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LA CASA DE LAS FLORES, l’upper class messicana messa a nudo su Netflix

La famiglia de la Mora gestisce un elegante e prestigioso negozio di fiori nei quartieri alti di una non meglio specificata località del Messico. 


Composta da padre, madre e tre bellissimi figli, Paulina, Julian ed Elena, la famiglia si riunisce per la festa per il compleanno di Ernesto, il patriarca. Durante il party, però, viene rinvenuto il cadavere di Roberta, una donna misteriosa che ha deciso di impiccarsi proprio nella fioreria dei de La Mora, La casa de las flores.

Sarà questa macabra scoperta a far cadere le maschere di tutti i personaggi, ciascuno dei quali sembra soggiogato al volere della matriarca, Virginia, una donna risoluta e determinata a salvare le apparenze a tutti i costi, e per la quale sembra essere più importante sembrare una famiglia perfetta agli occhi degli altri che la felicità dei propri cari…

È stata distribuita da Netflix a partire dal 10 agosto La casa de las flores, commedia dark messicana diretta da Manolo Caro incentrata sulle vicende della famiglia de la Mora, archetipo della famiglia disfunzionale altoborghese da sempre al centro delle narrazioni delle telenovelas latinoamericane.

È proprio da quel mondo che Manolo Caro attinge, negli intrecci, nelle modalità di recitazione e nel casting.

A dare voce e corpo alla famiglia de la Mora e allo sconquassato microcosmo grottesco che le gravita attorno, una sfilza di attori di fotoromanzi, serie tv televisive e novelas, sui quali troneggia senza rivali l’immensa Veronica Castro, idolo degli anni ’80 e assurta a reina delle telenovelas col ruolo di Mariana Villareal in “Los ricos también lloran“, meglio conosciuta in Italia con “Anche i ricchi piangono“.

Veronica Castro nel ruolo di Virginia

La Castro gioca a interpretare quello che sa fare meglio: la matriarca, disposta a tutto pur di salvare le apparenze anche quando una baraonda di segreti rivelati rischia di mettere in subbuglio la superficiale quiete familiare. Splendida nelle sue vestaglie ricamate con motivi floreali (tutt’altro che sobrie), l’espressività ormai devastata da fiere iniezioni di botox, è il simbolo camp della serie e ne diventa il dogma recitativo assoluto.

Attorno alla Castro, una girandola di attori già noti al pubblico delle telenovelas completano uno scenario da teatro dell’assurdo: Ernesto (Arturo Rios), suo marito, del quale si scoprirà la doppia vita a causa dell’omicidio di Roberta; Paulina, la primogenita, tanto complice di Ernesto quanto incompatibile con Virginia, dalla quale però sembra aver imparato a nascondere la polvere sotto il tappeto, è interpretata da Cecilia Suarez, che sfoggia un marcatissimo accento messicano con una cadenza piuttosto buffa, ormai diventato virale anche su twitter; Julian, il figlio maschio, che invece è devoto alla figura materna tanto da aiutarla con acconciature, manicure e pedicure, è interpretato da Dario Yazbek Bernal, fratello minore del più famoso Gael Garcia (col quale noterete una piacevole somiglianza); ed Elena (Aislinn Derbez), la piccola di casa che vive una relazione complicata, e ovviamente osteggiata da Virginia, con Dominique (Sawandi Wilson), pelle d’ebano e fascino esotico.

La famiglia de la Mora nella sigla della serie

La recensione

Una commedia dark, dicevamo. Non sbalorditevi, dunque, di imbattervi in performance di karaoke durante un funerale, magari proprio sulle note della nostrana “Maledetta primavera“, in mezzo a un capitolato di drag queen. O ad un atteso coming out che diventa all’improvviso un numero di cabaret sulle note di “A quien le importa” di Alaska, idolo trash iberico scoperto da Pedro Almodovar.

La casa de las flores ha il merito di strappare qualche risata e di affrontare, in maniera assolutamente illogica – ma per questo irresistibile – tematiche come il tradimento, l’omosessualità, la transessualità, le relazioni interraziali.

Corna e scandali, inesauribili fonti d’ispirazione per le telenovelas di tutto il mondo, vengono riscritti in chiave ironica, dissacrante, grottesca, seguendo gli stereotipi dei “must have” del nostro tempo: l’amante gay, l’addiction social, i collassi finanziari, narrati dalla voce beffarda di una morta, Roberta, proprio come in un’altra serie che mette a nudo la classe borghese e le sue contraddizioni, Desperate housewives. Solo un po’ più… trash.

Una scena della serie

A sottolineare il legame con il mondo floreale ci sono i titoli degli episodi, tredici in tutto della durata di 30′, ognuno dei quali richiama il nome di un fiore e il suo significato (narciso come menzogna, giglio come libertà, ad esempio), che sintetizza lo stato d’animo messo al centro dell’episodio e sviluppato da tutti i personaggi.


Ad oggi non sappiamo se la serie sia stata rinnovata per una seconda stagione, ma dalle ultime dichiarazioni di Manolo Caro pare che la Castro non ci sarà.

Consigliata? Assolutamente sì. Perché perdersi una serie divertente, veloce, friendly e soprattutto leggera in questa coda finale dell’estate? Ottima per il ritorno dalle ferie e per intense sessioni di binge watching domenicale!

 

Nicola Napoletano
Scritto da

Sono nato a Monopoli (BA) 34 anni fa. Cresciuto a pane e prosciutto e una passione smodata per la scrittura, oggi mi divido tra la Puglia e la Città Eterna. Adoro il mare azzurro, i film di François Truffaut, il vino rosé e le poesie di Saffo. Su BL Magazine mi occupo soprattutto di raccontare come vengono trattati i diritti umani e diritti lgbt+ nel mondo... e qualche volta mi distraggo scrivendo di tv e spettacolo!

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