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Human Rights

L’afobia vista da un’attivista asessuale: cos’è e come si manifesta (intervista)

25-31 ottobre Asexual Awareness Week, settimana della consapevolezza asessuale

Credit: Christine Wang

Domenica 25 ottobre, in concomitanza con l’apertura della Ace Week, abbiamo pubblicato la prima parte dell’intervista ad S., attivista e divulgatrice asessuale che ci ha raccontato la sua esperienza di coming out come asessuale e chiarito le tante sfumature di un movimento ancora poco conosciuto – o riconosciuto – anche nella comunità LGBTQIA+.


Oggi pubblichiamo la seconda parte, relativa al fenomeno dell’afobia, cercando di capire le modalità con le quali si manifesta e gli effetti della discriminazione delle persone asessuali, e il contributo che internet e i social network hanno dato alla comunità Ace.

ace week 2020

Parliamo di afobia: tutti conosciamo il modo in cui si manifesta l’omo/bi/lesbo/ transfobia, rifiutando l’orientamento sessuale o l’identità di genere dell’altra persona, e questo avviene in maniera palese con comportamenti facilmente riconoscibili: esiste tutto un retaggio antropologico che ci porta, purtroppo, a doverci interfacciare ciclicamente con episodi di aggressione, fisica o verbale. Credo che invece l’afobia sia qualcosa di molto più subdolo… in cosa consiste?

Hai detto bene, è un fenomeno subdolo. E uno dei grandi problemi dell’afobia è che è un fenomeno poco conosciuto e poco riconosciuto, e questo rende più difficile reagire quando si manifesta. Spesso ci sentiamo dire che l’afobia è una discriminazione “meno grave” di altre. Il nostro orientamento è costantemente invisibilizzato e in un certo senso ciò riduce, in alcuni contesti, le discriminazioni che riceviamo. Tuttavia, ci sono due cose da tenere in conto. La prima è che l’invisibilizzazione non è un privilegio: dobbiamo toglierci quest’idea dalla testa, è dannosa non solo per le persone asessuali, ma per tutta la comunità LGBTQIA+! Basti pensare ad esempio agli effetti che ha sulla comunità bi+, trans o intersex: l’invisibilizzazione è essa stessa una discriminazione, che può avere conseguenze gravi. La seconda cosa da tenere presente, e che anche tu hai sottolineato, è che ogni discriminazione ha caratteri peculiari. L’afobia non è una discriminazione meno grave o meno violenta: il fatto che non si manifesti in alcune forme o contesti non esclude che ci siano altri contesti specifici in cui l’afobia si presenta con particolare gravità e violenza. 

Come si manifesta, in maniera più specifica, l’afobia?

Parte dall’insulto, all’offesa, alla presa per il culo, fino all’esclusione dagli spazi lgbt+, che può essere una forma di discriminazione molto pesante, perché fa sentire respintə o in pericolo proprio lì dove si pensava di trovare uno spazio sicuro.

E poi ci sono le “pressioni a fare sesso” (anche all’interno della coppia), fino ad arrivare ai veri e propri stupri “correttivi”. Non è raro che le persone asessuali (specialmente le donne) vengano viste come “un trofeo più difficile da conquistare” e subiscano molestie e violenze, come accade a molte donne lesbiche. “Sei asessuale solo perché non hai provato con me… Vedrai che ti farò cambiare idea”. Un (terribile) classico.

L’afobia fa poi grandi danni in alcuni ambiti specifici, come la salute sessuale e riproduttiva e la salute mentale. Molte persone asessuali hanno paura a parlare del proprio orientamento sessuale collə propriə psicoterapeuta: alcune persone asessuali vengono indirizzate verso una sorta di terapia di conversione, sono sottoposte a visite ormonali o a terapie farmacologiche per “correggere il problema”. E persistono pregiudizi anche in campo medico.

Pregiudizi nell’ambito della salute sessuale?

Esattamente. Anche a causa della generale disinformazione sull’asessualità siamo esposti a discriminazioni che possono anche inficiare l’accesso ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva. Come dicevo, le discriminazioni sono specifiche, ma spesso sono molto vicine a quelle che subiscono altre persone LGBTQIA+. Mi è capitato di frequente di leggere testimonianze di donne lesbiche che si sono viste rifiutare visite ginecologiche da professionisti che dicevano loro “ti visito solo quando avrai fatto sesso per davvero”. Un’altra cosa importante da considerare è che l’asessualità è una parte della nostra identità che può interagire con altri aspetti della nostra vita: anche l’afobia, quindi, può intrecciarsi con altre discriminazioni. Per esempio, l’asessualità può rendere più difficile comprendere o accettare il proprio orientamento (come è accaduto a me per quanto riguarda l’essere bi). E le persone transgender asessuali possono subire discriminazioni specifiche per questa intersezione della loro identità, ad esempio da parte di psicologə che le seguono per la transizione.

Ci sarebbero tanti altri esempi da fare e tante cose da dire. Ma finché non si parla di asessualità non si parlerà nemmeno di afobia.

Parlando del rapporto con le persone asessuali nella vita di tutti i giorni, quali sono le cose da non dire MAI a una persona asessuale?


Guarda, ti dico quello che dà fastidio a me personalmente, anche se faccio divulgazione, attivismo e quindi in qualche modo cerco di “andarci incontro”. Sono una donna, e da quando ho preso coscienza di essere asessuale in un certo sento ancora di più su di me la pressione patriarcale del controllo sul mio corpo. È un’esperienza comune per le persone asessuali ricevere domande sgradevoli e inappropriate: se ti masturbi, se guardi i porno, se stai aspettando la persona giusta e bla, bla. Mi viene sempre chiesto come funziona il mio corpo, se mi eccito, cose anche molto specifiche e fastidiose. Insomma, mi ritrovo a dover parlare di sesso ora che mi dichiaro asessuale più di quanto accadeva quando mi consideravo allosessuale, perché c’è una sorta di interesse morboso, di desiderio di controllo sul mio corpo e sulla mia sessualità. Anche perché la gente perde totalmente la testa quando si sente dire che le persone asessuali possono provare desiderio sessuale, eccitazione, piacere e che alcune (udite, udite!) fanno sesso. Il desiderio sessuale può dipendere da tanti altri fattori, l’attrazione è uno dei fattori che possono causare desiderio, ma non è l’unico. Ma vaglielo a spiegare…

L’ultimo aspetto di cui voglio trattare è internet e la comunità asessuale sui social network: esistono dei riferimenti per la comunità asessuale?

Internet, oltre ad essere un posto pieno di schifo e afobia (io soprattutto non sopporto Twitter, che è particolarmente tossico per la comunità aro/ace) è anche una grande risorsa. Siamo una comunità piccola, ancora non molto conosciuta e il fatto di poterci costruire uno spazio tutto nostro di racconto, condivisione, supporto, e costruire una nostra narrazione, è importante. Io sono in molti gruppi Facebook, tra cui “la comunità degli asessuali italiani“, gruppo che mi ha aiutata molto, perché quando conoscevo solo persone allosessuali mi sentivo veramente disorientata. Entrare in quel gruppo e leggere di persone che vivevano le cose nella mia stessa modalità mi ha aiutata a pensare che ok, almeno non ero sola nell’universo. L’attivismo asessuale e aromantico italiano sta crescendo e acquistando visibilità: la realtà che esiste da più anni è il “Collettivo asessuale Carrodibuoi“, che fa un grande lavoro di sensibilizzazione sulla asessualità. Ma penso anche alla neonata Rete Lettera A, di cui fanno parte persone che fanno divulgazione su aromanticismo e asessualità da tempo e su piattaforme diverse, come @aroacefox su Instagram e @guglielmuccithuba su Tiktok.

Che valore aggiunto ha dato a te?

L’esperienza della mia pagina è stata fondamentale: mai avrei pensato che una pagina di meme sull’asessualità mi avrebbe in qualche modo… cambiato la vita. Ho aperto “Giovanni Dall’Orto cazzo vuoi non sei mia madre” praticamente a caso, ma grazie a quella pagina ho conosciuto tantissime persone LGBTQIA+ meravigliose, che mi sono state vicino quando “non mi sentivo abbastanza asessuale”, ma non solo. È grazie a quella pagina se ora sto cominciando a fare attivismo anche attraverso Rete Lettera A, che è nata per mettere in comunicazione tra loro tutte le piccole realtà che fanno video su YouTube, traduzioni, o hanno un blog o profili social in cui parlano di aromanticismo o asessualità. Vogliamo fare rete per dare voce alla comunità aroace: non lasceremo che siano altrə a scrivere la nostra narrazione!

L’intervista è finita. Vuoi aggiungere qualcos’altro?

C’è tanto bisogno di parlare di asessualità e aromanticismo in un’ottica transfemminista e intersezionale: è quello che mi piacerebbe riuscire a fare.

Un passo alla volta. Questa è la prima volta che parlo di asessualità fuori dalla mia pagina ed solo è grazie alle persone che mi hanno seguita, hanno fatto crescere la comunità e mi sono state accanto che io oggi mi sento finalmente in diritto di parlare di asessualità e di dire la mia.

Poco a poco, la S. della vita reale sta prendendo coraggio e acquisendo consapevolezza… e si sta avvicinando sempre di più alla S. che scrive post incazzati su Facebook! Una S. transfemminista asessuale incazzata.

Alla luce dei fatti che hanno portato all’approvazione di nuovi emendamenti al DDL Zan contro l’omobitransfobia, la misoginia e l’abilismo, che bypassano del tutto la lotta all’afobia e il riconoscimento delle persone asessuali, abbiamo raggiunto S. per tastare lo stato d’animo della comunità ace in merito al provvedimento

Ieri, alcuni giorni dopo quest’intervista, è stato approvato un emendamento che inserisce nel ddl Zan le definizioni di sesso, genere, orientamento sessuale e identità di genere. Le definizioni scelte non sono prive di problemi: il binarismo, il riferimento all’orientamento come basato sul sesso, una definizione problematica di genere e identità di genere, fino all’invisibilizzazione di numerose identità.
È un durissimo colpo anche per la comunità asessuale e aromantica: con questo emendamento, il Ddl Zan cancella di fatto l’asessualità e l’aromanticismo, escludendoli dalla definizione di orientamento e privandoli di qualsiasi tutela legale, esponendoci ancora una volta alla patologizzazione e alla discriminazione. Ci stiamo organizzando per far sentire la nostra voce, insieme a tutta la comunità aroace internazionale. Il riconoscimento delle nostre identità non è una gentile concessione che siamo dispostə ad aspettare: ci spetta e ce lo prenderemo!

Nicola Napoletano
Scritto da

Sono nato a Monopoli (BA) 34 anni fa. Cresciuto a pane e prosciutto e una passione smodata per la scrittura, oggi mi divido tra la Puglia e la Città Eterna. Adoro il mare azzurro, i film di François Truffaut, il vino rosé e le poesie di Saffo. Su BL Magazine mi occupo soprattutto di raccontare come vengono trattati i diritti umani e diritti lgbt+ nel mondo... e qualche volta mi distraggo scrivendo di tv e spettacolo!

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