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Spettacolo

Le5 “prime volte” dell’Eurovision Song Contest

Mancano ormai poche settimane a Torino 2022, la terza edizione italiana dell’Eurovision Song Contest, l’evento musicale più seguito al mondo.


Dopo essere passato per diversi anni in sordina, l’Eurovision ha ritrovato, grazie alla vittoria dei Måneskin, una grande popolarità anche in Italia. Per comprendere realmente l’importanza di questa manifestazione però, dobbiamo ripercorrere i momenti salienti delle edizioni precedenti.

L’Eurovision Song Contest, esattamente come il Festival di Sanremo (da cui ha tratto ispirazione), è fortemente segnato dalla storia del continente europeo e dei cambiamenti sociali e politici successivi al dopoguerra. D’altronde, la stessa geografia europea era molto diversa nel 1956, anno della prima edizione della manifestazione: dai sette paesi fondatori (Italia, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Germania e Svizzera) si è arrivati agli oltre quaranta di questi anni.

L’Eurovision ha anticipato l’evoluzione dei tempi in più occasioni: già negli anni 90 la manifestazione si rendeva protagonista di un allargamento a est che nell’Unione Europea che si è concretizzata solo dieci, venti anni dopo, così come tante canzoni e momenti dello show hanno preannunciato tematiche che poi sarebbero diventate scottanti temi di attualità.

Abbiamo selezionato per voi 5 momenti che rappresentano 5 “prime volte” legate a episodi storici che hanno segnato la storia del concorso.

#1 – La prima canzone a tema gay, Lussemburgo 1961

Nous les amoureux” (Noi, gli amanti) è il brano che il francese Jean-Claude Pascal nel 1961 canta per il Lussemburgo. A un ascolto superficiale, il brano potrebbe sembrare lo struggimento di un uomo che non può stare con la persona amata, perché c’è chi impedisce loro di essere felici. Se tutto questo è sicuramente vero, analizzando bene il testo si può notare che Nous les amoreux, nello specifico, racconta, con estrema attenzione all’uso delle parole, proprio la storia d’amore tra due uomini.

C’è la società che vorrebbe dividerli impedendo loro di essere felici, ci sono “gli imbecilli e i malvagi che ci fanno del male e ci ingannano“, ed è come essere “spiati dall’inferno“. Eppure, come canta Pascal, rien n’est plus évident que l’amour, nulla è più evidente dell’amore.

La canzone si conclude con una speranza: quella, un giorno, di potersi amare “senza che se ne parli in città“, e infine di poter essere assolti da chi non ama e da chi non è mai stato amato, perché le soleil brille pour nous (il sole brilla per noi).


La mancanza di riferimenti diretti è dovuta soprattutto al periodo storico: nel 1961 l’omosessualità è ancora illegale in molti paesi e bisogna scongiurare il rischio censura. Tuttavia il messaggio, seppur cifrato, viene percepito. Chi vive la stessa situazione dei protagonisti della canzone può sentirsi finalmente compreso e rappresentato.

È proprio con Jean Claude Pascal e con Nous les amoreux che inizia un idillio destinato a durare nel tempo: quello tra la comunità lgbt+ e l’Eurovision.

#2 – La prima contestazione politica, Copenaghen 1964

Negli anni ’60 si uniscono alla manifestazione Spagna e Portogallo, che vivono ancora sotto regime dittatoriale.

Il 1964, l’anno della prima vittoria italiana, diventa lo scenario della prima, importante contestazione politica in Eurovisione. È l’edizione che segna il debutto del Portogallo, seguendo le orme della Spagna che aveva già esordito tre anni prima. A un certo punto della serata, un attivista politico irrompe sul palco di Copenaghen con un cartello scritto a mano contenente un monito: “Boycott Franco and Salazar“.


L’uomo viene rapidamente portato via dalla sicurezza, ma resta in video un tempo sufficiente perché il cartello venga fotografato e il messaggio giunga dritto alle giurie, che lasciano le nazioni iberiche nelle ultime posizioni.

QUI alcuni fotogrammi del video che, purtroppo non è reperibile interamente perché l’edizione del 1964 è andata perduta dalla tv danese a causa di un incendio.

L’Eurovision irromperà a gamba tesa nelle questioni politiche portoghesi anche dieci anni dopo: Depois do adeus (Dopo l’addio) di Paulo De Carvalho, la entry portoghese del 1974, viene scelta per dare il via al colpo di stato che avrebbe riportato la democrazia nella nazione con la Rivoluzione dei Garofani.

Quanto al generalissimo Franco, neanche a lui l’Eurovision resterà indifferente. Nel 1968, anno della prima vittoria spagnola, ordina la sostituzione dell’interprete della canzone La la la perché l’autore Joan Manuel Serrat annuncia l’intenzione di esibirsi in lingua catalana. A lui viene preferita la giovanissima Massiel, che anche grazie alla sua immagine giovane e a una voce poderosa riesce a imporsi per un punto sulla favorita Congratulations.

#3 – I primi interpreti non di pelle bianca

Sempre negli anni ’60 le potenze coloniali europee cominciano a lasciarsi alle spalle il loro passato di conquistatori d’oltremare. È proprio in questo decennio che l’Eurovision comincia a diventare multietnico, e le delegazioni iniziano a proporre cantanti naturalizzati provenienti dalle loro ex colonie.

La prima interprete non bianca a calcare le scene eurovisive ha i tratti orientali di Anneke Grönloh, olandese di origine indonesiana rappresentante dei Paesi Bassi che quell’anno vince la selezione Nationaal Songfestival. Il suo brano Jij bent mijn leven (Sei la mia vita) non ha però molta fortuna, e si classifica al decimo posto (su 16 partecipanti) con soli due punti.

Anneke Grönloh

Arrivano anche i primi due interpreti di origine africana. Nel 1966 Milly Scott, dal Suriname, è la prima cantante nera in gara all’Eurovision Song Contest, sempre per i Paesi Bassi. Il suo brano è una divertentissima rumba dal titolo Fernando en Filippo (video in basso), che però, nonostante una performance davvero ben costruita (con tanto di ingresso e uscita a effetto, mariachi e balletto) non riesce a raccogliere consensi significativi e rimane nelle retrovie della classifica (15° su 18). Scott si consolerà con un buon successo commerciale che la porterà in tour in giro per l’Europa.

Due anni dopo Milly Scott, il Portogallo vede vincere il Festival da Cançao da Eduardo Nascimento, cantante angolano naturalizzato portoghese. La sua O vento mudou (Il vento è cambiato) ha quindi il diritto di partecipare all’Eurovision Song Contest, facendo di Nascimento il primo cantante nero di sesso maschile della storia eurovisiva. Il risultato, come nei due casi precedenti, è modesto: complice anche la poca simpatia dell’Europa per Salazar, si piazza dodicesimo su 17 partecipanti, con 3 punti.

Al di là della posizione in classifica di ciascuno di loro è però il senso di comunità, di integrazione e di unione a vincere: l’Europa scopre finalmente le diverse sensibilità del suo popolo, inedite contaminazioni artistiche e un nuovo patrimonio umano da assorbire nel proprio tessuto sociale.

#4 – La prima (e finora unica!) nazione africana partecipante: il Marocco, 1980

Nel 1980 una singolare combinazione di circostanze porta alla prima, storica partecipazione del Marocco, la cui emittente nazionale Radio-Maroc era stata addirittura tra i fondatori dell’Unione Europea di Radiodiffusione (che, ricordiamolo, è un’associazione privata i cui confini varcano quelli dell’Europa geografica). Il Marocco può, quindi, a pieno titolo partecipare all’Eurovision Song Contest.

Sul perché lo abbia fatto solo una volta c’è una spiegazione, che va trovata nelle pessime relazioni diplomatiche tra la nazione africana e Israele, presente alla kermesse già dal 1973. Nel 1980 Israele decide di ritirarsi per non sobbarcarsi i costi di una seconda organizzazione consecutiva del concorso: il Marocco decide quindi di approfittarne e si iscrive alla gara.

A rappresentare la nazione africana nella sua unica partecipazione è Samira Said, oggi cantante popolarissima in Marocco ed Egitto, che con Bitakat Hob fa risuonare nell’etere del vecchio continente, per la prima volta, la lingua araba.

L’effetto è indubbiamente straniante: il Marocco non rinuncia alla sua identità musicale per fare breccia nella faciloneria dei giurati europei, e propone un brano costruito su scale maqam e sonorità sinuose, impreziosito dal timbro esotico e avvolgente di Said.

L’esperimento non va a buon fine: è solo la giuria italiana ad attribuire al Marocco dei punti, ben sette, sufficienti a scongiurare l’onta dell’ultimo posto. L’organizzazione del Marocco non la prende bene e si ritira già l’anno successivo, a tempo indeterminato. C’è però la remota possibilità che l’emittente nazionale marocchina possa tornare a gareggiare, dopo che nel 2020 sono state normalizzate le relazioni diplomatiche con Israele.

#5 – L’esordio della Bosnia, nazione in guerra

È il 1993: uno dei primi atti della Bosnia Herzegovina dichiaratasi indipendente dalla Iugoslavia è la richiesta di adesione all’UER, che l’ammette a tempo di record. Sarajevo è una città stremata dall’assedio, ma è la capitale di una nazione che vuole affacciarsi nel salotto musicale d’Europa e rivendicare la sua esistenza politica, musicale e culturale.

La richiesta di partecipare all’Eurovision viene accolta, ma gli stravolgimenti politici cominciati con la dissoluzione dell’Unione Sovietica prima e della Iugoslavia dopo hanno aumentato fortemente il numero dei paesi candidati a partecipare. L’UER porta i concorrenti da 22 a 25 su 29 richieste: è pertanto necessario fare una scrematura attraverso una gara eliminatoria.

Le 7 nazioni che partecipano alla gara, che si tiene a Lubjana, sono Slovenia, Croazia, Estonia, Romania, Slovacchia, Ungheria e appunto Bosnia, che è rappresentata dal venticinquenne Fazla con Sva bol svijeta (Tutto il dolore del mondo), scritta da popolare musicista Dino Merlin che sarà anche autore dell’inno nazionale bosniaco (e tornerà in gara nel 2011). La canzone parla di una lettera d’amore da una Sarajevo assediata alla propria amata all’estero.

Fazla porta la Bosnia and Herzegovina all’Eurovision per la prima volta: diventa il simbolo di un paese che si aggrappa con tutte le sue forze all’amore per combattere una guerra crudele.

Toccante è il momento del voting: quando il portavoce bosniaco si collega con Millstreet per assegnare i voti della giuria nazionale, viene accolto da uno scroscio di applausi.

La canzone non si piazza bene, ma ciò non è importante: Sva bol svijeta non è solo una canzone, ma la rivendicazione politica di un intero popolo.

Good evening Millstreet, this is Sarajevo calling
>Hello Sarajevo, we are hearing you

Leggi anche Eurovision e Diversità: #Le5 canzoni da ricordare

Scritto da

Sono nato in Puglia, terra di ulivi e mare, e oggi mi divido tra la città Eterna e la città Unica che mi ha visto nascere. La scrittura per me è disciplina, bellezza e cultura, per questo nella vita revisiono testi e mi occupo di editing. Su BL Magazine coordino la linea editoriale e mi occupo di raccontare i diritti umani e i diritti lgbt+ nel mondo... e mi distraggo scrivendo di cultura e spettacolo!

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