La casa di Jack di Lars Von Trier

LA CASA DI JACK è l’ultimo lungometraggio del controverso regista danese Lars Von Trier: un viaggio negli inferi dell’animo umano che scava nella carne e nella violenza per riflettere sulla natura cinica ed egoista della nostra civiltà.

Stati Uniti, 1970.
Jack è un ingegnere con l’animo dell’architetto.
Ma è anche un feroce e freddo serial killer con tendenze ossessivo compulsive.
Nel corso di dodici anni egli affinerà la sua arte compiendo delitti sempre più elaborati.

C’è una spinta, una volontà interiore, che spinge verso l’alto. Essa ci porta ad innalzare cattedrali e strutture che saranno forse eterne, che guarda alla perfezione, che cerca di abbracciare il cielo. Ma c’è una spinta, una forza che spinge verso il basso, che distrugge tutto ciò che è stato creato. Essa (ci) affonda nel fango, tra i vermi, sotto terra, fino ad arrivare a disegnare e desiderare l’inferno.

Lars Von Trier è questo.
LA CASA DI JACK è questo.

La casa di Jack di Lars Von Trier

L’ultima opera del cineasta che puntualmente divide critica e pubblico è l’ennesimo riflesso di un’anima (la sua) e di una società (la nostra) che necessita di essere salvata o dannata, per sempre.

Con un certo piacere per gli scandali, il regista danese supera e non poco la linea del buon gusto. Egli mostra la violenza in tutte le sue forme più aberranti, elevandole a opere d’arte.

Tra amputazioni di seni, fucilazioni ai danni di bambini, strangolamenti, installazioni artistiche con cadaveri, c’è tempo per delle digressioni sul senso del male che da sempre affascina l’essere umano.

Il film, come i suoi precedenti lavori, è diviso in capitoli, più precisamente “INCIDENTI“. Così li definisce il protagonista – un bravissimo Matt Dillon – gli episodi in cui “inciampa” nella vita di alcune donne, spezzandole, calpestandole.
Con cinico divertimento Lars Von Trier imprime sulla pellicola le accuse di misoginia che spesso gli son state rivolte, uccidendo donne stupide, disattente, deboli. Lo fa con sorriso beffardo, conscio di provocare rinnovate critiche.

Il viaggio di (de)formazione di Jack, il suo costruire e abbattere una casa che pare non trovare forma, il suo disturbo ossessivo compulsivo; tutto lo porterà a valicare una porta che egli non è mai riuscito ad aprire, forse la più importante, quella della propria coscienza.

È da questo snodo narrativo fondamentale che ci ritroviamo a vivere un secondo viaggio tra epica e mito. Un viaggio interiore che guarda all’inferno dantesco. Un’analisi sulla cultura del dolore e del terrore che abbiamo coltivato e tramandato per secoli tra genocidi e persecuzioni e razzismo e odio.

La casa di Jack

Tra tutto questo immotivato orrore, ma di cui ne siamo forse complici, forse indifferenti, c’è un momento poetico: una semplice goccia che scivola via.

Se in NYMPHOMANIAC essa raffigurava una liberazione dalla sofferenza in uno dei momenti più strazianti della protagonista; qui è una lacrima che scende sul volto di Jack nello scrutare un Paradiso terrestre che non potrà più contemplare.

Quella vista paradisiaca riporta Jack a un momento in cui egli avrebbe potuto far una scelta diversa, ma che ha deciso di ignorare. Quello scorcio di un paesaggio rurale dai colori accesi è l’ultimo barlume di un’umanità che non sappiamo neppure più spiegare.

La Casa di Jack di Lars Von Trier
Alcuni poster promozionali de LA CASA DI JACK di Lars Von Trier

Non vi è alcuna espiazione o consolazione, solo altro dolore, solo altra sofferenza, solo le fiamme dell’Inferno.
Jack/Lars/Noi meritiamo questo. Costruiamo la nostra casa sulle lacrime e sulla sofferenza del prossimo. Ogni cosa ci è utile per raggiungere il nostro scopo, così anche le altre persone sono solo mezzi, materie prime, per costruirci l’illusione di essere al riparo. Al riparo dagli altri, da noi stessi. Eppure gli altri siamo noi. E se gli altri sono l’inferno per noi, noi lo siamo con essi per altri ancora.





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