olocausto omosessuale

Tra gli internati nei campi di sterminio c’erano anche loro. Si aggiravano come spettri, col loro triangolo rosa cucito sulle divise tre centimetri più grandi degli altri, affinché potessero essere riconosciuti da lontano ed evitati. Gli omosessuali.

Della loro persecuzione ad opera dei nazisti si è discusso sempre poco e in maniera approssimativa, e nei decenni successivi alla fine della seconda guerra mondiale la vergogna perpetrata ai loro danni è stata solo meno crudele ma altrettanto irragionevole.

Omocausto
Il triangolo rosa col quale venivano marchiati gli omosessuali nei campi di concentramento.

A raccontare la follia impunita verso gli omosessuali durante in nazismo è stato Massimo Consoli, scrittore, giornalista e saggista italiano, in un libro chiamato “Homocaust” (1991). Oggi il concetto stesso di “omocausto” (olocausto omosessuale) fa crollare l’ultimo tabù attorno all’atroce persecuzione del Reich nazista verso i “traditori di genere“, vittime di una barbarie tra le più raccapriccianti compiute in quegli anni. Basti pensare che il tasso di mortalità degli omosessuali internati raggiunse il 60%, e stando ai dati più recenti risulta essere il secondo per categorie, subito dopo gli ebrei.

Tuttavia, ipotizzare una stima è pressoché impossibile. Tra il 1933 e il 1945 si contano circa 100.000 arresti per il reato di omosessualità nel Reich. Di questi circa 15.000 furono inviati nei campi di concentramento mentre il resto scontò le condanne in carcere. Solo il 40% dei deportati riuscì, di fatto, a sopravvivere. Ma i numeri sono difficili da rendicontare perché gli archivi di molti lager furono distrutti prima di poterne entrare in possesso e molti tedeschi omosessuali furono incriminati e deportati come oppositori politici, o ebrei.

omosessuali campi di concentramento

Il paragrafo 175

Entrato in vigore nel 1871 per criminalizzare i rapporti contro natura, parificando la bestialità all’omosessualità, prevedeva la reclusione e il decadimento dei diritti civili per i colpevoli.

Fu inasprito nel 1935 dai nazisti, sia per la portata delle pene detentive (passate dai 5 ai 10 anni), sia per la tipologia degli azioni punibili: persino abbracci tra uomini, baci e fantasie omosessuali potevano essere considerati atti perseguibili.

Per cercare di capire le ragioni di un accanimento così feroce, possiamo riportare qui le parole di Heinrich Himmler, il “numero due” del Reich nazista, che dicharò: “Tra gli omosessuali ci sono alcuni che adottano il punto di vista seguente:Ciò che io faccio non riguarda nessuno, si tratta della mia vita privata”. Ma non si tratta della loro vita privata. Per un popolo il dominio della sessualità può essere una questione di vita o di morte. Un popolo che ha molti bambini può aspirare all’egemonia mondiale, alla dominazione del mondo“. Compiere sesso tra uomini, quindi, equivaleva ad essere sabotatori della razza ariana e traditori della Patria.

C’è da dire inoltre che Berlino, città all’avanguardia dal punto di vista dell’attivismo, già nei decenni precedenti all’avanzata del nazismo aveva visto aderire ad un embrionale Movimento Omosessuale circa 50 mila persone, anche grazie alla strada tracciata da Magnus Hirschfeld, medico omosessuale che nel 1897 fondò proprio a Berlino il Wissenschaftlich, un Comitato Scientifico Umanitario che aveva come scopo l’abrogazione del paragrafo 175.

Gli omosessuali nei campi di concentramento

I “triangoli rosa” godevano di una particolare attenzione da parte dei nazisti, che riservavano loro le violenze più indicibili e le mansioni più dure, a scopi terapeutici. I più forti lavoravano nelle cave di argilla e nelle fabbriche di mattonelle, sotto ogni tipo di condizione atmosferica, mentre i più deboli, considerati inutili, venivano spediti nelle camere a gas. Secondo le testimonianze di alcuni ex deportati, per le SS rappresentava una nota di merito sbarazzarsi di loro, perché considerati razza infame.

Vivevano inoltre in blocchi isolati, perché discriminati anche dagli altri prigionieri che avevano il timore di essere confusi con loro. Erano gli ultimi tra gli emarginati.

Furono operati anche alcuni tentativi di riconversione della sessualità da parte di un folle medico danese, Carl Vaernet, che testò l’impianto di una ghiandola sessuale artificiale in diverse cavie. L’esperimento portò alla morte della quasi totalità dei soggetti coinvolti.

omocausto

Le lesbiche nei campi di concentramento

Non si hanno notizie certe sulle lesbiche e sulla loro deportazione: pochissimi risultano essere i casi certi documentati. Pare che nei campi di concentramento fossero marchiate con il triangolo nero, quello degli “asociali“, ma il trattamento loro riservato, per diverse ragioni, fu meno feroce di quello degli uomini. Anzitutto perché l’omosessualità femminile non era annoverata tra i crimini elencati dal paragrafo 175, e poi perché le donne, pur coinvolte in attività omosessuali, potevano comunque svolgere la loro funzione come agenti procreativi, diversamente dagli uomini. Ciò non tolse che alcune donne, in particolare quelle più mascoline, furono sorvegliate dalla polizia e perseguitate per essere indotte a redimersi. Alcune di loro cambiarono città, altre ricorsero a matrimoni riparatori (anche con omosessuali). Le più sfortunate furono internate in ospedali psichiatrici e per alcune di loro si aprirono i cancelli dei campi di concentramento. Chi scampava ai lavori forzati veniva destinata ai bordelli dei lager.

Ad oggi, quello delle lesbiche rappresenta comunque una carneficina invisibile del tutto ignorata dalla memoria collettiva.

Dopo il Nazismo

Una volta che il mondo scoprì gli orrori e la follia dei campi di concentramento, molti degli omosessuali deportati tacquero sulla loro condizione. Infatti, essi erano comunque portatori di un vizio punibile con la reclusione e pertanto, lasciandosi alle spalle i lager, la gran parte di loro finì di scontare la condanna in prigione. Il paragrafo 175 fu alleggerito nel 1969 ed ufficialmente abrogato solo nel 1994.

Nessuno degli omosessuali deportati fu mai risarcito, e perfino i libri di storia hanno ignorato per decenni le urla silenziose dei triangoli rosa. Si è dovuti arrivare al 2000 per attendere che il governo tedesco chiedesse scusa alla comunità gay per quanto patito a causa del Paragrafo 175.

gay holocaust