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Legalità

Liberi di scegliere: i figli della ‘Ndrangheta salvati dal proprio futuro

Sessanta ragazzi con un destino già scritto, figli di boss in attesa di sedere anche loro nel tavolo dei grandi. Ragazzi che non temono sanzioni penali o di dover scontare un periodo in carcere. Ragazzi vittime di un sistema criminale ed omertoso.


Salvare i ragazzi da un destino ineluttabile

È questo il profilo dei giovani che Roberto Di Bella, giudice del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, si ritrovava di fronte. Ragazzi che il più delle volte venivano assolti per i loro reati per insufficienza di prove.

Di Bella conosceva le loro storie, il clima in cui crescevano e sapeva benissimo che il loro incontro sarebbe stato solo il primo di una lunga serie. Era il 2011 quando, insieme ai suoi colleghi, si rese conto che l’unico modo per salvare questi minorenni dal destino ineluttabile era fargli comprendere che un’altra vita era possibile, dal punto di vista culturale, affettivo e sociale.

Il giudice Roberto Di Bella per il Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria

Nasceva così il progetto Liberi di Scegliere, di cui si è parlato molto – ancor prima che la Rai vi rilasciasse una serie tv ad hoc – in toni molto accesi. Le famiglie mafiose si vedevano tolta la responsabilità genitoriale e il conseguente allontanamento dei propri figli e non ci stavano; i giornali accusavano il tribunale reggino di forzare un po’ troppo la mano sottraendo i figli alle famiglie.

Il Tribunale stesso era consapevole della grandezza di quel nuovo progetto e delle conseguenze nel caso in cui le cose non fossero andate nel verso giusto.

Anche le madri libere di scegliere

Il Tribunale ha poi cominciato ad assolvere altri compiti, oltre ai canonici: il giudice diventava un confessore e uno psicologo per le madri dei giovani coinvolti, in primis per le vedove bianche, così chiamate perché con i mariti in carcere.

Donne sole ma con ancora le catene addosso della Famiglia, donne che odiavano lo Stato, colui che pensava di sapere cosa fosse meglio per i loro figli, ma a cui alla fine, diverse, hanno chiesto aiuto.

Se il figlio intraprendeva un percorso di consapevolezza sulla possibilità di un’altra vita al di fuori della regione, la madre lo realizzava rimanendo a casa, attraverso e per il cammino del figlio.

Ci sono state madri che deciso di intraprendere un percorso di collaborazione con la giustizia proprio per salvare i figli e per potersi costruire un’altra vita, lontane, insieme a loro.

Di tutto questo progetto, ora che il giudice Di Bella è diventato presidente del Tribunale per i minorenni di Catania, cosa rimarrà? Ciò è stato possibile grazie a protocolli siglati con i ministeri di Giustizia, della Famiglia, dell’Istruzione, la procura Nazionale Antimafia, Libera e la Cei, ma quello che ci auguriamo è che si arrivi al concepimento di una legge nazionale.

Concedendo strumenti e risorse agli uffici idonei i numeri di questa esperienza più che positiva non potrebbero far altro che aumentare.

A distanza di dieci anni, dei sessanta ragazzi allontanati dalle famiglie, solo tre hanno commesso nuovamente dei reati, di cui uno solo di questi per mafia.


Se vi interessa l’argomento: DONNE E MADRI DI ‘NDRANGHETA: L’ALTRA META’ DEL CRIMINE

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Scritto da

Marchigiana a Torino. Studentessa di Comunicazione Politica e Pubblica sopravvissuta all'erasmus a Liège. Compro più libri di quanti ne possa leggere.

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