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Spettacolo

LINA WERTMULLER e il suo cinema “d’amore e d’anarchia”

E’ una cosa gravissima che si chiami Oscar. Si dovrebbe chiamare Anna!

In un’intervista più o meno recente Lina Wertmüller ha affermato come da giovane abbia dovuto sgomitare (nel vero senso della parola) per farsi strada nel cinema, da un lato per la dura gavetta, dall’altro per il fatto di essere una donna. In un mondo come quello del cinema in cui le donne tutt’ora vengono guardate con una certa reticenza (oltre alla Wertmüller, solo altre quattro registe hanno ricevuto una candidatura all’Oscar alla regia di cui è vincitrice solo Kathryn Bigelow nel 2010), tentare la carriera della regia cinematografica nell’Italia di fine anni Cinquanta era assolutamente straordinario e fuori da ogni luogo comune, soprattutto se si considera la morale della politica democristiana all’epoca.

Basti questo per far capire la straordinaria forza della natura che si cela dietro gli occhiali bianchissimi di Lina Wertmüller, famosi almeno quanto i suoi film. Icona totale del cinema mondiale e caso unico nel cinema italiano, la Wertmüller è sempre stata fuori da ogni tipo di clichè ma allo stesso tempo profondamente dentro ai luoghi comuni degli abitanti del Belpaese, presi di mira in una carriera lunga quasi cinquant’anni.

Nata da una famiglia benestante di origine lucana e romana ma di antica nobiltà svizzera nel 1928, la verve ribelle di Lina si rivela fin da ragazzina facendosi espellere da ben undici licei romani. La sua iscrizione presso L’Accademia di arte drammatica diretta da Pietro Scharoff a diciassette anni le aprì una lunga gavetta nel mondo dello spettacolo ricoprendo i ruoli più disparati, dalla regia per spettacoli di burattini per la compagnia l’Opera dei Burattini della scenografa e costumista Maria Signorelli, di cui fecero parte in seguito anche personalità come Gabriele Ferzetti e Carlo Verdone, ad autrice televisiva per la prima edizione di Canzonissima sotto la regia del compianto Antonello Falqui nel 1958.

Lina Wertmüller negli anni Settanta

Le prime esperienze cinematografiche arrivarono in quegli stessi anni dapprima come segretaria di edizione in …e Napoli canta! nel 1952, ma soprattutto come aiuto regista nei due capolavori felliniani La dolce vita nel 1960 e del 1963. Sull’esperienza con Fellini dirà: “Fellini era un personaggio meraviglioso che aveva in sé la purezza e l’allegria dell’adolescenza unita alla saggezza da centenario, era un grande artista e conoscerlo è stato come aprire la finestra su un paesaggio che non si sapeva che ci fosse”. Da quest’incontro fortunato nacque probabilmente la tendenza al grottesco del cinema della Wertmüller; tuttavia mentre in Fellini la materia grottesca veniva filtrata attraverso la sua visionarietà, nella regista romana essa segna l’inizio di un cinema fortemente satirico in cui la lunghezza e complessità di alcuni suoi titoli intrisi di sarcasmo, passati alla storia come “titoli alla Wertmüller” riflettono la sua critica stramba, travolgente e talvolta ben oltre il paradosso sulla società italiana a 360°, partendo dal proletariato alla ricca borghesia, passando per la politica, fino all’eterna lotta tra i luoghi comuni degli italiani del nord e quelli del sud.

Tra esordi folgoranti ed una carriera luminosa

Il 1963 segna il fortunatissimo esordio dietro la macchina da presa con I basilischi, una sorta di “vitelloni” in salsa pugliese incentrato su tre giovani di buona famiglia, talmente abituati al dolce far niente della loro piccola provincia da renderli completamente apatici. Sebbene il film sia stato girato in sole due settimane e con pochi mezzi esso non ha per nulla perso la sua forza. Al contrario esso si configura non solo come uno dei più folgoranti esordi di tutto il cinema italiano ma è anche una delle pellicole degli anni Sessanta più attuali. La ristrettezza della vita di provincia, direttamente proporzionale alla ristrettezza degli orizzonti che essa offre, una certa mentalità tipica dell’uomo meridionale capace solo a rimandare il futuro e a crogiolarsi nella routine fino a morire di apatia, gli atteggiamenti dettati dal pregiudizio, sono solo alcuni dei temi che si ripresentano ancora oggi, dopo cinquantasette anni, in un sud Italia che rischia oggi come non mai di rimanere staccato dal resto d’Italia.

Scena tratta da I basilischi (1963)

Un altro grande successo, questa volta televisivo, porta Lina Wertmüller all’attenzione nazionale: Il giornalino di Gian Burrasca, sceneggiato Rai in otto puntate, destinato prevalentemente ad un pubblico giovane ma che conquistò anche gli adulti, non solo grazie alla simpatia degli interpreti (Rita Pavone nel ruolo di Gian Burrasca ed altri grandi attori come Ivo Garrani, Valeria Valeri ed Arnoldo Foà), ma anche grazie ad un cast artistico di prim’ordine, tra cui i costumi di Piero Tosi, all’epoca trentacinquenne e fresco di candidatura agli Oscar per il suo lavoro ne Il Gattopardo di Luchino Visconti, e in particolare le musiche di Nino Rota, tra cui la celeberrima Viva la pappa col pomodoro”.

Dopo una breve incursione nei musicarelli con Rita la zanzara nel 1966 e Non stuzzicate la zanzara dell’anno successivo entrambi con Rita Pavone, con cui da inizio tra l’altro al sodalizio artistico con lo scenografo e futuro marito Enrico Job, dirige a partire dal 1972 tre film in cui la regista definirà le coordinate del suo stile e dei suoi temi, Mimì metallurgico ferito nell’onore,  Film d’amore e d’anarchiaOvvero “Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza…” del 1973 e Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto del 1974.

Protagonisti dei tre film Giancarlo Giannini e Mariangela Melato, i quali daranno avvio ad uno dei più fortunati sodalizi artistici del cinema italiano, giocando sugli stereotipi nostrani e sugli opposti ceti sociali dei personaggi da loro interpretati. Benché nei tre film i loro personaggi siano apparentemente diversi, in essi è sempre presente quell’opposizione sociale ed ideologica, grottescamente ed asimmetricamente messa in conflitto in relazione alla concezione politica di potere. Tale opposizione viene esasperata in Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di agosto in cui Gennarino Carunchio, uno dei personaggi più iconici dell’intera filmografia di Giannini, meridionale e comunista, si riprende le sue “rivincite” dopo un naufragio su una ricca e viziata borghese milanese, Raffaella Pavone Lanzetti, colpevole di averlo umiliato. Tale sottomissione lega sentimentalmente Raffaella a Gennarino in una specie di sindrome di Stoccolma da cui la donna si ritrarrà una volta tornata alla normalità non riuscendo a svincolarsi dalle sue convenzioni alto borghesi.

Molti hanno interpretato questo film, osteggiatissimo dalle femministe dell’epoca, in chiave politica, da un lato rimarcando la differenza tra sinistra e destra, dall’altro tra nord e sud del Paese. Raffaella rappresenta la ricca borghesia, il nord, la destra, dotata di scarsa empatia sociale, mentre Gennarino rappresenta da un lato l’impulsività del sud e del proletariato ma anche la generosità di chi possiede poco pronto a farne a meno per inseguire un ideale, ovvero vivere per sempre con Raffaella. Ma mentre Gennarino è pronto a rinunciare al suo poco Raffaella preferisce conservare il suo status borghese.

Lezione numero 1 da Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di agosto (1974)

Nel 1975 esce nelle sale Pasqualino Settebellezze, considerato il capolavoro della regista, con il quale si pose all’attenzione della critica mondiale, ottenendo quattro candidature ai Premi Oscar, tra cui per la regia, prima candidatura in tale categoria per una donna. Considerato un cult non solo in Italia ma anche (forse maggiormente) negli Stati Uniti narra le vicende di Pasquale Frafuso, un “guappo”, che ha come obiettivo principale quello di mantenere l’onore delle sue sette (bruttissime) sorelle (da qui la spiegazione “settebellezze”). L’introduzione della sorella maggiore in una casa di tolleranza dopo essere stata ingannata dal suo presunto fidanzato innescheranno su Pasqualino una serie di disgrazie che lo porteranno addirittura in un campo di concentramento nazista.

La cifra grottesca e allo stesso tempo drammatica del film emerge sin dai titoli di testa con la canzone Quelli che… cantata da Enzo Jannacci e sovrapposta alle immagini di repertorio dei discorsi di Mussolini e Hitler, la quale sembra prenderli in giro sonoramente. E in effetti lo scopo del film è proprio questo:  prendere in giro quegli uomini “guappi” come Pasqualino, Mussolini e Hitler, all’apparenza così sicuri di sé ma totalmente incapaci di destreggiarsi in situazioni fuori dalla loro portata.

Gli ultimi anni

Trascorsi gli anni Ottanta senza particolari opere di rilievo (da segnalare nel 1981 il documentario E’ una domenica sera di novembre sul catastrofico terremoto dell’Irpinia del 1980) dirige rispettivamente nel 1990 e nel 1992 Sabato, domenica e lunedì tratto da una commedia di Eduardo, col divertentissimo confronto in una macelleria tra Rosa Priore, interpretata da Sophia Loren ed una cliente sulle modalità di preparazione del ragù napoletano, ed Io speriamo che me la cavo tratto da una raccolta di temi di bambini napoletani in cui pone l’accento sulla mancanza dello Stato nel sud Italia, sull’illegalità e sul lavoro minorile. Diverse critiche sono state apportate al film, come quella di rappresentare le realtà napoletane troppo estreme e piene di luoghi comuni, e la rappresentazione del maestro portatore di legalità, napoletano nella realtà ma settentrionale nel film.

La famosa scena del ragù di Sabato, domenica e lunedì (1990)

Una delle ultime opere abbastanza criticate della Wertmüller è senza dubbio Ferdinando e Carolina uscito nel 1999 in cui la regista è stata accusata di limitarsi ad una rappresentazione alquanto scollacciata di Ferdinando I delle Due Sicilie, tralasciando gli splendori della corte borbonica e le numerose conquiste civili e culturali del Regno delle Due Sicilie durante il regno del “Re Nasone”. Suggestivi i titoli di testa sulle note della Tarantella del Gargano eseguita da Pino De Vittorio.

Il suo Oscar alla carriera oggi è sicuramente una buona scusa per riscoprire il suo cinema. Apprezzata di più all’estero come capita spesso qui da noi, addirittura osteggiata da Nanni Moretti, il cinema di Lina Wertmüller oggi si riveste di particolare importanza proprio in relazione a questo crescente divario tra borghesi e proletari, ricchi e poveri, nord e sud, non solo in Italia ma in tutto del mondo. Basti solo pensare a Parasite, caso cinematografico dell’anno il quale, ricorrendo a toni grotteschi e a paradossi, traccia un divario tra poveri e ricchi che ormai sembra quasi incolmabile. Uno stile di rappresentazione già sperimentato nell’Italia degli anni Settanta in cui la Wertmüller, seppur con le dovute enormi differenze, resta autrice suprema.

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Scritto da

Un misto tra Des Esseintes e Ludwig

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