Kandro Secondo non è il classico artista emergente. Dietro un nome che evoca sonorità internazionali si nasconde una fucina creativa che opera in completa autonomia, dalla composizione alla produzione, e che vanta un repertorio sbalorditivo di oltre 2000 brani. Con un approccio che spazia tra l’inglese, il francese e, più recentemente, l’italiano con il singolo Itaca, Kandro Secondo sta ridefinendo il concetto di artista DIY (Do It Yourself). Abbiamo avuto l’opportunità di incontrarlo per farci raccontare il suo percorso, la sua filosofia creativa e per scoprire i segreti che si nascondono dietro una produttività così sorprendente. Preparatevi a entrare nel mondo di un musicista che non ha paura di fare tutto da solo.
Sappiamo che la tua passione si è sviluppata molto precocemente, con la formazione di una prima band addirittura a 14 anni. Ma riavvolgendo il nastro, quando hai iniziato, in assoluto, a “strimpellare” o a cantare per la prima volta? Qual è il tuo primissimo ricordo legato alla musica?
L’amore per la musica è un mistero. Da ragazzo ero molto portato per lo sport: arrivai fino alle giovanili del Parma Calcio, proprio negli anni d’oro di quel vivaio straordinario. Quando al mio quattordicesimo compleanno arrivò a casa la prima chitarra pensai: “In tre mesi diventerò un fenomeno”. Invece scoprii presto che, nonostante fossi bravo negli sport, sul manico di una chitarra ero un vero disastro. Fu proprio l’arrivo della chitarra a cambiare il corso della mia vita: decisi di dedicarmi completamente alla musica, tra il grande disappunto degli adulti che vivevano attorno al mondo del calcio. Tuttavia, ebbi sempre il pieno sostegno della mia famiglia, che comprese quanto quella passione fosse sincera. Iniziai a formare con gli amici le mie prime rock band e, insieme a loro, a scrivere le prime canzoni originali. Da lì capii che la scrittura musicale sarebbe diventata parte integrante della mia vita. Sentivo che solo uscendo dalla mia comfort zone sarei riuscito a crescere come persona e forse anche come artista. Volevo essere una rock star. A ripensarci ora, scegliere la musica fu davvero una grande scommessa.

Qual è stato il tuo primo concerto da spettatore, quello che ti ha lasciato un segno indelebile? E parlando di influenze, qual era il poster che avevi in camera quando eri ragazzo e a quali band o cantanti ti ispiri maggiormente oggi?
Il concerto che non dimenticherò mai è stato quello degli U2 a Reggio Emilia, durante il PopMart Tour del 1997. Eravamo circa 150 mila persone e ricordo che pensai: “Accipicchia, Bono mi sta guardando! Sta cantando proprio per me”. Mi sentivo impietrito, come se fosse lì solo per conoscermi e cantare davanti a me. È quel tipo di magia che ho sempre cercato di portare nella mia musica: far sentire chi ascolta parte di un’emozione più grande, ma anche profondamente personale. Da allora ho sempre inseguito quella stessa intensità, quella capacità di comunicare emozioni universali. Oggi mi ispirano artisti che hanno saputo unire introspezione e potenza emotiva, da Prince ai Radiohead, dagli Oasis a Sting ed Ed Sheeran.
Si dice che tu abbia scritto oltre 2000 brani. Un numero incredibile! Tornando indietro, quale è stato il primissimobrano che hai composto e che storia c’è dietro?
Nei primi anni scrivevo solo la musica insieme agli altri membri delle band. Poi, a 16 anni, decisi che era il momento di mettermi alla prova da solo. Scrissi una canzone che si chiamava “20 Days”, un brano complesso per un ragazzo della mia età, pieno di accordi e con un crescendo vocale non lineare. Parlava di una delusione amorosa per una ragazza del mio paese che mi aveva spezzato il cuore. Quella canzone mi fece capire che potevo occuparmi di tutto — musica e testo — e che la mia crescita come autore passava anche dal coraggio di mostrarmi vulnerabile. Presto potrete ascoltare la versione 2026 di questo mio primordiale brano.

Ci racconti spesso di fare tutto da solo, dall’ideazione alla produzione. C’è comunque qualcuno che collabora con te o ti aiuta a livello pratico o creativo? O credi che l’Intelligenza Artificiale, come si dice, sia il tuo unico vero supporto in questo processo?
In realtà non sono del tutto solo: ho un fratello incredibile, un vero talento in tutto quello che fa. Anche se nella vita abbiamo visioni diverse, la musica ci ha sempre uniti. È stato lui a insegnarmi i primi passi della scrittura e della produzione con il computer. Mia madre, durante la sua malattia, mi diceva spesso: “Quando parlate di musica siete due fratelli molto uniti, fatti aiutare da tuo fratello.” Oggi mi rendo conto che aveva ragione: le madri vedono lontano. Quanto all’intelligenza artificiale, per me è uno strumento di libertà: non sostituisce la creatività umana, ma la amplifica. Se usata bene, permette di esprimersi in modi nuovi, senza limiti tecnici. Ho iniziato pubblicando sulle sociali canzoni cantate da me con la chitarra, fino ad arrivare oggi a brani in cui modifico la mia voce fino a renderla irriconoscibile o utilizzo voci sintetiche quando servono a portare il pezzo al suo apice. La tecnologia mi consente di avere il controllo totale sul progetto, cosa che spesso altri artisti o DJ non possono permettersi, dovendo affidarsi a team composti da più autori, musicisti e cantanti.
Qual è il luogo ideale dove componi e che tipo di atmosfera, ambiente o anche rituale, ti è indispensabile per trovare l’ispirazione e portare a termine i tuoi brani?
Ho vissuto a Parma, Milano, Parigi e ora Roma. Ogni città ha lasciato una traccia nel mio modo di scrivere. Oggi passo gran parte della giornata chiuso in un piccolo appartamento in centro a Roma, dove lavoro anche dodici ore al giorno. Ogni due settimane pubblico un nuovo brano con il relativo videoclip, perché credo che per essere notato serva un mix di qualità e quantità. Non ho veri rituali d’ispirazione: spesso tutto nasce da un ricordo o da un frammento del passato che riaffiora. Ogni canzone deve avere un’anima, qualcosa che possa toccare chi ascolta e magari guarire piccole ferite interiori. Per questo motivo, oltre alla musica, curo anche la realizzazione dei video che accompagnano ogni uscita: voglio che ogni brano sia un’esperienza completa, attrattiva e coinvolgente. A volte, però, sono i fatti di attualità a risvegliare dentro di me il desiderio di scrivere. Alcune tragedie recenti — come quella di Luca, il ragazzo biondo bullizzato perché portava un caschetto “alla Nino D’Angelo” — mi hanno profondamente segnato. Conosco bene la rabbia e la tristezza che può avere nel cuore un bambino, perché anche io da piccolo subivo discriminazioni: venivo deriso da alcuni professori e spesso mi sentivo impotente quando vedevo mia madre, di origine spagnola, umiliata per la sua nazionalità. Nessun bambino dovrebbe affrontare simili dispiaceri in silenzio, senza l’aiuto di nessuno. È così che è nata la canzone “I’ve Never Looked Up”: da un bisogno personale ma universale di dare voce a chi si sente fragile, invisibile e solo, pur continuando a donare amore agli altri. Il videoclip mostra storie reali di persone discriminate o ferite dal giudizio altrui, diventando un messaggio di speranza e consapevolezza. Credo che brani come questo possano aiutare a capire quanto contraddittorio sia il mondo in cui viviamo: pieno di connessioni, ma spesso povero di empatia.
Con un repertorio così vasto, come fai a decidere quando un brano è definitivamente concluso? Qual è quel segnale o quella sensazione che ti fa dire: “Ok, questa è la versione finale”?
Una mia canzone può cambiare decine di volte. Riscrivo, modifico accordi e tonalità finché non sento quella vibrazione giusta: il momento in cui testo e musica sembrano respirare insieme. Capisco che è finita quando la ascolto e non mi viene più voglia di aggiungere o togliere nulla: solo di emozionarmi. In questi mesi ho pubblicato sia brani nati poche settimane prima, sia canzoni scritte venticinque anni fa che finalmente ho sentito pronte per camminare da sole.

Hai sempre scritto brani in inglese e francese, e ora hai debuttato anche in italiano con la canzone Itaca. Cosa ti ha spinto a scrivere in italiano proprio adesso e che significato ha per te questo brano in particolare?
Per amore della musica angloamericana ho sempre scritto in inglese. “Itaca” è l’unica mia canzone in lingua italiana. Nacque quasi per sfida: durante una discussione, un professore universitario mi invitò a scrivere un “inno per i giovani che non sanno ancora che strada intraprendere nella vita”. Mi sono concesso solo due ore e mi sono buttato a capofitto. Scrissi di getto un viaggio pieno di immagini, di ricerca e di coraggio. “Itaca” voleva essere un pugno nello stomaco, una teatro-canzone che durante l’ascolto non portasse chi sente nel mio viaggio, ma nel proprio. Molti mi hanno scritto dopo averla ascoltata, raccontandomi che si sono ritrovati in quelle parole: è stata una delle risposte più belle e inaspettate che potessi ricevere.
Hai lanciato il progetto Christmas Collection. Per te è solo un lavoro discografico abbinato a un momento commercialmente importante dell’anno (come le uscite estive) o c’è una vera e propria credenza e passione personale per l’atmosfera e il significato del Natale?
Dopo aver perso i miei genitori, il Natale ha assunto un significato molto diverso. Non è più solo una festa, ma un momento di riflessione, di memoria e di rinascita. Da qui è nato il progetto “Christmas Collection”, composto da sette brani che esplorano l’intero spettro delle emozioni natalizie: gioia, malinconia, empatia e speranza. Ho voluto raccontare anche il lato più intimo e umano delle feste. Il medley finale, “Bohemian Christmas”, unisce tutte le tracce in un viaggio di quattordici minuti. È un progetto fuori da ogni logica di mercato, e proprio per questo speciale. Da quando pubblico musica ho sempre seguito solo il mio intuito, senza compromessi. Non pensavo che un progetto così potesse interessare tanto, e invece oggi viene trasmesso da piccole radio di tutto il mondo: Canada, Stati Uniti, Argentina, Venezuela, Messico, Brasile, Spagna, Francia, Germania, Olanda e Italia. Vedere questo entusiasmo internazionale è per me una soddisfazione immensa.
I duetti e i featuring sono molto di moda nel panorama musicale attuale. Se potessi scegliere, con chi ti piacerebbe realizzare un duetto o una collaborazione in futuro, in Italia o all’estero?
Più che pensare a future collaborazioni, oggi sono felice di poter continuare a raccontarmi con il mio viso e la mia voce in ogni progetto musicale. Il mio obiettivo è affermarmi sia come Kandro Secondo, sia come eventuale “featured artist” in brani di artisti più affermati di me. Sogno, per esempio, che una mia canzone come “Lost Train” possa un giorno essere interpretata da artisti come Elton John o Robbie Williams.
Cosa ne pensi del Festival di Sanremo come vetrina per gli artisti? Se avessi la possibilità di cambiare una cosa nel meccanismo o nella formula del Festival, cosa cambieresti?
Sanremo resta una vetrina importantissima, ma credo che sarebbe utile un rinnovamento nel meccanismo di selezione. Da troppi anni si ascoltano canzoni scritte dagli stessi autori, musicisti e cantanti, e il risultato è una certa omologazione sonora. Mi piacerebbe vedere più spazio per gli autori indipendenti, per chi ha qualcosa di vero da dire e non solo un nome “ereditato”. Sanremo potrebbe tornare a essere davvero un luogo di scoperta, non solo di conferma.


Il percorso di Kandro Secondo è una testimonianza potente di come la passione, l’indipendenza e la sperimentazione linguistica possano tracciare una strada unica nel panorama musicale odierno. Ascoltando le sue parole, si percepisce chiaramente l’equilibrio tra la disciplina del songwriter che ha già composto migliaia di brani e la curiosità del produttore che sfrutta ogni strumento, compresa l’Intelligenza Artificiale, per dare forma alla sua visione. Dagli esordi precocissimi al debutto in italiano con Itaca, Kandro Secondo ha dimostrato di essere un artista in costante evoluzione. Non ci resta che attendere le prossime tappe di questo viaggio musicale, certi che il suo catalogo, già ricchissimo, abbia ancora molte sorprese in serbo per noi.




