A capodanno mi ero ripromesso di leggere libri leggeri, agili e veloci, compatibili con la mia frenetica vita lombarda. Non ce l’ho fatta. Il 2 gennaio ho iniziato a leggere le 824 pagine di “M. il figlio del secolo” dell’autore partenopeo Antonio Scurati. Libro imprescindibile!

Copertina del Libro

LA TRAMA

Affacciamo sulla piazza del Santo Sepolcro. Cento persone scarse, tutti uomini che non contano niente. Siamo pochi e siamo morti. Aspettano che io parli ma io non ho nulla da dire.
La scena è vuota, alluvionata da undici milioni di cadaveri, una marea di corpi – ridotti a poltiglia, liquefatti – montata dalle trincee del Carso, dell’Ortigara, dell’Isonzo. I nostri eroi sono già stati uccisi o lo saranno. Li amiamo fino all’ultimo, senza distinzioni. Sediamo sul mucchio sacro dei morti .

Incipit di M. Il figlio del Secolo.

Lui è come una bestia: sente il tempo che viene. Lo fiuta. E quel che fiuta è un’Italia sfinita, stanca della casta politica, della democrazia in agonia, dei moderati inetti e complici. Allora lui si mette a capo degli irregolari, dei delinquenti, degli incendiari e anche dei ”puri”, i più fessi e i più feroci. Lui, invece, in un rapporto di Pubblica Sicurezza del 1919 è descritto come ”intelligente, di forte costituzione, benché sifilitico, sensuale, emotivo, audace, facile alle pronte simpatie e antipatie, ambiziosissimo, al fondo sentimentale”.
Lui è Benito Mussolini, ex leader socialista cacciato dal partito, agitatore politico indefesso, direttore di un piccolo giornale di opposizione. Sarebbe un personaggio da romanzo se non fosse l’uomo che più d’ogni altro ha marchiato a sangue il corpo dell’Italia. La saggistica ha dissezionato ogni aspetto della sua vita. Nessuno però aveva mai trattato la parabola di Mussolini e del fascismo come se si trattasse di un romanzo. Un romanzo – e questo è il punto cruciale – in cui d’inventato non c’è nulla.
Non è inventato nulla del dramma di cui qui si compie il primo atto fatale, tra il 1919 e il 1925: nulla di ciò che Mussolini dice o pensa, nulla dei protagonisti – D’Annunzio, Margherita Sarfatti, un Matteotti stupefacente per il coraggio come per le ossessioni che lo divorano – né della pletora di squadristi, Arditi, socialisti, anarchici che sembrerebbero partoriti da uno sceneggiatore in stato di sovreccitazione creativa. Il risultato è un romanzo documentario impressionante non soltanto per la sterminata quantità di fonti a cui l’autore attinge, ma soprattutto per l’effetto che produce. Fatti dei quali credevamo di sapere tutto, una volta illuminati dal talento del romanziere, producono una storia che suona inaudita e un’opera senza precedenti nella letteratura italiana.
Raccontando il fascismo come un romanzo, per la prima volta dall’interno e senza nessun filtro politico o ideologico, Scurati svela una realtà rimossa da decenni e di fatto rifonda il nostro antifascismo.

Antonio Scurati

Giù in strada le grida dei garzoni invocano la rivoluzione. Noi ridiamo. La rivoluzione l’abbiamo già fatta. Spingendo a calci questo Paese in guerra, il 24 maggio del millenovecentoquindici. Ora tutti ci dicono che la guerra è finita. Ma noi ridiamo ancora. La guerra siamo noi. Il futuro ci appartiene. È inutile, non c’è niente da fare, io sono come le bestie: sento il tempo che viene. (p. 12)

M. Il Figlio del Secolo

LA RECENSIONE

M. è un libro meravigliosamente gargantuesco. Sia per la maestosità del testo ma anche per l’audace freschezza innovativa della narrazione.

Il punto di vista del Duce è un rovesciamento “astorico” ed un esperimento narrativo non solo interessante, oserei dire, indispensabile per conoscere al meglio un’epoca storica distante cronologicamente, ma molto vicina per le modalità e gli assetti psicologici.

Chiuso il libro, sappiate che non si trovano risposte, ma arrivano violentemente delle domande. Ho iniziato ad analizzare il palcoscenico sociopolitico della nostra epoca. È facile chiedersi: “Sta tornando il Fascismo?”. Lascio a voi le vostre personalissime risposte. Dopo aver letto M. invece sembra proprio di no. La “musica” è cambiata: c’è una volontà sociale diversa. Gli italiani, che parlano l’italiano, che sanno leggere e scrivere ed hanno modificato i loro dialetti in accenti, rimescolandoli in svariati posti del bel paese, non sono gli italiani a cui il Duce, per la prima volta nella storia, avesse dato nome e senso: un popolo unito. Con questo suo romanzo Scurati fa opera di divulgazione coraggiosa, che va anche al di là delle intenzioni edificanti di descrivere un periodo storico ben preciso.

Dietro al romanzo non v’è opera di fantasia. L’autore ha semplicemente messo in luce aspetti documentatissimi. Un quadro angosciante post bellico, circonfuso d’amarezza e rabbia di quel futuro dittatore che raccoglierà i cocci del dissenso dilagante.

Il personaggio più particolare nel libro, o meglio, che mi ha colpito maggiormente è Gabriele D’Annunzio. Un impeto sull’impeto! L’11 settembre del ’19 il Vate entra a Fiume è sarà la stella, l’eroe patrio. Leggendo Scurati sembra proprio che il pescarese sia stato la persona che potesse far vacillare le poltrone romane. Accanto al giovane e ambizioso Mussolini si muovono altre celebri figure. Dalla veneziana Margherita Sarfatti, mentore e storica amante del futuro duce, al socialista Giacomo Matteotti. Proprio il segretario del partito socialista fu uno dei pochi a comprendere il rischio che l’Italia e il suo sonnambulo popolo stavano per intraprendere abbracciando il fascismo. In questo primo atto della trilogia, che si conclude con il famoso discorso del 3 gennaio 1925 in cui Mussolini di fatto inaugurò la dittatura, l’immaginazione viene, come indicato dallo stesso Scurati, «dal di fuori, dalla base documentale, non dal di dentro dell’interiorità dell’autore

La formula dei capitoli brevi con piccoli frammenti di documenti dell’epoca ne favoriscono la lettura. Un romanzo storico privo di giudizi, ma che richiama inevitabilmente problematiche dell’attualità. Attendo fremente che Antonio Scurati pubblichi gli altri libri.

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