gay rights morocco

Youssef, Lachgar, Chafiq, Said, Violet e Samira. Sono i nomi fittizi di alcuni ragazzi marocchini intervistati da El Pais, quotidiano spagnolo, che hanno raccontato di quanto la piaga dell’omofobia nel loro paese non sia solamente una questione legislativa, ma anche sociale.

A 20 km dalla Spagna, al di là dello Stretto di Gibilterra, si estende il Marocco, con i suoi colori e le sue contraddizioni. Terra a maggioranza religiosa musulmana che ospita un’exclave spagola, Melilla, porto franco per decine e decine di ragazzi che ogni anno chiedono asilo e protezione internazionale perché perseguitati per il proprio orientamento sessuale.

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Picture REUTERS/Kham

Youssef, “o ci sposiamo o scappiamo”

Nel lungo articolo di El Pais conosciamo la storia di Youssef, 25 anni, di Marrakesh. Una città cosmopolita dove i gay stranieri passeggiano liberamente per strada, ma gli omosessuali autoctoni, così come nel resto del paese, rischiano la prigione.

Il codice penale marocchino, all’art. 489, riserva dai 6 mesi ai 3 anni di reclusione per chi porta avanti una condotta sessualmente illecita, e 1000 dirham di multa (corrispondenti a circa 100 euro). L’interpretazione delle circostanze è affidata al giudice, che può decidere arbitrariamente della libertà o meno dei cittadini omosessuali (denunciati o colti in fragranza di reato) senza tuttavia poter concedere attenuanti a seconda dei fatti esposti. E la legge è applicata con molta severità. Sono circa 200 gli arresti per omosessualità che si registrano ogni anno (197 solo nel 2017, con oltre 130 casi ancora aperti).

Youssef preferisce incontrare tramite app: Tinder, Grindr, Growlr. È meno pericoloso di qualche sguardo lanciato per strada. Nessuno ha mai sospettato di lui fino ad ora, né si è mai mostrato in giro con un altro uomo – se così fosse – spiega a El Pais – sarebbe già in carcere e la sua famiglia cercherebbe di curarlo con metodi poco convenzionali.

Tra poco Youssef dovrà rendere conto di essere in età da matrimonio e non avere una donna al suo fianco: potrà fingere di essere eterosessuale e sposarsi, per portare avanti un matrimonio di copertura con tutte le difficoltà che questo comporta, ipotecando l’infelicità a vita, oppure decidere di scappare e vivere in un altro paese. Nessuna delle due opzioni, tuttavia, sembra convincerlo.

Lachgar, attivista marocchina

È una delle cofondatrici del MALI, movimento alternativo libertà degli individui. Lachgar sottolinea come in Marocco vi siano limitatissime preferenze sessuali e libertà di identità di genere, nonostante questi siano ormai diritti umani conclamati. In Marocco l’omosessualità è un forte tabù. All’illegalità si associa una forte intolleranza della società, e una pessima reputazione secondo l’opinione pubblica. Questa, alle volte, è anche più crudele della legge, perché alla vergogna si aggiunge la colpa, il disprezzo, la non accettazione da parte della propria famiglia.

Nessuna apertura pare arrivare dalle autorità, che vanificano tutti gli sforzi dei collettivi lgbt rispedendo al mittente ogni tentativo di modifica della legge vigente

Chafiq, umiliato dalla polizia

Ed ha subito una vera e propria vessazione mediatica Chafiq, che si definisce “una donna intrappolata nel corpo di un uomo“, ma che aveva sempre cercato di tarpare il suo lato femminile. Una carriera rispettabile la sua: dieci anni nelle forze armate e un buon lavoro nella clinica di un dentista. Un cittadino modello, che ogni tanto si è concesso nel cross-dressing, proprio come nella notte di capodanno.

Per soccorrere un motociclista che era stato coinvolto in un piccolo incidente è stato bloccato dalla polizia perché indossava un abito da donna viola con parrucca e tacchi a spillo. Ammanettato e trascinato in commissariato, è stato ripetutamente oggetto di scherno e derisione da parte degli agenti, che lo hanno filmato per poi condividere tutto su internet. Da quel giorno la sua vita è diventata un incubo, i suoi vicini lo hanno riconosciuto e la sua famiglia è diventata bersaglio di insulti e umiliazioni.

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Chafiq, vestito in abiti femminili arrestato dalla polizia marocchina

Perfino il governo marocchino ha espresso la propria indignazione verso i poliziotti coinvolti (qui la storia di Chafiq per intero).

Oltre 50 richieste di asilo ogni anno

Dal 2009 il governo spagnolo ammette la richiesta di asilo anche verso chi soffre la persecuzione per via del proprio orientamento sessuale, e la vicinanza dell’exclave Melilla fa sì che proprio il Marocco, secondo l’UNHCR delle Nazioni Unite, sia la nazione dalla quale provengono le petizioni lgbt.

La burocrazia, però, pare essere lenta. Possono passare mesi, anni perché una richiesta di asilo al CETI di Melilla (Centro detenzione temporanea per immigrati) sia presa in carico. Lo racconta Said, scappato da casa dopo essere stato sorpreso in atteggiamenti intimi col proprio partner a casa. Suo fratello lo ha picchiato, e insieme a suo padre ha consegnato alla polizia l’amico, che al momento si trova in carcere.

Dimostrare la propria omosessualità non è semplice come dimostrare di essere siriani o palestinesi: per tutti loro la speranza è l’Europa e la protezione internazionale. A Melilla ci sono decine di persone di ogni età in fuga da circostanze come quella di Said, e ogni anno 50 fanno richiesta di asilo alla Spagna, anche se pochissime vengono accolte. Per tutti gli altri, Melilla diventa una piccola gabbia dorata.

Manifestazione a Melilla da parte di detenuti omosessuali

Chi di loro invece ha una grande conquista sono Violet e Samira, due ragazze lesbiche, che nel CETI di Melilla non smettono di tenersi la mano. Si sposeranno, ma al loro matrimonio non ci sarà nessuno. La polizia marocchina non ha risparmiato loro alcuna mortificazione. Lesbiche e puttane. Oggi però sembrano essere il primo raggio di speranza verso un nuovo futuro. Lasceranno il loro paese per sempre. Un paese dove il disprezzo sociale nei confronti degli omosessuali è anche peggio di una legge ingiusta.

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