Il mondo della Letteratura è costellato di figure femminili che più o meno hanno alimentato l’immaginario collettivo. Talvolta ha fomentato il movimento femminista, alcune volte si è limitato nella pura adulazione del “gentil sesso”, ma molto spesso ha dipinto il mondo femminile con stereotipi di cui, ad oggi, l’intero e composito mondo delle donne dovrebbe fare a meno.

Vi propongo una mia classifica delle 10 Figure Femminili di cui la Letteratura poteva farne a meno e che andrebbero assolutamente prese come i peggiori esempi di Donne.

Non sarò affatto politicamente corretto. Se qualcuno o qualcuna si sentirà offeso o offesa dalle mie parole, può benissimo non leggere l’articolo o tesserarsi presso la Sede del Carroccio di Crotone.

Dedico questo articolo alle Donne che, fortuna mia, ho incontrato nella mia vita e non sono affatto così: amiche, colleghe e, dulcis in fundo, a mia madre, la Simon De Beauvoir della Pallotta cacio e ovo.

10° PENELOPE da “Odissea” di Omero.

La triste moglie del Re di Itaca è senza dubbio una delle peggiori protagoniste del mondo della letteratura. Per anni aspetta nel suo palazzo l’amatissimo uomo, partito in guerra. Sa benissimo che la guerra è finita da anni ma del suo uomo nessuna notizia. Sembra come le classiche storie moderne alla “Tesoro, esco a prendere le sigarette… torno subito!”. Purtroppo per Penelope non esisteva ancora il programma condotto dalla Sciarelli “Chi l’ha visto?” , ma una denuncia di scomparsa io l’avrei fatta. La sciagurata inoltre non sa che l’amatissimo marito sta conducendo una sorta di Crociera nel Mediterraneo. Nella terra dei Lotofagi le prova tutte, manco fosse Achille Lauro che canta “Rolls Royce”. Nel frattempo Penelope tesse la tela. Sfatto e non contento, rimane ospite dalla Maga Circe. Con lei sicuramente non ha giocato a scacchi per un anno intero. Nel frattempo Penelope tesse la tela. Si fa sedurre volontariamente dalle Sirene, un po’ come quelli che sono in coppia ed aprono Tinder solo per vedere chi c’è in giro. Nel frattempo Penelope tesse la tela. Per sette anni ha una relazione con Calipso, una ninfa immortale che non avrà mai bisogno di creme antirughe o botulino per fermare la caducità del derma femminile. Nel frattempo Penelope tesse la tela. Poi Ulisse sbarca nell’Isola dei Feaci dove l’adolescente Nausicaa viene istruita a dovere dal Re di Itaca. Le lezioni non sono né di trigonometria e né sulla tettonica a zolle… Nel frattempo Penelope, ancora, tesse la tela e la disfa negli orari notturni. Non può fare altrimenti. Anche perché l’alternativa di ricostruirsi una vita con un altro uomo è impossibile: sono tutti Proci!

Ulisse poi torna. Lui bello e forzuto come se il tempo non fosse passato e Penelope alle prese con la menopausa e un lavoro casalingo mai ultimato.

Insomma, la protagonista Omerica è una Veronica Lario ante litteram a cui nessuna donna dovrebbe far riferimento.

9° La Signora Pina da “Fantozzi” di Paolo Villaggio.

Il suo autore ha dichiarato più volte di averla voluta immaginare così cercando di delineare la tradizionale moglie italiana circonfusa dai doveri coniugali. Silenziosa serva. Priva di ogni forma di indipendenza. Poco amena all’estetica e cattolicissima.

Pina è tutto questo: il meschino esempio di una donna Italiana.

La signora, bontà sua, è sempre morigerata, misurata e attenta nei confronti di un uomo qualunque che non la ama. Probabilmente si è sposata perché “ci si deve sposare“. Ha un’istruzione bassissima e non ha mai una opinione propria.

Subisce gli abusi psicologici del ragionier Fantozzi. Sopporta suo malgrado che il marito sia innamoratissimo della Signorina Silvani.

Non alza mai la voce e non desidera altro che la felicità di suo marito. Sono convinto che se ci fosse un sequel della saga di Fantozzi, la signora Pina avrebbe un profilo Facebook di coppia. Posterebbe accuratamente foto che la ritraggono felice e spensierata col maritino e, ad ore alterne, post con Padri Pii e Madonnine piangenti. Se condividi subito si avvererà un miracolo! 

Abnegazione amorosa?

No. È tutto ciò che una certa parte della politica nazionale vorrebbe che le donne fossero.

La signora Pina sembrerebbe una vittima del sistema democristiano, invece è l’artefice della sua esistenza grigia ed emotivamente trascinante come un sasso in un frigorifero. 

8° Trilly (Campanellino) da “Peter Pan nei Giardini di Kensington” di J. M. Barrie.

La simpatica fatina muta dell’istrionico Peter Pan, di certo, è il prototipo della donna zerbino che nessuna al mondo dovrebbe seguire.

La meschina Trilly sostiene qualunque idea infantile e strampalata dell’amico di cui é segretamente innamorata. Addirittura lo asseconda contro se stessa: si fa usare come “esca” con quel viscido, vecchio marpione di Capitan Uncino. Rimane sempre fedele all’indomabile Peter, nonostante più volte abbia dimostrato scarso interesse per lei, anzi, la sfrutta a tal punto da utilizzare senza mezze misure la sua polverina magica: lo scroccone!

Nonostante Peter vada a Sirene, faccia il filo a Giglio Tigrato e Wendy, contemporaneamente, non innesca nessun orgoglio nella povera Campanellino. Inoltre, non è solo succube del ragazzo che non crescerà mai, deve anche sciropparsi la combriccola rozza, sporca e puzzolente dei suoi amici, i Bambini Sperduti, dovendo pulire in continuazione il porcilaio che creano al loro passaggio. 

Fatto ancor più inquietante è che Peter Pan svela a mezza Londra il modo in cui é possibile uccidere la fatina… Insomma, Trilly non è esempio di emancipazione ma è il simulacro della donna infermierina che ha il desiderio di cambiare l’uomo desiderato.

E non ci riuscirà.

Mai. 

7° La Sirenetta da “La Sirenetta” di Hans Christian Andersen.

Le vicende di questa celeberrima protagonista letteraria sono note a tutti. Sia grazie alla favola e sia alle trasposizioni cinematografiche che ha ispirato. La Sirenetta è forse il flagello più pericoloso per l’identità femminile.

La narrazione la vuole al principio libera, felice nel suo mondo: una creatura fantastica di eleganza inaudita. Accade che si invaghisce fatalmente di un uomo che ha subito un naufragio. Ecco il primo campanello d’allarme che la sirena doveva cogliere: la favola é ambientata nel Baltico ed è difficile che il placido mare nordico si sia scatenato per far naufragare navi. Più probabilmente il principe-marinaio era semplicemente incompetente e non sapeva condurre una nave. Ma, si sa, si possono amare anche i maldestri . Fatto sta che la Sirenetta lo salva e si rende conto che il principe é un gran bel pezzo di manzo. Immediatamente avrà desunto che, probabilmente, la cosa era quasi impossibile date le squame presenti un po’ ovunque e l’odore di Orata che non è sicuramente Chanel N°5. Sta di fatto che, senza rivelarsi all’amato decide di sua spontanea volontà di modificare il suo corpo per essere accettata dall’uomo che ama. E così fa. Ma così facendo ha sdoganato la chirurgia estetica fine al solo scopo di piacere agli altri. Ha imbambolato intere generazioni di femmine giustificando il bisturi su facce e corpi di Donne. L’agghiacciante volto felino di Patty Pravo o il labbro ipertrofico di Loredana Lecciso trovano degna giustificazione nella storia della Sirenetta.

Altro dato importante e non trascurabile di questa storia è che ogni intervento sul proprio corpo prevede un costo, monetario e fisico. La Sirenetta perde la voce per pagare le sue gambe alla Strega del Mare.

Le meschine vicende, inoltre, non finiscono qui. L’umiliazione della Donna si celebra quando la Sirenetta incontra il principe, riceve il due di picche e scopre che lui, invece, si è innamorato di una sua sosia terrestre ma più brutta. Ecco, la morale di questa favola é semplice: bisogna accettare il proprio corpo per essere felici in ogni sua forma, e se incontri un uomo che non apprezza il tuo odore scaricalo tu prima che ti scarichi lui! E come mi diceva nonna Angelina dopo un mio fallimento amoroso “Il mondo è pieno di pesci!”

6° Wilhelmina “Mina” Murray in “Dracula” di Bram Stoker.

Come non citare il prototipo di donna vittoriana vittima delle malefatte del conte Vlad di Valacchia? 

Sicuramente l’ignara femmina pecca di ingenuità cronica. Insomma, nonostante sia sul procinto di sposarsi col suo fidanzato storico, imbastisce una frizzante frequentazione con l’esotico Conte Rumeno che nel frattempo, sangue a parte, frequenta la sua migliore amica Lucy. 

Sembra la prima serie di Beverly Hills dove Kelly e Brenda si contendono il tenebroso Dylan. 

Inoltre, com’è possibile subire il fascino di uno sconosciuto che blatera parole a caso con l’intento di succhiarti l’anima!?

La condizione di Mina è tipica di molte donne: si innamorano perdutamente di mostri orribili che credono uomini, rinnegando il bene. 

Mina annebbiata dall’oscuro signore brinda col suo sangue per diventare come lui. Forse la maestrina londinese annoiata dalla monotona vita britannica, cerca la trasgressione per espiare la piatta adolescenza dove non aveva combinato un bel nulla.

Pensando ad una massima proverbiale da dedicare alla sciagurata Mina, le direi “Chi va con lo zoppo, impara a zoppicare, ma tu sei andata con Dracula quindi hai imparato a su…” tutto il resto é comprensibile. 

5° Biancaneve in “Biancaneve e i Sette Nani” dei Fratelli Grimm.

Nota è la storia della bella principessa vittima del l’invidia di Grimilde.

Ma non è di questo che si macchia la bella Biancaneve di colpe anti-femministe.

La critica ragionata é sulle scelte che ella stessa compie volontariamente. Partiamo dalla fuga col cacciatore che l’abbandonò nel bosco. Ok, sicuramente si sarà spaventata di essere lasciata lì tutta sola, ma credo che non dovesse essere assolutamente un fatto troppo scioccante. Infondo Biancaneve viveva nel Medioevo o comunque in un’epoca antica. Sicuramente non aveva nostalgia del suo loft a Manhattan, dei supermercati h24 e non sentiva la necessità spasmodica di fare le “Storie” su Instagram. Tutto sommato era una Principessa di Terra e poteva anche reagire all’accaduto come Bear Grills. Ve la immaginate mentre cattura e squarta cervi per sopravvivere meditando un piano di vendetta nei confronti della matrigna?

Biancaneve non lo fa.

Sceglie volontariamente di andare a vivere con sette minatori sudici e lerci in cambio delle faccende domestiche. Ci lamentiamo della madre di famiglia sola con il marito a fare la casalinga e non dovremmo spendere nessuna parola per una che decide di farsi schiavizzare da sette nani?

Ma veniamo alla parte più inquietante: viene avvelenata e messa in una bara di cristallo. Le pompe funebri Taffo non avrebbero potuto fare meglio. Dopo un po’ passa di lì per caso un Principe a cavallo. Scoperchia la bara e limona con molto gusto il cadavere di una sconosciuta morta ammazzata. Deve averlo fatto davvero bene perché la ragazza torna in vita. Un bacio può più del cianuro! Biancaneve riprende conoscenza e decide di sposare il principe. Dico io: ma tra tutti gli uomini che potevi scegliere, la dai via ad un necrofilo?

Biancaneve non ci siamo! 

4° Cenerentola da “I racconti di Mamma Oca” di Charles Perreault.

Questa donna potenzialmente poteva essere il manifesto del riscatto della femmina.

Invece, anche lei, è oltraggio all’umano intelletto.

Le sciagurate vicende della piccola hanno origine il giorno della sua nascita con la morte, durante il parto, della madre. Il saggio padre muore dopo essersi risposato. La storia la conoscete tutti. L’orrendo stereotipo di questa favola internazionalpopolare non è nel destino da Serva della Gleba a cui la costringono matrigna e sorellastre. Il punto peggiore è il Gran Ballo.

Il grande “dono” della Fata Madrina è una truffa clamorosa: le fornisce vestiti costosissimi, scarpe tacco 12 Swarovski , carrozza, servitù ma soltanto per un paio d’ore.

Se avesse ordinato su Amazon tutto il corredo per il ballo avrebbe avuto la certezza della proprietà e della qualità degli accessori. Nonostante questo, va al Gran Ballo. Il Principe la vede, ci balla. Pare che lui abbia avuto una folgorazione sulla via di Damasco e che si sia perdutamente innamorato di lei. Allo scoccare della mezzanotte, la proletaria Cenerentola fugge, altrimenti tutti avrebbero capito che era una scappata-di-casa imbucata alla festa . Il principe la insegue e non la raggiunge, nonostante il tacco 12 di vetro soffiato di Murano, noto per la proverbiale comodità nelle gare di corsa campestre. Insomma, il Principe non riesce comunque a raggiungerla. Lei perde la scarpetta e scappa.

Ecco, la spirale di umiliazione femminile parte da qui. Ma è possibile che un uomo non si ricordi la faccia di una che gli abbia fatto perdere la testa? Non le ha chiesto neanche il nome… Quanti negroni aveva ingurgitato il principe prima del ballo? E poi l’apoteosi: il Principe sposerà la ragazza che calzerà la scarpetta di cristallo. Possibile che nel suo regno ci sia solo una ragazza col 37 e mezzo? Assolutamente no. Dato che l’autore non ci fornisce il numero della calzatura possiamo ipotizzare che Cenerentola, invece, avesse i piedi come le campionesse olimpiche della Germania Est: il 45. E la faccenda dell’unicità podologica tornerebbe. Sta di fatto che è la “prova provata” che il Principe é soltanto un feticista dei piedi qualunque. Di tutto ciò che c’è sopra non gli interessa un bel niente. A Cenerentola le dedicherei una canzone per aprirle gli occhi ed acquisire un po’ di orgoglio femminista: “Siamo donne/oltre al piede c’è di più...” [citazione liberamente tratta da Jo Squillo e Sabrina Salerno].

3° Ismene in “Antigone” di Sofocle.

Ora parliamo di solidarietà femminile. Quella utopica aggregazione umana che lo stereotipo sessista vorrebbe inapplicabile. Come se le donne non riuscissero mai a fare squadra.

La paladina della divisione femminile è il controverso personaggio di Ismene, figlia del Re Edipo, sorella della coraggiosa Antigone.

La famiglia reale è caduta in disgrazia. A Tebe c’è un nuovo Re. La successione tra i figli di Edipo non è riuscita: i fratelli si sono uccisi vicendevolmente. Anche qui come ad Avetrana: Scazzi in famiglia. Antigone ed Ismene sono le uniche sopravvissute. Antigone vuole dare degna sepoltura al cadavere putrefatto del fratello che giace ancora sul campo di battaglia con l’altro fratello, morto stecchito pure lui, ma più simpatico ai tebani e quindi già tumulato. Ecco qui il problema. Antigone vuole mettere in una tomba anche il fratello antipatico nonostante ci sia una legge che lo impedisca. Ismene invece non ha assoluta intenzione di farlo e da della pazza alla sorella. Che sia invidia atavica? Quanto il rispetto delle regole può incidere su un ideale? Ismene con l’alibi del “rispetto delle regole” non rispetta assolutamente il suo “essere umana“, anzi, mette i bastoni tra le ruote alla sorella, boicottando il suo piano. Un po’ come le donne moderne che accettano di buon grado il loro ruolo di fattrici, la dipendenza economica dal marito e criticano pesantemente le Donne che protestano per l’uguaglianza. Ismene è una “Mamma pancina” versione Beta. Una di quelle che vive nello stereotipo della sua inferiorità e non comprende l’esistenza di un “bene superiore”  non riuscendo a fare squadra.

Non nego che probabilmente Ismene abbia tolto la parola ad Antigone e che alla prima occasione utile abbia svelato dettagli non necessari alle pettegole di Tebe:”Quella vuole infrangere le regole! Ma sapete che se sposta il peplo ha le cosce con la buccia d’arancia? Inoltre mi ha sempre rubato i vestiti e non è capace di abbinare nulla…sta stronza di Antigone… ”

2° Anastasia Steele da “Cinquanta sfumature di grigio” di E. L. James.

Non entro nei meriti letterari di questo romanzo, rischierei moltissimo.

La deprecabile donna in questione è l’arrivista Anastasia Steele. Ventunenne universitaria che per caso si ritrova nelle grinfie del multimiliardario Christian Grey. Ecco. Nel romanzo Anastasia doveva limitarsi nell’intervistare il magnate, invece riceve una proposta di lavoro. Messo nero su bianco il ricchissimo porco la vuole indurre a lavorare per lui in cambio di sesso. Ad oggi questa storia è un ritornello che si annida nel mondo del lavoro e crea lo sdegno dei più. Ma invece l’arrivista Anastasia ci sta: lavora per Gray e tra una pratica ed un’altra subisce frustate, umiliazioni e cinghiate. Sottomessa da suo capo per contratto. Mi chiedo quale esempio possiamo trarne per raggiungere l’uguaglianza.

Altro quesito che mi sono posto è se per caso Mr. Gray le avesse proposto di pulire casa ed accudire figli per contratto ricevendo ceffoni per la qualunque motivazione, il romanzo sarebbe diventato comunque il best seller che conosciamo? Già me lo immagino “50 sfumature di <Donna schiava, zitta e lava>…. 

Sia ben chiaro che ognuno può avere qualunque costume sessuale preferisca, un altro conto è farlo per poter lavorare. Nella storia recente nel nostro Bel Paese si sono succedute plotoni di donne che lavoravano in cambio di sesso, anche dentro palazzo Chigi e in ambienti clericali. Insomma dalla storia di Anastasia dovremmo imparare che anche la vagina è uno strumento di potere, ma non con queste modalità.

1° Eva da “Bibbia” di… Sembrerebbe Dio, ma l’onnipotente non ha mai rilasciato dichiarazioni sulla paternità dell’opera fantasy.

Lei è, sfortuna sua, la madre di tutti gli stereotipi femminili che l’umanità intera, da secoli, perpetra indiscriminatamente.
La prima donna secondo molti, la prima vittima del maschilismo a mio avviso.
Eva ha la sfortuna di essere da sola, di essere il 50% dell’umanità di allora.
Innanzitutto Eva non è stata creata ad immagine e somiglianza di nessuno. Al principio questo sembra un vantaggio: niente barba, niente peli un po’ ovunque, niente pisello, nessuna emissione smodata di gas intestinali e niente piedi puzzolenti. Ma l’idillio estetico é l’unico fatto positivo. Infatti Eva viene creata con un unica motivazione: riempire la solitudine di Adamo. Dico io, il Creatore ha fatto tutto questo per creare un essere da compagnia all’uomo e, secoli dopo tutta l’umanità ripete come un mantra che “il migliore amico dell’uomo è il cane”. Non poteva, già dal principio accostare ad Adamo il commissario Rex o Lassie? Avrebbe risparmiato sulla fabbricazione ed avrebbe evitato millenni di persecuzioni ingiustificate. Altro fatto rilevante è che Eva sia stata creata da una costola. Si lo so, fa molto macelleria. Mi immagino la scena nell’eden. Entra Dio in macelleria: “Buongiorno Adamo, mi dia 200 grammi di costine umane?” e lo stupito Adamo chiede “Cosa preparerà di buono oggi?“, “Pensavo ad una ricetta nuova: brasato di donna“. Tralasciando tutte le cose che Adamo avrebbe dovuto insegnare alla sua compagna mi viene da pensare al “fattaccio” di cui Eva si macchia per l’eternità. No, piccoli amici, non si tratta della mela… Il problema intrinseco è un altro. Il pitone. Secondo voi perché Eva sceglie di seguire uno sconosciuto pitone lasciando Adamo!? Sfatiamo quest’altro luogo comune: per le donne le misure contano… Eccome.
La sfigata Eva, inoltre, dopo essere andata a pitoni ed aver mangiato una mela, dico una mela, manco avesse rubato tutto il fatturato della Apple, viene punita assieme al suo compagno. La pena da scontare è assolutamente squilibrata. L’uomo lavorerà con fatica. E ci sta anche se è possibile trovare lavori che, nonostante siano faticosi, ci piacciano. Mentre Eva dovrà partorire con dolore e pagare col sangue il furto del frutto. “Dio padre, ma” pagare col sangue” significa che mi ucciderà? “,” “No Eva, non sono mica un usuraio… Pagherai col sangue, ma in comode rate mensili…”
Tutto il resto è stereotipo.
Amen.

 

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