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La mia Africa è anche tua

Quando penso all’Africa non posso fare a meno di immaginare canti, balli, suoni e cromatismi tipici di questa terra con i suoi colori arancio, marroni, rossi che ritroviamo poi impressi negli abiti e negli oggetti che ne riflettono lo spirito.


È una terra ricca l’Africa! Miniere di diamanti, petrolio, tessuti pregiati, importantissimi siti archeologici e una cultura composita e affascinante.

Il modo di abbigliarsi ci racconta tanto di un popolo, al pari del cibo, dell’architettura, della religione.

Vestirsi e abbigliarsi sono due concetti differenti: il primo si limita definire l’utilità di un capo, ci parla della pragmaticità del suo utilizzo in un dato ambiente; il secondo sono gli occhi di un popolo che imprime la visione stessa della vita sui tessuti, attraverso colori, figure e tagli.

Questa terra è vasta, enormemente vasta. Impossibile definire un unico modello che sia rappresentativo di tutte le realtà sul territorio, poiché parliamo di 54 Stati, con assetti politici differenti e differenti risorse.

Questo mio piccolo excursus vuole solo rendere omaggio ad un terra meravigliosa che è stata depredata, spremuta, mutilata, violentata anche, da chi ne ha riconosciuto sì la bellezza e la prosperità, ma preferendo svuotarla piuttosto che valorizzarla e farla crescere. Non parlo solo di chi ne ha fatto appendice del proprio Stato, con le colonie, ma anche di chi indigeno ha svenduto la propria “casa” per tornaconto personale.

Una delle lavorazioni più affascinanti è il Kente, originario del Ghana.

La leggenda narra di due giovani fratelli che videro affascinati un regno tessere la sua tela, e vollero riprodurre quell’intreccio di fili creando un tessuto utilizzando fili di rafia bianchi e neri , mostrandolo successivamente al re che incantato dichiarò che< più colorato sarebbe stato straordinario>. I due giovani allora decisero di impiegare la corteccia e i semi degli alberi per farne delle tinture e immergendovi i fili crearono tessuti con motivi geometrici e dai colori vivaci, che vennero chiamati kente, ovvero canestri, ricordandone gli intrecci.

Continuando il nostro percorso non si può non menzionare il wax o ankara , importato dai guerrieri ghanesi in spedizione in Indonesia per conto dei coloni olandesi, sul finire dell’800. La tecnica usata per questo tipo di indumento è quella, appunto, di colare della cera (wax, in olandese) le parti del tessuto che non si vogliono tingere. Altra particolarità sono la lunghezza della gonna, che arriva fino alle caviglie, e i motivi e i colori che assumono significati precisi.

Miscelando i colori, i quali rappresentano esplicitamente richiami a degli stati d’animo, con simboli come vegetali o animali, si ottengono messaggi chiari e univoci, frutto di una vera arte comunicativa e mirata all’esprimere concetti ben delineati.

Se ci spostiamo a sud , troviamo il popolarissimo shweshwe, sul tessuto di cotone le stampe vengono fatte a rullo.

Ho lasciato per ultimo, ma primo nel mio cuore , il caftano o qaftankaftan, tipico della parte più a nord.

Elegante e pratico, leggero e sensuale; sposa perfettamente la leggerezza dei tessuti con la ricercatezza delle decorazioni e la semplicità dei tagli. Perfetto per mille occasioni, da serate mondane a giornate di passeggio , il caftano riesce a collocarsi come il capo più cool e poliedrico che io conosca.

Molti stilisti, ricordo Marta Marzotto, non solo lo avevano adottato, ne avevano fatto proprio un’autocelebrazione.


Questi sono solo alcuni degli esempi di come la moda abbia risentito della contaminazione africana.

La cosa che forse molti non sanno è che l’Africa è molto più che un semplice rimando ad un trend esclusivamente etnico. Grazie alla bravura di alcuni stilisti, dal territorio si dipartono nuove tendenze; non più una rivisitazione nostalgica dello sterotipo dall’esterno, ma una vera e propria esplosione dal cuore di questo variegato territorio!

Non più stile afro, ma moda africana.

Per troppo tempo la moda, dall’hairstyle al design, compreso il vestiario, si è poggiata su una visione folckloristica e tribale, “sfruttando” un’immagine standardizzata. Oggi finalmente gli africani si riappropriano della loro cultura e ce ne presentano l’evoluzione, la loro immagine di se stessi, non più la nostra. Si esporta finalmente tendenza e originalità propri di quella parte del mondo.

Personalità di spicco come Adama Amanda Ndiaye , affermata stilista, hanno dato lustro al panorama africano della moda. Qui alcuni dei suoi migliori modelli scelti dal sottoscritto. 

A chi dice;” aiutiamoli a casa loro”, io rispondo che piuttosto sarebbe ora di smetterla di speculare sulla loro pelle, che sarebbe ora di intervenire facendo rientrare le guerre che li dilaniano, guerre che abbiamo anche in qualche modo fomentato, se non innescato, noi stessi occidentali.

Vorrei dire a quei signori che stiamo parlando di una popolazione fiera, ricca di storia e contenuti, che ha faticato a tenere il passo, parlo di indipendenza economica e di indipendenza culturale, perché spesso oppressa da noi, popoli “evoluti”.

La moda è anche politica, è ricerca delle proprie origini ma è anche veicolo su cui si trasportano nuovi obiettivi, la moda parla all’umanità perché è creata per essere fruita dalle persone. È ora che essi parlino per se stessi e liberi dalle ingerenze di chi li vorrebbe ancora una volta subordinati per meri interessi.

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Nato a Enna il 27/06/1977, ho studiato Scienze del Servizio Sociale alla facoltà di Scienze Politiche, non conseguendo la laurea. Ho lavorato come educatore presso strutture di neuropsichiatria infantile, e ad oggi  lavoro in ambito ferroviario. Amo dipingere,creare con diversi materiali, leggere i movimenti sociali. vivo nella splendida Bologna da 15 anni.

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