Conosco Maura Chiulli come autrice da diverso tempo. Ho già letto altre sue opere in passato. Mi è sempre piaciuto il suo stile primaverile nella scrittura: una boccata di aria fresca che ti risveglia dal torpore invernale; una lettura veloce che sposta, sempre, il punto di vista e ti fa sentire una persona migliore.

Da poco in libreria è possibile trovare la sua ultima opera: “Nel nostro fuoco” edito da Hacca. Questo sabato abbiamo avuto l’onore di intervistarla.

Maura Chiulli sarà inoltre una degli Ospiti nel SALOTTO LETTERARIO, evento di “Famiglia (IN)visibile” organizzato dalla nostra testata e molte altre associazioni a Pescara il 2 Marzo 2019.

Ringraziamo, inoltre, l’autrice per averci concesso l’utilizzo delle splendide foto realizzate dal fotografo Davide Carson.

LA TRAMA

Tommaso ha un’idea precisa della vita: si sveglia sempre alla stessa ora, compie gesti ordinati, puliti. Ha, nelle mani, la misura degli spazi e del tempo. Disprezza il caos, o meglio lo teme, come tutto ciò che non può controllare. Poi l’incontro, improvviso, con una donna drago, che di notte si esibisce per strada sputando fuoco dalla bocca, e di giorno custodisce le sue paure. Serviranno, a quest’uomo che sembra diretto da una voce venuta dal passato, un coraggio nuovo e una dolorosa dimenticanza per provare a vivere una storia d’amore che non sembrava più possibile. Un rapporto, quello con Elena, che a poco a poco gli insegnerà una lingua in grado di nominare – per la prima volta – un’emotività delicata e generosa. Ma l’amore, talvolta, chiede un pegno. È così che arriva un inciampo, un guasto. Una figlia, Nina, che tradisce ogni loro aspettativa, che non cresce come gli altri bambini, che non parla, che pare assemblata coi pezzi peggiori del padre e della madre. “Nel nostro fuoco” è la storia di un’incapacità ad accudire, di una paternità difettosa. Di un alfabeto emotivo da costruire attraverso i segni nascosti nelle pieghe di gesti ripetuti e sguardi incantati. Ma è anche la storia di una salvezza, dell’amore che ci mette al riparo.

L’INTERVISTA

Ho divorato il tuo libro in pochissimi giorni. La storia di Nina, Tommaso ed Elena è di una attualità pazzesca e la violenza emozionale che generano le parole del romanzo sono lame nell’anima dei lettori. Come mai hai deciso di raccontare questa storia?

Le storie arrivano. A me accade questo. Mi interrogo molto, ho sempre domande che mi stanno a cuore, la mia esistenza è una ricerca. “Nel nostro fuoco” è arrivato mentre mi chiedevo una serie di cose: quanto gli adulti che diventiamo, sono determinati dai bambini che siamo stati, le parole hanno bisogno della voce per dire, esiste la possibilità di sfiorarci, tra umani, di raccontarci senza dire con le parole pronunciate, urlate? Durante la scrittura, lessi una frase di Mariangela Gualtieri che ancora mi risuona tra le tempie: “è così d’amore la sostanza di cui siamo fatti, che se non siamo amati diventiamo deformi”.

Tommaso è un personaggio sui generis, a tratti vigliacco e grigio: hai volutamente scardinato lo stereotipo del capo famiglia… a tuo avviso come sono le famiglie italiane ora, nel 2019?

Tommaso è un uomo solo, che ha scelto questa condizione di isolamento per ripararsi dai colpi dell’esistenza. Si ritrova adulto, padre, marito, senza mai essere stato un bambino, senza mai aver ricevuto la carezza, quella che da bambino ti fa sentire invincibile, perché amato. Tommaso ci fa arrabbiare perché si arrende, si sottrae, scappa non per disobbedire, ma per dare retta ai suoi mostri, alle voci perseguitanti della paura e del non amore. Ho raccontato una storia senza l’intenzione di scardinare, ma solo con la voglia di sciogliere nodi, ricostruire percorsi e generare nuove luminosissime speranze. Il tempo presente non mi piace, sono giorni dell’esclusione, della rabbia, dell’odio, della ricerca ossessionata di nemici. In questo tempo cattivo, si torna a parlare di una famiglia e già questo mi basta per essere infelice. Le famiglie esistono laddove esiste uno spazio di amore, di condivisione, di rispetto e di grande umanità.

Nel descrivere Tommaso lo descrivi emotivamente con “che per far star bene gli altri, si doveva obbedire, stare calmi, fare meno baccano possibile”  quanto credi utile avere una “educazione emozionale”?

Tommaso cresce in un sistema di regole imbrigliante, in cui il “dover essere” prevale e schiaccia. Una legge, una voce, un percorso, un’identità: tutto scritto, tutto, soltanto, da rispettare, replicare, percorrere, essere. Cosi, questo bambino mai stato, si ritrova a essere un adulto senza nome, senza storia, che rifugge i desideri come la peste. Fino a quando incontrerà Elena e poi Nina. Il fuoco e il silenzio gli racconteranno nuovi universi possibili, gli offriranno un antidoto alla paura, gli mostreranno uno spazio bianchissimo in cui vivere e riconoscersi. Ma Tommaso dovrà ricominciare da capo, riscrivere completamente se stesso. Se avesse avuto un’educazione ai sentimenti e, soprattutto, se qualcuno gli avesse riconosciuto un poco di valore e di libertà, di certo la sua vita sarebbe stata meno legata al dolore.

Elena invece è il prototipo, per dirla alla Carmen Consoli, di donna con la D maiuscola: una femmina emancipata, solare e forte. Da donna, come è il mondo femminile in questo momento?

Il mondo è meraviglioso e la sua spettacolarità più grande risiede, a mio avviso, nella possibilità di condividerlo amando. Tuttavia, come dicevo, il mondo in questo momento storico è assediato da sentimenti brutali. In nome della propaganda, in questo mondo, qualcuno rimette in discussione anche leggi e conquiste preziosissime. Il mondo femminile è ricchissimo, forte, pieno di luce e sono orgogliosa di farne parte. Uno dei momenti migliori di questo tempo è stato l’abbraccio con tante donne a Pescara, nella Libreria Feltrinelli, quando ci siamo incontrate per dire no al Ddl Pillon (violento, spaventoso e retrivo).

Nina è una “sciarada vivente”, una bimba affetta d’autismo. Pare quasi il prodotto della dicotomia di una coppia così anomala. Quanto credi sia necessaria la comunicazione familiare

Nina non parla, ma esiste, c’è, è vita, è futuro che incalza. Tommaso ha bisogno di tempo per imparare la lingua del silenzio. Elena, così diversa, così libera, sa capovolgere la storia, azzerare le aspettative, ricominciando solo dall’amore. La comunicazione è fondamentale e credo che quando impariamo che non esiste solo un mezzo, solo un codice, solo un canale di comunicazione, la vita si apre come uno scrigno.

Ma ora parlaci un po’ di te: come è cresciuta Maura Chiulli da” Maledetti froci e Maledette Lesbiche”?

Devo tanto a quegli anni. Maledetti froci e maledette lesbiche è un saggio, una fotografia che mette a fuoco la violenza, l’omofobia proprio a partire dai racconti delle persone che hanno subito, sulla propria pelle e in ragione solo del loro essere, ingiustificate vessazioni. In questo momento torna un libro attualissimo. La recrudescenza di atti di omofobia, di razzismo, di violenza estrema spero ci riporti uniti, vicinissimi, a fare scudo. Non possiamo permettere tutto quello che accade. Non più. Sono cresciuta senza perdere un grammo di quel coraggio che ho imparato vivendo. La libertà senza responsabilità, senza scelta, non è niente e io in quegli anni ho imparato da che parte della storia voglio stare.

Sei una artista poliedrica, qual è la forma espressiva che preferisci?

Scrittura e fuoco nascono dalla stessa urgenza emotiva. Devo raccontare le storie che arrivano e posso farlo scrivendo o, per strada, usando il mio corpo.

L’unica differenza è che quando scrivo non devo stare attenta a salvarmi la vita.

Raccontaci la tua Pescara città di D’Annunzio e Flaiano. Cosa ti ha dato questa città?

A Pescara mi sono ritrovata. Ho riscoperto la carezza, la vicinanza. Sono figlia unica e mi porto sempre appresso questo senso di solitudine paralizzante. Rimini è stato il mio primo amore, quello che non si dimentica nemmeno in vecchiaia, a vita fatta. Ma a Pescara sono riuscita ad abitare il mio vuoto, a sentirmi meno sola, dopo aver ritrovato la bambina che avevo dimenticato di essere stata.

Sul piano culturale, poi, a Pescara c’è (ancora, per ora) un grande fervore: tante voci, una bella scuola di scrittura, tanti artisti, tanti momenti di condivisione. Pescara è un fiore bellissimo adesso.

LA RECENSIONE

Questo libro impreziosisce le biblioteche personali di ogni lettore. Una boccata d’aria fresca capace di scardinare gli stereotipi italiani. Tommaso, un uomo grigio alla Mario Monti, assieme a la Mangiafuoco Elena: un connubio singolare ed emotivamente trascinante. Questa dicotomia crea diverse riflessioni e diversi quesiti in merito: esiste un lato istintivo nel nostro essere che, qualunque cosa accada, ci spinge verso l’Amore? L’Amore non conviene: non è un prodotto in saldo ma è l’humus per una esistenza piena. Questo è un romanzo singolare, un intreccio di vite che si arriccia come le volute di una fiamma ardente: il Fuoco c’è e si legge!

Poi Chiulli trova un espediente potentissimo per il suo romanzo (è forse questo “Il Fuoco”?) Nina.

Nina è una bimba che soffre della sindrome dello spettro autistico. È l’elemento di rottura allo strano equilibrio dei protagonisti. È lo schiaffo che riserva la realtà al grigio Tommaso. La crudezza di questo muto rapporto genitore- figlio apre i confini di qualunque sensibilità.

Chiulli ha uno stile nuovo. Lettura godibilissima e veloce. L’impianto intero del romanzo fa immaginare piacevolmente la storia nel cervello. Credo fortemente che questo libro debba essere letto da chi in questo momento è genitore di figli piccoli ed è assolutamente lettura imprescindibile per “addetti ai lavori”: insegnanti, psicopedagogisti, Dirigenti scolastici ed eventualmente da giudici ed avvocati.

Questa storia vale la pena di essere letta, anzi, citando Ende, vale la pena di essere vissuta assieme ai protagonisti leggendola!

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