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Spettacolo

La ROMA di FEDERICO FELLINI: un ritratto tenero e terribile

Non voglio dimostrare niente, voglio mostrare


Federico Fellini

Durante un intervista fu chiesto a Pier Paolo Pasolini: “Qual è la sua opinione sul nostro grande regista Federico Fellini?” Pasolini rispose: “Egli danza… egli danza.” E cos’è il cinema di Federico Fellini se non una grande danza liberatoria e circense in cui la sua, la nostra vita, sembra levitare sospesa tra sogno e poesia?


In effetti il cinema di Fellini trasporta lo spettatore in un universo mai esplorato prima, ovvero l’esplorazione dell’attività onirica del regista. E’ notoriamente diffusa l’opinione che Fellini sia stato un gran bugiardo per il suo atteggiamento spesso sfuggente riguardo l’interpretazione dei suoi film, asserendo sempre di “fare film alla stessa maniera in cui vivo un sogno, che è affascinante finché rimane misterioso e allusivo ma che rischia di diventare insipido quando viene spiegato”.

Tale tesi è riscontrabile nel famosissimo Libro dei sogni che Fellini creò sin inizi degli anni Sessanta fino alla sua morte, una sorta di diario onirico, in cui l’autore riminese abbozzava personaggi, colori e talvolta ricordi veri ma filtrati attraverso i canoni fumosi e leggeri del sogno.

Ritratto giovanile di Federico Fellini

La leggerezza, così come gli ambienti fumosi e il rumore del vento che rimandano a loro volta a tale tipo di immagine, è uno degli elementi chiave del cinema felliniano, ovvero quel tipo di leggerezza che Italo Calvino nelle sue Lezioni americane intendeva come “reazione al peso del vivere”. La famosissima sequenza di apertura di  ci illustra come il regista Guido Anselmi, interpretato da Marcello Mastroianni, sogni di librarsi in volo da una vita che lo pone costantemente sotto giudizio e che lo opprime, rappresentata dal lungo tunnel e dagli sguardi degli automobilisti fissi su di lui, ma anche dal vorticoso ondeggiare dell’altalena dell’amore nel Satyricon o all’altrettanto famosa casa sugli alberi di Giulietta degli spiriti.

In questi giorni si è detto di tutto su Federico Fellini, sulla sua vita, sulla sua poetica e sulle sue opere più celebri e forse parlarne ancora potrebbe risultare ridondante. Tuttavia in quest’articolo vorrei porre l’accento su uno dei suoi film che, secondo il mio parere, riassume in pieno il senso profondo del cinema felliniano, ingiustamente messo da parte da pubblico e critica anche in questi giorni di festeggiamenti ma secondo me una delle sue opere cruciali, ovvero Roma.

Una raffigurazione totale di Roma tra passato e presente

La Roma raffigurata (in netta contrapposizione col termine “rappresentata”) da Fellini in questo film del 1972 si configura come un orgiastico caleidoscopio di situazioni ed immagini, un falso documentario, o meglio “bugiardo”, sulla Città Eterna, lontana anni luce dalla Roma povera de Le notti di Cabiria o da quella mondana de La dolce vita, che Fellini considera come “la madre ideale perché indifferente che ti accoglie quando vieni, ti lascia andare quando vai, come il tribunale di Kafka.”

Roma (1972): il Grande Raccordo Anulare

Come quasi tutte le opere del regista riminese a partire da La dolce vita, il film non segue uno sviluppo narrativo logico, affidandosi totalmente alla suggestione del presente e del passato filtrato dai ricordi. Un giovane (alter ego del giovane Fellini) giunge a Roma dalla profonda provincia italiana e ne viene totalmente assorbito. Nessun filo logico lega il passato col presente presentandoci Roma come una sfilata di personaggi e situazioni bizzarre, quasi come se fossero rinchiusi in barocchi e polverosi quadri a dimostrazione del profondo cambiamento della città tra gli anni prima pre e post Guerra.

Si passa dall’infanzia in Romagna, non apertamente dichiarata ma segnalata da una lezione del professore di storia sul passaggio di Cesare sul Rubicone, al primo impatto del giovane provinciale con la grande città ma in fondo caciarona e materna come la sua piccola provincia, il mondo dell’avanspettacolo in cui Fellini mosse i primi passi, la Roma degli anni Settanta oppressa dal traffico e dagli infiniti lavori della metropolitana da cui emergono le vestigia della Roma imperiale, a nobili decaduti e soli che abitano palazzi vecchi e vuoti il cui unico scopo è quello di far sfilare il clero. E poi l’ultima, indimenticabile apparizione cinematografica di Anna Magnani che Fellini definisce lupa e vestale, aristocratica e stracciona, ad indicare le due anime contraddittorie della città.

Anna Magnani in Roma (1972)

La dodicesima regia di Federico Fellini come già detto in precedenza è un ibrido. Falso documentario o autobiografia sognata? A ben vedere Roma è collocabile in momento ben definito della filmografia di Fellini, in una sorta di Trilogia del ricordo di cui fanno parte I clowns uscito due anni prima e Amarcord (che considero il vero capolavoro di Fellini) del 1973. E’ chiaramente un film di transizione, contenente l’artificio finto documentaristico de I Clown e anticipatore della sognata autobiografia di Amarcord, in particolare nelle scene di apertura in Romagna ricche di goliardia. Ogni episodio del film celebra Roma, nella sua bellezza e nelle sue deformazioni grottesche fino ad assumere le fattezze di una città-donna grassa e deforme che il regista sembra osservare in un atteggiamento tra l’ammirato e il disgustato.

Tutto è esagerato nella Roma felliniana: dalla prostituta dalle forme giunoniche che esercita in un’atmosfera funerea e malinconica tra le rovine della città antica, alle chiassose tavolate strabordanti di cibo, al caos dell’avanspettacolo punto d’incontro tra popolo ed intellettuali e l’inevitabile anarchia del Grande Raccordo Anulare, il “sacro” anello della Capitale che idealmente chiude dentro di sé un mondo di meraviglie e di mostri perfettamente armonizzati in quell’universo cristiano e allo stesso tempo pagano che è Roma.

Roma (1972): La donna felliniana

Roma: un capolavoro cinematografico da recuperare

Come quasi tutti i film di Federico Fellini, a parte brevi sequenze, tutto è ricostruito e rielaborato in maniera fantastica dal genio riminese e dal grande scenografo e costumista Danilo Donati nello studio 5 di Cinecittà, tenendo sempre fede alla sua idea di cinema secondo cui l’immaginazione è più vera della realtà stessa.

Una sequenza in particolare colpisce lo spettatore, ovvero la famosissima sfilata del clero, uno dei punti più alti raggiunti dall’arte felliniana non solo per potenza visiva ma anche per forza satirica, in cui un gruppo di alti prelati, nobili e preti assistono impassibili ad un lungo defilé di preti e monache fino a giungere alla finale manifestazione di Pio XII avvolto da una luce che sembra spaccare lo schermo in un clima allucinato e di totale fanatismo religioso.


A dominare sulla pellicola la fotografia di Giuseppe Rotunno, la quale armonizzata al barocchismo delle scene e dei costumi di Danilo Donati dona alla Roma felliniana un’immagine grottesca e visionaria che sembra venir fuori dai dipinti dell’artista maceratese Scipione e ovviamente i contrappunti ora malinconici ora satirici e a tratti persino fanciulleschi del fido collaboratore Nino Rota, la cui musica ha creato nell’arte di Fellini uno degli elementi più imprescindibili della storia del cinema.

Roma (1972): La sfilata di moda ecclesiastica

E’ opinione diffusa che Roma sia uno dei film meno riusciti dell’autore riminese ed addirittura incompleto; in effetti in sede di montaggio molti sono stati i tagli ad opera del regista per la distribuzione della versione internazionale, incluse scene girate da Alberto Sordi e Marcello Mastroianni. Tuttavia il fascino del film si trova proprio in questa bellezza indeterminata, sfuggente e metafisica che sarà per Federico Fellini il punto di partenza per la costruzione del suo capolavoro dell’anno successivo Amarcord.

Il cinema di Federico Fellini è confusione, sovrapposizione di sensazioni, suoni ed immagini e la città di Roma non è altro che la sua rappresentazione più autentica e terribile, una città immensa dipinta come su un’unica enorme parete pittorica surrealista.

Benché abbia avuto un riscontro piuttosto freddo sia da parte del pubblico che dalla critica, Roma ottenne un buon successo in America tanto da essere candidato ai Golden globe come miglior film straniero. Si dice addirittura che un produttore americano volle affidare a Fellini la regia su un film dedicato a New York seguendo lo stesso modello optato per Roma. Che sia vero o no, oggi Roma continua ad essere fonte di ispirazione non solo per chi desidera fare cinema ma anche per chi il cinema già lo fa. Basti pensare al cinema di Paolo Sorrentino, dalle scelte fotografiche per Il Divo a La Grande Bellezza, spesso accostato per temi a La Dolce Vita ma figurativamente molto di più associabile a Roma, fino ad arrivare al più recente The Young Pope e all’attuale The New Pope.

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Un misto tra Des Esseintes e Ludwig

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