Le feste sono passate già da un pezzo, in testa però mi è rimasto il tormentone di natale e affini: “com’è che tu e Mr. Dee ancora non vivete insieme dopo tre anni di relazione?!”

In passato, quando ero ragazzo e mi trinceravo dietro risposte ambigue e mezze frasi, lasciando intendere di essere un tombeur de femmes alla Dylan di Beverly Hills 90210, la questione non si poneva.

Oggi a chiedere sono i nostri parenti, che vorrebbero vederci varcare la soglia di una navata qualsiasi, fosse anche quella di un tempio pastafariano, chiedendoci finanche una data a breve!

Non che l’idea mi dispiaccia, ma noi al momento non abbiamo proprio questa urgenza, ci muoviamo agilmente con le nostre valigie durante la settimana e, a vicenda, contaminiamo la casa dell’altro.

Siamo già una famiglia dal nostro punto di vista.

A questo punto mi son chiesto quanti di noi viviamo situazioni alternative alla convivenza e come le gestiscano. Mi sono imbattuto a tal proposito nella LAT ( LIVING APART TOGETHER), uno stile di vita che pare sia già abbastanza battuto.

Per secoli abbiamo avuto la famiglia patriarcale (tante braccia più possibilità di sopravvivenza), poi tra gli anni ’50 e ’60 il boom economico rimodula l’assetto famigliare, composto da padre, madre e un numero ridotto di figli, in risposta alle nuove esigenze sociali.

Con l’avvento della rivoluzione sessuale la famiglia cambia aspetto: arriva l’amore libero, la donna si emancipa, subentra il divorzio. Tutti fattori che ampliano il concetto di relazione sentimentale, di coppia, di famiglia. Oggi si aggiunge una flessibilità che apre confini e definizioni , ed in questo nuovo contesto nasce la Lat: una coppia stabile che condivide una relazione sentimentale e sessuale di lunga durata ma che evita la convivenza, situazione conosciuta anche come “coppia del week end” , a coabitazione intermittente, amore pendolare, relazione non residenziale.

A primo impatto sembrano tutte formule fredde e tanto distanti dall’idea di focolare domestico tanto caro alla tradizione. Eppure vuoi per esigenze di lavoro, di gestione di spazi, o meramente per emancipazione di tipo personale, questa equazione è una realtà tangibile, con i suoi pro e contro.

Uno dei lati positivi è che difficilmente la noia possa introdursi in questo rapporto: l’assenza di quotidianità, infatti, preserva gli individui da quella continuità che a lungo andare abbassa l’attenzione e attutisce la curiosità di andare alla ricerca dell’altro: in questo modo si evitano tutti quei conflitti che possono verificarsi quando si vive insieme giorno per giorno.

Ci si ritrova quando si è di buon umore, non si discute per le faccende domestiche, per le bollette, per i calzini in giro. Non si perdono le proprie abitudini, si riescono a mantenere hobbies e vita sociale inalterata, si possono seguire le proprie passioni.

Ne giova di certo la libido: vivere distanti favorisce la passione e il desidero cresce. Nei lati negativi troviamo quel senso di solitudine dato dalla mancanza dell’altro, la distanza porta a non contare sulla presenza nei momenti di sconforto, nella condivisione di una gioia, nel supporto per un problema domestico, o in un abbraccio prima di dormire.

Decidere di relazionarsi in questo modello di non-convivenza, evitando di condividere incombenze domestiche e di mutuo soccorso, può rappresentare una sorta di indecisione o decisione a metà, per non esporsi del tutto e non aprirsi alla possibilità del cambiamento. Questo stile di vita spesso può risultare biodegradabile: nelle coppie eterosessuali il desiderio di maternità o paternità può fare scaturire la voglia di un rapporto stanziale, nelle altre coppie può subentrare, invece, la voglia di una maggiore continuità.

Il sociologo Serge Chaumier le chiama coppie fissionali, la maggior parte ha pagato lo scotto di un rapporto fusionale. L’indipendenza diventa garanzia di longevità per la coppia, al riparo dalla logorante quotidianità.

Ma come si gestisce la gelosia in questi rapporti?

Innanzitutto il pericolo del “cornino” qui non è maggiore che nelle coppie tradizionali. Al contrario, l’assenza di gelosia, veleno dolce e letale della relazione e sintomo di insicurezza e fragilità interna alla relazione, la ritroviamo più facilmente in un modello fusionale, dove è prerogativa l’ideale di esclusività.

Francois de Singly ci dice che la vita a due può garantire “la transizione reale dagli istinti egoistici alle simpatie universali”: un modo elegante per ricordarci che per evitare che il nostro ego si ampli in maniera smisurata e per promuovere e sviluppare valori più comunitari, nulla è più efficace che costruire un nido d’amore.

Personalmente credo che sia un buon punto di partenza avere case separate, può essere utile per imparare a gestire i propri spazi, tenere vive le proprie passioni, sottolineare l’essenzialità di percepirsi come individuo che incontra l’altro nello scambio.

Ho letto interviste di coppie che apprezzano questo loro stile di vita, perché non perdono il contatto con se stessi. Alcune di esse vivono in appartamenti attigui, altre in quartieri diversi, altre in località diverse. Io, come avete capito, vivo una situazione analoga, a pochi km di distanza e, un po’ per cause esterne e un po’ perché abbiamo deciso di fissare dei momenti di indipendenza da riportarci come bagaglio di esperienza quando sceglieremo la vita comunitaria.

L ‘importante è sentire una progettualità, avere un fine, un intento comune, sentirsi due anime in viaggio verso lo stesso posto, sereni di poter contare l’uno sull’altro, ma anche di essere direttori del disegno architettonico del proprio stile di vita.

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