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Storie e Culture

L’invisibile e dimenticata Shoah delle lesbiche

È innegabile che quando si parla di Omocausto si pensi subito ai triangoli rosa e alle torture ben documentate subite dagli uomini omosessuali durante il Terzo Reicht. Le donne omosessuali sono state invisibilizzate già a partire dalla legislatura nazista: il Paragrafo 175, la legge che sanciva la penalizzazione della sola omosessualità maschile nella Germania nazista, ha rappresentato fin da subito una ulteriore discriminazione nei riguardi delle donne omosessuali.


La rimozione del soggetto lesbico nella legislazione nazista ha prodotto spiacevoli conseguenze inevitabili: dal lato storico la difficoltà di riconoscere e tracciare una storia delle lesbiche sotto i regimi nazifascisti, dato che questo soggetto giuridicamente inesistente non aveva prodotto documenti reperibili a riguardo; dal lato sociale l’impossibilità delle vittime di essere riconosciute come tali una volta finita la guerra e quindi anche a ottenere il giusto risarcimento. Fu, difatti, solo nel 1987 che nel parlamento di Bonn furono ascoltate delle vittime del Nazismo nella loro qualità di lesbiche.

Le donne lesbiche non venivano marchiate col famoso triangolo rosa, simbolo della depravazione sessuale di cui venivano accusati gli uomini gay. Il loro marchio era l’altrettanto famoso, ma meno “scandaloso”, triangolo nero: questo simbolo, infatti, identificava le persone che lo indossavano come “asociali”. L’asocialità nazista, però, non è paragonabile con la definizione che diamo noi oggi giorno a quella parola: tutte le persone “impure”, cioè non corrispondenti al modello di perfezione rappresentato dalla razza ariana, che non potevano essere identificate con altri triangoli/colori più specifici, venivano internate sotto il colore nero. Simbolicamente questo colore richiama il buio, pertanto anche quello interiore di chi non poteva essere puro agli occhi della razza suprema ariana.

In Austria, con il paragrafo 129, vi fu una triste par condicio fra la persecuzione delle lesbiche e quella dei gay: questa legge perseguiva indistintamente la “fornicazione innaturale” per entrambi i sessi. L’opposizione delle organizzazioni cattoliche austriache aveva impedito nel 1930 una modifica per eliminare il lesbismo dai casi contemplati da questa legge nazista.

Al di là dalle leggi, la persecuzione e la repressione delle lesbiche va inquadrata nella più ampia concezione nazionalsocialista secondo cui il ruolo delle donne era limitato alla famiglia e alla cura dei figli. Per questo era considerato più semplice persuaderle o forzarle ad accettare un orientamento di tipo eterosessuale. Ovviamente la “persuasione” era esercitata con violenze fisiche e sessuali. Praticamente era un obbligo velato a ricredersi e conformarsi alla “normalità” imposta dal governo nazista. Particolarmente osteggiate, di conseguenza, furono intellettuali e artiste indipendenti, che non si conformavano all’ideale.

La qualità di lesbica era considerata spesso un’aggravante rispetto, appunto, all’asocialità o ad altre imputazioni (ovvero all’essere ebree, ladre, prostitute, ecc.). Gli studiosi riportano casi di lesbiche nei campi di concentramento di Dachau, Ravensbrück, Hohenstein, Moringen, Flossenbürg. Presso quest’ultimo campo era attivo un bordello, nel quale le lesbiche erano particolarmente ricercate ed esposte al sadismo e alle perversioni dei gerarchi.

Il tempo del silenzio storico omosessuale e lesbico dipende soprattutto da condizioni sociali e culturali che portano alla paura e alla vergogna: l’assenza di documentazione e di ricerca è spesso solo una conseguenza di un’assenza più vasta, di un’ombra posta dai soggetti stessi a difesa di sé.

Nel 2010 è uscito un testo, unico nel panorama italiano ed europeo, che si occupa, in modo accurato, della Shoah lesbica: R/esistenze lesbiche nell’Europa nazifascista (Ombre corte).

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