’assessore degli Affari Legali della regione Piemonte quando ha iniziato a dettare delle linee guida contro la RU486, la pillola abortiva, una piccola vittoria del movimento femminista italiano (e che stanno cercando di distruggerla).

Chissà come si sarebbe inalberata di fronte a Temptation Island, quando uno dei partecipanti ha affermato senza problemi che impediva alla sua ragazza di uscire con le amiche e di farla avvicinare ad un altro uomo. Ma soprattutto, come si sarebbe scontrata con una televisione tossica che non impedisce in alcun modo il veicolare di un messaggio così pericolosamente patriarcale.

Chissà, forse sarebbe andata a stringere le mani a quelle studentesse del Liceo Socrate di Roma alla Garbatella, a cui è stato vietato loro indossare la minigonna a scuola perché sennò “al professore cade l’occhio“. Giustamente sono le ragazze che devono stare attente a come vestirsi, ed è inutile educare gli uomini al rispetto delle donne, vero?

E poi, chissà come avrebbe reagito di fronte alla condanna attenuata di quell’uomo che ha stuprato una donna “troppo disinvolta”. Sarebbe stata d’accordo con noi nel ribadire che siamo stufe marce che la colpa ricada sempre a noi donne che siamo troppo “qualcosa” e che ce lo siamo andate a cercare. La colpa è di chi stupra. Punto.

Ecco, tante sono le cose che succedono in Italia e nel mondo. Oggi pensavo di scrivere di “Erosiva, la differenza è erotica”, il contro-festival organizzato da Michela Murgia, Chiara Valerio e tantissime altre femministe dello scenario nazionale come risposta al Festival della Bellezza, evento in cui le donne sono state completamente tenute fuori nell’organizzazione e nella partecipazione.

Le cose belle avvengono, è chiaro che teniamo duro.


Ma oggi mi sono resa conto di come piano piano i nostri punti di riferimento, quelle persone che piano piano ci hanno guidato nella lotta verso la parità di genere e mondiale, ci stanno fisiologicamente lasciando.

Mi sento, nel mio piccolo, responsabile nel raccogliere insieme alle altre (uso volontariamente il femminile!) lo “scettro” e il lavoro iniziato dalle femministe e le attiviste che prima di me hanno reso questo mondo un posto migliore e cominciare a mettersi in prima linea per difenderci tutt*.

Siamo quasi pronte per un necessario ed inevitabile cambio generazionale.

Concludo salutando di nuovo Rossana Rossanda con il suo Manifesto per un nuovo femminismo.

“Si può pensarla in modi molto diversi su sessualità e filiazione, ma un fatto è incontrovertibile, e cioè che per venire al mondo bisogna passare da un corpo di donna, che deve alimentare l’embrione per nove mesi. È dunque venuto il momento nel quale tutte le donne farebbero bene a esprimersi nel merito. Lo faccio anche io partendo dal presentarmi.

Sono sicuramente una donna, e un po’ qualunque, come milioni di altre donne da quando esistono le civiltà greca, romana e giudaica, che sono le principali dalle quali una donna qualunque europea soprattutto deriva.Di particolare c’è che ho sempre avuto una vera passione politica; in suo nome ho dato vita al “manifesto”, gruppo politico italiano, poi anche quotidiano autofinanziato assieme – fra altri – a Lucio Magri, a Luigi Pintor e Luciana Castellina, che esce ancora oggi. Posso aggiungere che sono una marxista ortodossa, adepta a suo tempo anche di quel marxismo-leninismo, che giustamente si accusa di essere “volgare”, ma che mi ha aiutato anch’esso a capire com’era fatto il mondo e a diventare comunista: lo sono rimasta, non sono dunque di formazione condivisa dai più né in onda con il tempo.

In quella posizione ho diretto il manifesto e in quella veste non ho goduto sempre della simpatia del movimento delle donne, che mi ha definito sovente “figura di potere”, invitandomi a mettermi in gioco, cosa che, a dire il vero, credevo di aver fatto, ma – si vede – non abbastanza; sono stata semplicemente espulsa a suo tempo dal Pci. Ora chi ha preso (e fatto vivere) il manifesto, mi permette di scriverci, ma non di aver voce in capitolo sui suoi indirizzi (e posso capirlo). Quanto al marxismo è una scelta personale e non pretende di essere condivisa: serve a spiegare perché ho esitato un attimo a definirmi “femminista” anche se credo di esserlo, non c’è battaglia delle donne che io non condivida, talvolta con qualche riserva. Non ne ho, ad esempio, nei confronti del testo fatto circolare da “Non una di meno” per convocare uno sciopero generale l’8 marzo scorso.

Rossana Rossanda
Rossana Rossanda

È importante che la battaglia per i diritti delle donne sia più estesa e condivisa possibile, contro una “cultura maschilista”, intesa anche nell’accezione di “senso comune” di derivazione greca, romana e giudaica, ma si dovrebbe dire anche egizia o cretese, culture che hanno in comune una visione binaria della sessualità, sulla quale si innesta il principio della famiglia patriarcale come “società naturale “, basata sulla divisione gerarchica fra maschio e femmina.

Non penso che questo schema sia da sottovalutare, esso conforma una parte rilevante degli esseri viventi, sia nella zoologia che fra i vegetali, ha determinato gran parte delle nostre culture ed arti, e penso sia utile tenerne conto, limitandomi a riproporre la tesi di un polimorfismo della sessualità, avanzata già da Freud, che non scaricherei così allegramente.

Ne fanno esperienza anche donne e uomini che si iscrivono nello schema binario, anche patendone, o forse appunto patendone; non è detto che la definizione di un terzo sesso non comporterebbe gli stessi inconvenienti della gerarchia binaria, una volta che fosse stabilita come tale (personalmente in genere propendo piuttosto per lo sdoganamento di incertezze e disordini più che di nuove leggi, sempre ultimative).

Forse dovremmo riflettere criticamente sul bisogno di avere o darci una o più leggi, per essere più certe e certi, ma sempre “modi” del potere, cui soggiacciono anche le donne. Il potere mi sembra sempre la tentazione più pericolosa: in verità anche quello che definiamo potere patriarcale si fonda su un patto con le donne, che nella famiglia si accontentano di un sottopotere cui però tengono moltissimo, e che non rinunciano allo stesso modo ad esercitare.

Ecco dunque come la penso, sia in tema di libertà, sia di filiazione.

1. Ognuno deve essere libero nella scelta della sua sessualità e può praticarla, purché il suo partner sia assolutamente consenziente. Per “assolutamente” intendo che deve sapere di che si tratta ed essere in chiaro con se stesso oltre che con l’altra/o. (Si tratta quindi di regolare l’età in cui si è in grado di capire; e il come assicurarsi il consenso dell’altro/a).

2. Ogni violazione della libertà altrui sul punto 1 va punita come reato grave.

3. Anche la scelta della filiazione deve essere libera con precise garanzie per la creatura messa al mondo. Non mi appartiene perciò né l’attuale legislazione né l’assoluto rifiuto della gravidanza per altri. Non mi pare sostenibile che debba esistere il diritto ad avere un figlio proprio. Il bisogno di maternità non può essere un bisogno proprietario, mentre una donna può adottare uno dei molti bambini abbandonati anche se l’adozione comporta dei problemi. L’esperienza mi ha insegnato che la situazione dei maschi e delle femmine è nel merito molto diversa.

4. In particolare, la donna ha diritto di rivendicare il riconoscimento di paternità, che il maschio ha spesso rifiutato, scegliendo la propria figura di padre sotto il profilo sociale, economico, culturale piuttosto che nei confronti della donna che ha contribuito a mettere incinta. Allo stesso modo si è assicurato una libertà o responsabilità come padre: anche qui l’esperienza mi ha insegnato che in caso di continuazione o interruzione di una gravidanza il maschio di una coppia è perlopiù decisivo, soprattutto con l’argomento che il fare figli è un ruolo storicamente determinato e di interesse collettivo.

5. Anche se può essere non semplice, lo Stato deve assumersi il carico affinché la continuazione o interruzione di gravidanza possa essere libera.

6. Continuare o interrompere la gravidanza può essere difficile; ancora adesso legislazioni laiche, religioni e consuetudini sono lontane dal rispettare questa libertà.

7. Non è ammissibile nessun ostacolo a questa libertà: l’esistenza di coppie genitoriali omosessuali è una delle variabili della libertà stessa.

8. Per quanto riguarda la gravidanza per conto terzi (il cosiddetto utero in affitto), impedirla significa mettere un limite alla libertà della donna o dell’uomo che la vorrebbe, consentirla però comporta un pericolo permanente di mercificazione.

9. Va eliminata dalla Legge 194 la cosiddetta “obiezione di coscienza” da parte dell’operatore della sanità pubblica, che svuota di fatto la libertà di non continuare una gravidanza per le donne che non hanno i mezzi per ricorrere al privato.

10. Si deve considerare “famiglia”, e quindi avvalersi delle misure che la collettività stabilisce come aiuto o supporto, qualsiasi coppia, comunque formata che si proponga di mettere al mondo o crescere un bambino.”

Buon viaggio, Rosanna, e grazie infinite per il tuo infinito lavoro.

Benedetta La Penna
Scritto da

Attivista Politica, Femminista Intersezionale, Ally, Ecologista. Speaker e Autrice su Radio Città Pescara - Popolare Network.

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