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Katherine Johnson

Storie e Culture

Katherine Johnson: quando a Houston avevano un problema, ha risposto lei

Febbraio 2020. Le scope dritte. La NASA che si scomoda per tranquillizzare il mondo sull’integrità scientifica della forza gravitazionale, incorruttibile anche davanti al desiderio di autonomia delle scope.


Detto questo, abbiamo detto tutto. Il genere umano si merita il Coronavirus, lo scioglimento dei ghiacciai, l’aumento delle tasse e le penne lisce come unico ricordo del made in Italy.

Questo articolo doveva iniziare diversamente. È che a febbraio 2020 è successa davvero una cosa degna di nota. Ma nessuno lo sa. Nell’universo femminile si è spenta una stella luminosissima. Quella di Katherine Johnson.

Chi??? La donna che lavorava alla Nasa. Quella molto brava in matematica che ha portato l’uomo sulla luna e l’ha anche riportato a casa. Quella che elaborava a mente i faticosi calcoli spaziali ma che per ogni pipì, doveva camminare per quasi 5km. Era afroamericana ed il bagno gliel’avevano messo chissà dove. Katherine Johnson. La protagonista del film autobiografico Il diritto di contare. Forse così ve la ricordate di più. Lux fuit nelle vostre menti cinefile!

katherine johnson il diritto di contare
Taraji P. Henson è Katherine Johnson ne “Il diritto di contare”

Ho il privilegio di poter lanciare un #messageinabottle2.0, nel mare di bit in cui naufraghiamo a vista. Racconto di Katherine. Delle sue sfidanti orbite di missione. Delle sue confortevoli traiettorie di rientro. Della sua logica computazionale, più affidabile di un computer. Delle sue silenziose vittorie contro i pregiudizi di genere. Di quando ha fatto crollare le barriere segregazioniste e si è laureata. Di quando ha messo piede alla NASA, per prima. Di quando a Houston arrivò una telefonata dicendo che c’era un problema ed ha risposto lei. Qualcuna leggerà queste righe e forse si sentirà ispirata. Qualcuno intercetterà questo articolo e forse si farà una domanda. E forse questo 8 marzo 2020 avrà avuto un senso. Vale la pena tentare.

Ricominciamo dunque. “Le donne che hanno cambiato il mondo, non hanno avuto bisogno di mostrare niente, se non la loro intelligenza” Mi piace pensare che se avesse potuto, la Montalcini avrebbe commentato con questa sua massima la dipartita della collega scienziata. È così che funziona tra donne in gamba. Ci si rispetta e ci si stima per davvero.

Katherine Johnson. Nasce in un paesino della Virginia Occidentale. Frequenta gli studi nella contea affianco. Nella sua, l’istruzione era appannaggio dei bianchi. Bambina prodigio. Si diploma a 14 anni. Al college frequenta tutti i corsi di matematica disponibili. A 18 anni è già laureata Magna cum Laude. A 35 è alla NASA. Matematica eccellente. Ingegnere Aerospaziale. Informatica meticolosa. Donna, in un’università di soli uomini. Nera, in un’America bianca che più bianca non si può. Non aveva fatto corsi di leadership, non indossava i pantaloni, non conosceva il Pussy Power. Però era la regina del castello. Le sue conoscenze di geometria analitica erano talmente estese da superare quelle dei primi computers. Senza la sua conferma, nessun ingegnere validava i lanci e nessun pilota partiva. È rimasta sconosciuta finché la 20th Century Studio non le ha dedicato un film. Com’è possibile?

scienziata nasa afroamericana
Katherine Johnson

Se l’8 Marzo esiste, è perché certe donne devono essere ricordate. Quelle che sono morte prima di tutte, quelle che sono state accusate, quelle che sono state vessate. Quelle che hanno lottato e provocato. E quelle che non hanno fatto niente di più che studiare e seguire le regole, come Katherine. Ha lavorato, non ha mai chiesto, ha ottenuto. Ha vinto per sé e per noi tutte. Ha lasciato un’impronta anzi, una carezza.


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