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#Le5 hit latine di cui avremmo fatto volentieri a meno

Oggi l’appuntamento domenicale con #Le5 si tinge di disprezzo.

L‘estate è il periodo delle canzoni-tormentone, alcune dei quali durano giusto il tempo di una stagione, da giugno a settembre, per poi limitarsi a riempire le playlist di qualche radio locale e cristallizzarsi nella nostra memoria come la colonna sonora di un’estate ormai consumata.

C’è, però, una categoria di tormentoni che dura nel tempo. Canzoni dure a morire, che ci ritroviamo puntualmente ad ascoltare al saggio dei nipoti, nella sala di zumba sotto casa o, peggio ancora, durante le orrorifiche sessioni dei balli di gruppo di una qualche ricorrenza: le hit latine.

Puntuali come le tasse, ogni anno assistiamo a una migrazione musicale incontrollata di tamarri accessoriati di canotte, tatuaggi e rosari d’oro che dalla vicina Spagna o dall’America Latina invadono, nell’ordine: le radio, le playlist di spotify, gli spazi pubblicitari di youtube, i palchi dei festival televisivi d’estate e di conseguenza le nostre povere orecchie.

reggaeton

Il latino americano e reggaeton sono due generi musicali tanto apprezzati da un certo tipo di utenza quanto disprezzati da chi ascolta musica più ricercata. Un “gusto acquisito” come può esserlo lo squalo essiccato islandese, la nduja calabrese o il casu marzu sardo. Però musicale.

Ho selezionato 5 hit latine che tutti conoscono e ai meno avvezzi al genere – incluso il sottoscritto – hanno fatto venire l’orticaria tra un bagno al mare e un granita gustata al bar più vicino. Eccole in ordine di tempo.

#1 King Africa – La bomba

oooooooOOOOOO BOMBAAAAAA!

Le reazioni a questo urlo improvviso, che dovrebbe essere bandito dalle misure di Safety del Ministero dell’Interno, sono solitamente due: uno stato di euforica eccitazione che ti conduce, come un automa, davanti all’animatore di turno, oppure uno stato di rassegnata prostrazione in cui vorresti perdere l’udito per 3 minuti.

La chiamata alle armi per tutti gli irriducibili dei balli di gruppo, l’adunata mefistofelica del gregge danzante. Il movimiento sexy è il primo atto di ogni carrellata di canzoni spagnoleggianti che ti rovineranno la digestione tra il primo di carne e il primo di pesce, il punto di non ritorno della fiducia che deporrai verso il deejay di turno.

Nato come una cover degli Azul Azul, la versione del duo argentino dei King Africa, che tutti – purtroppo – conosciamo, risale al 2000 e da allora non ha mai accennato a diradare la sua malefica presenza in matrimoni, comunioni, cresime e villaggi turistici di ogni ordine e grado.

#2 El Gato DJ – Mueve la Colita

Siamo sempre nel 2000, annata che ci ha lasciato una pesante eredità in termini di musica latina. In questo caso, però, c’è lo zampino di qualche italiano.

La colita” (ossia il bacino) è una produzione scritta e arrangiata da nostri connazionali come Gennaro Attanasio, Riccardo Nanni e Lorenzo Confetta, distribuito da Ala Bianca e portata al successo da un campione di sobrietà come Dj El Gato, che l’ha interpretata e resa celebre in tutto il mondo.

Al di là dell’irritante ritmo spagnolito posticcio, il testo è un concentrato di stereotipi linguistici – todo el mundo a bailar conmigo, arriba arriba, con la mano, suavecito – e soprattutto sessisti – “A dónde le gusta a las mujeres? Ahí, ahí / Y cómo es que le hacen los hombres? Así, así“, – durante i quali, gli eccitati avventori, danno sfogo alle loro pulsioni d’accoppiamento seguendo le mosse indicate in maniera piuttosto fantozziana.

Sì, in quei momenti lì la vergogna è anche maggiore del disprezzo.

“Mueve la Colita”, sdoganata anche negli ambienti radical-chic grazie a Paolo Sorrentino (che ci ha fatto ballare anche Jep Gambardella nella Grande Bellezza) gode anche di una versione remastered in cui potrete dare un volto a Dj El Gato.

#3 Don Omar feat. Lucenzo – Danza Kuduro

5 milioni di copie vendute negli Stati Uniti, 300.000 in Germania, più di 200.000 in Italia, dove nel 2011, questa piaga da decubito di canzone restò prima in classifica per 10 settimane.

Danza Kuduro di Don Omar, cantante portoricano, riprende “Vem dançar Kuduro” di Lucenzo, cantante e produttore franco-portoghese che firma questa versione con un featuring. Per i più curiosi, il Kuduro è un genere musicale angolano molto celebre in Portogallo (l’Angola è stata una colonia portoghese).

Il frastuono incessante, le onnipresenti gnocche ballerine, gli sguardi ammiccanti, gli accessori da coatti del Quarticciolo ne hanno fatto uno dei tormentoni più amati dai laureati all’Università della Vita, e uno dei brano più suonati sulle decappottabili del 2011.

Come abbiamo fatto a sopravvivere a tre mesi di questo tormento? Per fortuna, di Lucenzo e Don Omar non abbiamo avuto più notizie.

#4 Michel Teló – Ai se eu te pego

Se avete notato bene, uno dei punti in comune di questi abomini delle sette note è il riferimento al sesso, alla sensualità e alla seduzione, tutta incentrata sulla fisicità e poco sui contenuti. Non fa eccezione il quarto brano, croce brasiliana che ci siamo addossati nel 2012: Ai se eu te pego.

La canzone racconta di un incontro in discoteca tra un ragazzo – sostanzialmente arrapato – e una ragazza – la solita gnocca latina – vestita succintamente. Lui prende coraggio e inizia a parlarle, e nel mentre le dice “così mi uccidi, ahi, se ti prendo, ahi, ahi, se ti prendo, sei una delizia“.

Non so a voi, ma a me mette più tristezza di “I tuoi genitori sono dei ladri?? xkè hanno rubato due stelle dal cielo e le hanno messe al posto dei tuoi okki“.

Michel Teló (questo il nome del responsabile di questo ennesimo sfacelo del buon gusto), “cantautore e compositore brasiliano” – stando a quanto dice una generosa pagina Wikipedia – è stato fortunatamente una meteora, ma Ai se eu te pego purtroppo non è durato il tempo di un’estate. Molto di più.

Sponsorizzata dal calciatore Neymar sul web, Ai se eu te pego si è fatta strada sin in pieno inverno (febbraio 2012) arrivando a consumare le nostre energie fino all’autunno inoltrato. Un incubo dalla durata insostenibile.

#5 Luis Fonsi – Despacito (feat. Daddy Yankee)

Una potenza da 7 miliardi di views su Youtube. Ce lo siamo puppato lungo tutto il 2018, e grazie all’influenza di Daddy Yankee è stato al primo posto anche in USA, per 16 settimane.

Luis Fonsi è un portoricano che fa musica dal ’98 e faticava a sbarcare il lunario, e non si sa per quale motivo è stato ripescato dalle pejori hit parade nazionali proprio da Daddy Yankee (portoricano pure lui). Visto il successo di Despacito, con i proventi del brano camperanno di rendita pure i pronipoti di Luis.

Anche qui il solito carosello di terminologia iberica: “suavecito”, “mi corazon”, “bailando”, “te quiero mi amor”, “conmigo contigo” e bla bla bla. Molto variegato il dizionario di questi cantautori, mi dicono.

Provate a cantarci sopra qualunque canzone a caso di Enrique Iglesias, il risultato vi sorprenderà.

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Sono nato a Monopoli (BA) 33 anni fa. Ormai prossimo alla resurrezione, mi sposto tra la Puglia e la Città Eterna. Respiro e scrivo, come dicono i Baustelle. Dirigo BL Magazine dove mi occupo soprattutto di diritti umani, cultura, tv e spettacolo.

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