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Spettacolo

Le origini del cinema italiano: un breve viaggio da Cabiria agli anni d’oro di Cinecittà

Negli ultimi anni dell’Ottocento l’Italia, come del resto la maggior parte d’Europa, si trovava in una congiuntura estremamente favorevole dal punto di vista economico sociale e culturale passato alla storia come Belle Epoque.


In particolare città come Roma, Napoli, Milano e Torino divennero dei punti di riferimento in Italia non solo per artisti e scrittori locali ma anche stranieri. Da questa base culturale così fertile non poteva non attecchire quel nuovo linguaggio artistico che negli ultimi giorni del 1895 aveva catturato la curiosità dei francesi, ovvero il cinematografo.

Dai primi esperimenti produttivi al cinema fascista

Il cinema fece capolino per la prima volta in Francia grazie ai fratelli Lumière il 28 dicembre 1895 e il suo successo fu repentino soprattutto grazie al passaparola e alla curiosità per questa nuova e per certi versi bizzarra invenzione.

Nei primi mesi del 1896 i Lumière con la loro magnifica invenzione conquistarono Milano e Torino e un po’ di tempo dopo, nel 1898, Napoli con le prime “immagini in movimento” della città, rimaste celebri per aver mostrato per la prima volta il Vesuvio fumante e la bella vita tra Via Toledo e il nuovo quartiere di Santa Lucia, da pochi anni ultimato.

La Napoli dei fratelli Lumière nel 1898

Tuttavia, grazie allo sviluppo delle tecniche di montaggio in funzione narrativa, nei primissimi anni del Novecento si compresero anche in Italia le enormi potenzialità di questo nuovo mezzo espressivo che andava via via sostituendosi al teatro come nuovo mezzo di intrattenimento popolare.

Nacquero così le prime case di produzione del Paese come la Partenope Film, la più antica casa di produzione italiana, fondata nel 1906 nel quartiere Vomero a Napoli dai fratelli Troncone, la Cines a Roma, la Milano film, la Cesar film e soprattutto l’Italia film di Torino fondata nel 1907 da Giovanni Pastrone che produsse nel 1914 Cabiria, uno dei primi kolossal della storia del cinema e il più famoso film italiano dell’epoca del muto.

Cabiria all’epoca ottenne un clamoroso successo internazionale tanto da essere il primo film ad essere proiettato alla Casa Bianca.

Il film, di ambientazione romana, in un certo senso creò nel cinema americano quell’immaginario che sta alla base del genere peplum, uno dei generi di punta del cinema hollywoodiano fino agli anni Sessanta e per l’epoca fu considerato un “azzardo” non solo grazie al suo maestoso impianto scenografico (il film fu interamente girato negli stabilimenti torinesi di proprietà dell’Italia Film) ma anche a causa della sua a dir poco vertiginosa durata, circa 190 minuti nel suo primo taglio originale.


Nato come una sorta di celebrazione della romanità a seguito della guerra italo-turca del 1911, il film si avvalse non a caso della collaborazione di Gabriele D’Annunzio, che ideò non solo il personaggio di Maciste, simbolo di forza per eccellenza, ma anche le didascalie del film.

Manifesto del film Cabiria di Giovanni Pastrone (1914)

Tuttavia l’epoca felice del muto in Italia non durò molto; dopo una breve fase in cui si affermarono i Kolossal storici di Enrico Guazzoni come Quo vadis? del 1913 e Marcantono e Cleopatra sempre dello stesso anno, nonché gli stessi riflessi di un certo divismo nostrano in cui spiccavano attrici come Eleonora Duse, Leda Gys e Italia Almirante Manzini, il cinema muto italiano entrò irrimediabilmente in crisi già all’inizio degli anni Venti, principalmente a causa di una cronica disorganizzazione delle case di produzione che sfociava in mezzi di realizzazione sempre più inadeguati e impossibilità di far fronte ad una concorrenza internazionale sempre più spietata.

Dopo un decennio in cui il cinema italiano sembrava inesorabilmente condannato ad un miserabile declino, ricevette nuova linfa soprattutto durante gli anni del governo fascista grazie a pellicole, seppur non platealmente propagandistiche come avveniva invece nella Germania hitleriana, comunque impostate su standard ben precisi che riflettevano in pieno l’ideologia fascista, ovvero estetica e propaganda virile, eroica, rivoluzionaria (in senso fascista) e celebrativa del regime.

Fu negli anni Trenta quindi che pellicole dal gusto tipico fascista video la luce come Vecchia guardia e 1860 di Alessandro Blasetti, Camicia nera di Giovacchino Forzano e Luciano Serra pilota di Goffredo Alessandrini.


Una caratteristica peculiare del cinema fascista fu anche quello sentimentale e disimpegnato dei “telefoni bianchi”, ovvero un cinema di ambientazione borghese in cui spesso apparivano dei telefoni bianchi, segno del benessere sociale di questi personaggi. Questi film trattavano principalmente di minacce di separazioni e di adulterio, cose praticamente impensabili per la morale dell’epoca.

Tuttavia l’ipocrisia fascista venne immediatamente a galla quando, nel 1943, Luchino Visconti diresse il suo primo film Ossessione, il quale narra proprio di un adulterio mostrato al pubblico e al regime senza troppi fronzoli. La pellicola fu immediatamente ritirata per oscenità non solo per il tema trattato, troppo scottante per il regime, ma anche per delle chiare allusioni sessuali non solo dal regista ma anche da parte del personaggio dello spagnolo nei confronti del protagonista interpretato da Massimo Girotti.

In più, la donna venne per la prima volta presentata non come oggetto passivo ma dotata di impulsi sessuali forti che sfociano nell’omicidio di suo marito e nella sua conseguente fuga con l’amante. A

d ogni modo Ossessione oggi è considerato uno dei film più rivoluzionari del cinema, il primo ad essere considerato neorealista per le sue ambientazioni autentiche e quindi il film che aprì la strada verso la modernità.

Un’iconica scena di Ossessione (Luchino Visconti, 1943)

La mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e Cinecittà: le punte di diamante degli anni Trenta

Tuttavia non si deve credere che gli anni Trenta siano stati anni totalmente bui per il cinema italiano, anzi è proprio in questi anni che vennero gettate quelle basi che determineranno l’ascesa del nostro cinema nel dopoguerra  fino a raggiungere i vertici degli anni Sessanta.

Nel 1937 il governo fascista inaugurò sulla Via Tuscolana di Roma gli studi di Cinecittà, un vasto complesso di studi cinematografici e televisivi, ancora oggi gli studi più grandi d’Europa e secondo solo a quelli hollywoodiani. Nel corso degli anni circa tremila film sono stati girati a Cinecittà di cui quarantasette vincitori del premio Oscar. In effetti Cinecittà non è stato solo regno dei grandi autori italiani, primo tra tutti Fellini, ma anche di produzioni straniere, americane in particolare, soprattutto tra anni Cinquanta e Sessanta. Non a caso quegli anni, che coincidono con quelli iconici della dolce vita, sono ricordati come la Hollywood sul Tevere.

L’entrata di Cinecittà nella sua tipica architettura di epoca fascista

Però appare abbastanza insufficiente ricordare esclusivamente Cinecittà; l’idea di ciò che oggi conosciamo come la Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia è cresciuta di pari passo con proprio con Cinecittà negli anni Trenta, sebbene la prima edizione del premio risalga al 1932 col nome di Esposizione internazionale d’Arte Cinematografica ed è oggi considerato il primo festival cinematografico della storia del cinema.

Nonostante oggi i film italiani facciano fatica a trovare i favori delle giurie di Venezia il Festival, a distanza di quasi novant’anni, resta un fiore all’occhiello per la cultura del nostro Paese dal momento che, soprattutto negli ultimi anni, molti film vincitori del Leone d’oro trovano la strada spianata verso l’Oscar, rendendo così il Festival di Venezia il più prestigioso festival cinematografico esistente insieme a quello di Cannes e a quello di Berlino.

Se da un lato la Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia ha mantenuto alti i suoi standard, gli studi di Cinecittà si sono avviati da tempo verso un’inesorabile decadenza. Negli ultimi trent’anni pochissime produzioni importanti hanno scelto di spostarsi a Roma e si è cercato di sopperire a queste mancanze attraverso eventi alternativi come ad esempio Cinecittà si mostra, oppure attraverso le incessanti attività del Centro sperimentale di Cinematografia, una delle più antiche e prestigiose scuole di cinema del mondo, anch’esso fondato negli anni Trenta.

Anche la creazione del parco a tema Cinecittà World da parte degli stessi gestori di Cinecittà sembra una buona soluzione per far fronte alla crisi ormai strutturale dell’enorme complesso romano. Si tratta di una soluzione giusta? Difficile dirlo. È certo però che ad oggi la desertificazione culturale e materiale di Cinecittà è pressoché irrefrenabile.

Scritto da

Un misto tra Des Esseintes e Ludwig

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