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Storie e Culture

“Le affacciate” di Caterina Perali (NEO Edizioni): l’emarginazione della “vita liquida” parte da se stessi (recensione e intervista)

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Le affacciate” è la nuova proposta editoriale della NEO Edizioni. Autrice di questo piccolo romanzo tutto al femminile è Caterina Perali, tregiviana di nascita ma ormai milanese d’adozione, autrice televisiva e collaboratrice per riviste, alla sua opera seconda dopo “Crepa” (Lab Editore), uscito cinque anni fa.


LE AFFACCIATE: la trama

Esattamente come fa nella sua opera prima, la Perali ambienta le vicende di Nina, la protagonista, nel roboante quartiere Isola di Milano. Quartiere scelto non a caso, come si scopre leggendo tra le righe del romanzo, perché luogo di grandi cambiamenti ed evoluzioni e simbolo di una Milano ormai proiettata nel futuro, e perfettamente in contrasto con lo stato d’animo di chi, come la protagonista Nina, vive in un eterno presente.

Per Nina non esistono pause ma solo scadenze, non c’è nulla di certo tranne che un regime lavorativo a ciclo continuo, estenuante, totalizzante. Tutte le certezze di Nina si dissolvono in un licenziamento improvviso e inaspettato. Si ritrova quindi sola a fissare i chiodi delle travi sul soffitto, totalmente incapace di fare i conti con se stessa tanto da nascondere a tutti di essere rimasta senza lavoro.

Questo suo inedito status di disoccupata e la permanenza forzata in casa la porteranno ad assuefarsi dai social network e a fare la conoscenza delle sue sconosciute vicine di casa: eleganti, maculate, attraenti, delicate, sfacciate, e di una donna, Svetlana, forzuta, dai modi spiccioli e temprata dalla guerra in Bosnia. Una vera eroina da romanzo d’appendice. Un’imprevedibile cena con protagonista una zuppa di pesce che non sarà mai servita porterà Nina a guardare più dentro se stessa e a capire che, forse, la “sua” rivoluzione può attendere.

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“Le affacciate” di Caterina Perali (NEO Edizioni)

LE AFFACCIATE: la recensione

“Le affacciate” è un affresco ironico e contemporaneo dell’emarginazione social(e). La scrittura agile della Perali ci rende spettatori di una storia vista in due modalità speculari: abbiamo la Nina “affacciata”, spettatrice incomoda delle vite altrui e maldestra protagonista dei suoi giorni, e la Nina “social”, che colma il vuoto delle sue inadeguatezze commentando superficialmente i casi di cronaca al telefono con la sua amica Anna, che per tutto il libro sarà presente solo nei pochi caratteri delle finestre di una onnipresente chat.

Il confronto fra Nina e le sue vicine di casa sarà l’occasione perfetta per rivedere gli assiomi di un’esistenza travisata di pregiudizi e ormai priva di poesia e compassione, anzitutto per se stessi.

Trovo ingiusto che le storie ingiuste non lo siano in modo assoluto L’ingiustizia deve essere totalizzante per essere consolatoria“.

Tra le pagine nervose e scivolose delle Affacciate riscopriamo anche qualche tratto scomodo di noi stessi, dei nostri vizi e delle nostre speranze. Nella vita di Nina tutto è ormai sostituibile, “anche la mia presenza nei miei ricordi“. E nel compimento perfetto dell‘esistenza liquida profetizzata da Baumann Nina si concede finalmente il lusso di riscoprire fragilità e debolezze, illusioni e desideri, finalmente rivelandosi a se stessa. In questa catarsi diventiamo ciò che ci fa stare meglio, pur nella nostra incancellabile imperfezione d’intenti.

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L’autrice del libro “Le affacciate” Caterina Perali

LE AFFACCIATE: l’intervista a Caterina Perali

Incuriositi dal romanzo, abbiamo voluto fare qualche domanda all’autrice Caterina Perali

“Le affacciate” è il tuo secondo libro, tutto al femminile. Quali aspetti delle donne hai voluto mettere in luce in questo romanzo?

Mi sono molto divertita a mostrare le contraddizioni e le fragilità. Le imperfezioni mi hanno sempre affascinata, come la forza e il senso di comunità che le donne sanno creare nei momenti cruciali della vita. Il tutto spero condito con la giusta ironia.

Quanto ti assomigliano “le affacciate” del romanzo?


Eh, un po’ mi somigliano. Quell’incredibile euforia della vita accelerata…
Il valore culturale che diamo all’efficienza e alla produttività ha un ruolo cruciale nella nostra percezione del tempo. Spesso si considera l’essere occupatissimi o iper produttivi un valore in sé, come se la lotta contro il tempo o l’essere sempre impegnati fosse di per sé un segno di prestigio sociale. Purtroppo non è facile porre dei limiti alla propria reperibilità, in generale, non solo sul lavoro. Ci caschiamo quasi tutti. Come quando sei dal medico, ma devi assolutamente rispondere al telefono o mandare una mail se no chissà che succede al mondo…

Nina, la protagonista, è una donna che ha smarrito se stessa nel momento stesso in cui ha perso il lavoro. Deve fare i conti con il risvolto della società liquida profetizzata da Baumann, eppure, di quella società, sembra non poter più fare a meno. Perché?

Perché la liquidità delle relazioni è contagiosa e invisibile. Ti avvolge. E’ difficile esserne consapevoli. Abbiamo sempre più paura di sentirci ingabbiati dalle relazioni, di perderci qualcosa.

Quando Nina perde il lavoro non ha il coraggio di dirlo a nessuno. Di cosa ha paura?  

Teme di perdere la propria identità, che ha gradualmente identificato con il suo lavoro. Essere disoccupata per lei non ha un significato solo economico o professionale, quello è il meno. Quello che è in gioco per Nina è qualcosa di esistenziale, sebbene per lei sia legato all’apparenza. Apparire impegnata la fa sentire più forte esistenzialmente e socialmente.

Nel libro, oltre a Nina, ci sono 3 donne che definisci “la smilza, la forzuta e la maculata”. E poi c’è Milano, che è in tutto e per tutto una protagonista, anche piuttosto rumorosa. Che aggettivo affibbieresti a Milano e perché?

Ho un debole per Milano lo devo ammettere. Citando Lucio Dalla più che un aggettivo mi vien da dire “Milano gambe aperte”, in tutti i sensi. E’ una città dove nascono continuamente idee, energie, mode, ma è anche piena di droghe e di mafia. È così meticciata e contemporanea che non rinuncia a nulla. Per me è diventata casa e non penso di essere l’unica.

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Caterina Perali

Nina nel libro commenta tutti gli avvenimenti via chat in tempo reale alla amica Anna, che in realtà è la “presenza” più “assente” di tutto il libro. Da cosa mette al riparo la comunicazione via Social, e a cosa invece ci espone?

Trasformare le relazioni in connessioni è un modo per proteggersi. Decidere quando entrare e quando uscire da una comunicazione dà uno strano senso libertà. Via chat si può rispondere a una domanda quando e come si vuole. Nella vita reale è possibile solo in alcune gag molto divertenti. La vita off-line, per fortuna, ha ancora delle regole di convivenza da rispettare. Di contro queste relazioni virtuali fanno perdere il senso del qui e ora, distraggono, e amplificano o deformano la realtà. Si può anche soffrire molto per un messaggino che non arriva nel tempo sperato. A chi non è successo?

Perché abbiamo bisogno di figure come Anna nella nostra quotidianità?

Figure come Anna permettono di non sentirsi mai soli. Nella logica dell’apparenza sono perfette. Tutti noi abbiamo o abbiamo avuto una Anna nella nostra vita e molti di noi lo sono o lo sono state per qualcuno. La relazione è bilaterale e consensuale.

Anche il tuo libro precedente, “Crepa”, è ambientato nel quartiere Isola. Possiamo considerare “Le affacciate” un sequel ideale?

Possiamo considerarlo uno spin off, perché Nina, la protagonista, de Le affacciate, era la crepa primordiale di Lorenzo, il protagonista di Crepa. Da un punto di vista temporale invece è un sequel, perché è ambientato dieci anni dopo. Stessa via, stesso palazzo a ringhiera, stesso quartiere, stessi locali. Non ho molta fantasia.

Oggi è la Giornata Internazionale della Donna. Cosa ti auguri per le donne come te e come Nina, soprattutto in questa ricorrenza?

Di essere il più consapevoli possibili e di non avere paura. Di amare, di sbagliare, di cambiare idea, di divertirsi, ogni tanto di dire “chissenefrega” e se c’è abbastanza coraggio da creare rete, di condividere e non solo foto o link, ma energia, perché insieme è tutto più pop.

Nicola Napoletano
Scritto da

Sono nato a Monopoli (BA) 34 anni fa. Cresciuto a pane e prosciutto e una passione smodata per la scrittura, oggi mi divido tra la Puglia e la Città Eterna. Adoro il mare azzurro, i film di François Truffaut, il vino rosé e le poesie di Saffo. Su BL Magazine mi occupo soprattutto di raccontare come vengono trattati i diritti umani e diritti lgbt+ nel mondo... e qualche volta mi distraggo scrivendo di tv e spettacolo!

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