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Mariasilvia Spolato: la prima donna in Italia a fare coming out

Oggi, 11 Ottobre è il Coming Out Day.


Nel mondo LGBTQI+ l’espressione coming out, secondo Wikipedia, è usata per indicare la decisione di dichiarare apertamente il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere.

Questa espressione deriva dalla frase inglese coming out of the closet (“uscire dal ripostiglio” o “uscire dal nascondiglio”, ma letteralmente “uscire dall’armadio a muro”), cioè “uscire allo scoperto”. In italiano la traduzione letterale sarebbe “uscir fuori”, ma questa forma non ha prevalso su quella inglese, a differenza di quanto accaduto con lo spagnolo salir del armario e il francese sortir du placard. Con questo significato, comunque, è utilizzato in italiano il verbo “dichiararsi” o l’espressione “uscire allo scoperto”.

Non è sempre facile “uscire allo scoperto”, capita molto spesso che le famiglie (e non solo!) non approvino l’orientamento sessuale del* figl* creando situazione anche molto spiacevoli.

Infatti oggi per questa giornata così importante voglio raccontarvi della prima donna ad essersi dichiarata lesbica in Italia, Mariasilvia Spolato, il cui coming out ebbe effetti molto negativi sulla sua vita. Le sue dichiarazioni la portarono infatti al licenziamento e, successivamente, nel vivere in strada.

Mariasilvia Spolato: la sua storia

Insegnante di matematica, laureata con 110 e lode, padovana ma politicamente attiva a Roma, era tra le fondatrici del movimento per i diritti delle persone omosessuali.

Nel 1971 aveva fondato il FLO (Fronte di liberazione omosessuale) e in seguito militò nel Fuori, Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano, il primo movimento omosessuale italiano, nella quale collaborò anche con la loro rivista, scrivendo un articolo “Lesbiche uniamoci!” che divenne un vero e proprio manifesto politico.

Fu autrice di diversi libri, sia di matematica, sia sui diritti LGBT, sia sulla liberazione sessuale femminista. Tra i suoi saggi più famosi c’è “I movimenti omosessuali di liberazione“, scritto con l’aiuto di Massimo Consoli, anch’egli attivista, che all’epoca viveva in Olanda.

Sua è anche la “prima poesia lesbica del neofemminismo italiano“, che coniugava il movimento femminista con il movimento dei diritti per gli omosessuali, due mondi che all’epoca non ancora si intersecavano del tutto.

Infatti alla Spolato va riconosciuto proprio questo: nello scenario italiano, fu una delle prime a comprendere la doppia oppressione delle lesbiche, intersecando, esattamente come vuole il femminismo intersezionale della quarta ondata, la duplice discriminazione in quanto donna e omosessuale.

La si vedeva infatti spingere le compagne lesbiche, che frequentavano i movimenti per i diritti LGBT anche verso i gruppi femministi, proprio perché non del tutto libere di esprimersi a causa della predominanza maschile nello scenario dell’attivismo nazionale.

Nonostante questa sua “intuizione” delle oppressioni che si intersecano in individui che fanno parte di una o più categorie vulnerabili, che è la base del femminismo moderno e inclusivo, la sua posizione sul femminismo era radicale e separatista, ma era comprensibile, all’epoca. Negli anni 70 c’era un estremo bisogno nel trovare uno spazio di sole donne, “protetto” dal predominio maschile, ancor di più se colpite dalla discriminazione riguardante il loro orientamento sessuale.


Con Fuori organizzò quello che viene considerato la Stonewall italiana: riuscì a bloccare anticipatamente il convegno di sessuologia nazionale che aveva in programma la “cura” all’omosessualità. La manifestazione di lesbiche e gay davanti ai locali del congresso, che si tenne a Sanremo, ci fu il 5 aprile 1975.

E la Spolato era lì insieme a militanti arrivat* dall’Italia, dall’Inghilterra, dal Belgio, dalla Francia. Vinsero quella battaglia.

Un coming out che pagò caro

Firmò il suo lesbismo con nome e cognome, la Spolato, e questo lo pagò caro. L’8 Marzo del 1972 era in piazza Navona con un cartello con su scritto “dannatamente sola” e “liberazione omosessuale”. Un fotografo del giornale “Panorama” la immortalò mentre protestava e le foto vennero pubblicate nella rivista. Ciò le comportò non pochi problemi: fu subito licenziata nella scuola in cui insegnava matematica, una vera e azione discriminatoria nei confronti del suo orientamento sessuale e non riprese mai più l’insegnamento.

Da li il tracollo: la si vedeva alle assemblee con un borsone, al cui interno tutto ciò che aveva, vestiti, libri, fogli e appunti, tipico di chi viveva in strada, sui treni o dove capitava.

Tra i suoi vari pellegrinaggi arrivò a Bolzano, dove visse per anni come una barbona elemosinando qualche sigaretta e continuando a leggere e a scrivere raccattando dove poteva libri e giornali. Dalla fine degli anni Novanta transitò per ospedali, strutture per donne in difficoltà. Non stava bene, a volte la mente la tradiva, altre invece ricordava e raccontava frammenti della sua vita, accudita dagli operatori.

Poi, il nulla.

E’ morta il 31 ottobre 2018, a ottantadue anni, a Bolzano, nella casa di riposo dove era stata accolta quasi vent’anni fa.

Concludo con le riflessioni di Elena Biagini, scrittrice e attivista, circa la vita di Spolato: “La consapevolezza di averla collettivamente dimenticata potrebbe aiutarci a rimettere al centro da una parte la memoria, dall’altra la relazione e la cura e solidarietà reciproche necessarie alle politiche di movimento: andare e tornare tutt* insieme. Ma ricordare Mariasilvia oggi, nell’epoca della consacrazione della normalizzazione, è anche una spinta a rimettere in discussione la marginalizzazione e la cancellazione di tutte le espressioni di radicalità dei nostri movimenti senza le quali, come la storia di Mariasilvia Spolato dimostra, il cambiamento non avrebbe avuto luogo e probabilmente non avrà luogo in futuro.

Benedetta La Penna
Scritto da

Attivista Politica, Femminista Intersezionale, Ally, Ecologista. Speaker e Autrice su Radio Città Pescara - Popolare Network.

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