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Pedro Almodovar: gli esordi del Leone d’oro di Spagna

Una moto puoi sempre arrivare a conoscerla a fondo. Un uomo mai e poi mai.”

Pepa in Donne sull’orlo di una crisi di nervi

Trentuno anni dopo la presentazione di Donne sull’orlo di una crisi di nervi, che lo consacrò per la prima volta al pubblico internazionale, il grande regista spagnolo Pedro Almodóvar ha ricevuto alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di quest’anno il Leone d’oro alla carriera, un meritatissimo riconoscimento che va a chiudere idealmente un anno eccezionale dopo l’uscita a maggio del suo ultimo capolavoro Dolor Y Gloria.


Nei suoi quarant’anni di carriera ha diretto ventuno film, diventando ben presto in patria un punto di riferimento in quella Madrid dal sapore underground appena liberata dal peso del Franchismo, grazie a film dissacranti e sperimentali in cui il regista sbeffeggia, anche con “divertente” volgarità il perbenismo della società spagnola atrofizzata per decenni dal dittatore Franco, dando voce proprio a coloro che il regime aveva messo da parte, in particolare le donne, gli omosessuali, i travestiti e le classi popolari della società spagnola.

Pedro Almodovar giovane
Pedro Almodovar da giovane

Benché nel corso degli anni il suo cinema si sia sempre di più evoluto passando dalle commedie più sgangherate dei primi anni Ottanta ai melodrammi degli anni Duemila, Almodòvar è riuscito sempre a preservare quel suo universo unico sospeso tra ironia, risate e commozione, in una cornice che rende immediatamente riconoscibile il suo stile; il design degli oggetti di scena spesso smodatamente kitsch, la dominante rossa delle scenografie e dei costumi, la fotografia calda e dalle tonalità fortemente sature, i suoi temi che attraversano tutti i suoi film come la forza e la fragilità delle donne, il travestitismo, l’omosessualità, la critica alla Chiesa ma soprattutto la rappresentazione del carattere degli spagnoli, sempre sospesa tra edonisti e tossicomani della movida madrilena a quelli custodi di tradizioni antiche ed ancestrali della provincia de La Mancha, area rurale della Spagna in cui il regista è cresciuto.

pedro almodovar carriera

I primi anni: un cinema folle e sperimentale

Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio, primo film di Almodòvar uscito nel 1980, arrivò come una mazzata sulla povera società spagnola ancora in ripresa dal regime. Bello o meno che sia, esso si configura come un vero documento storico di quegli anni. Dotato di una trama contorta e al limite dell’assurdo con l’esordiente Carmen Maura, attrice simbolo del primo Almodóvar, il film presenta una serie di situazioni paradossali in cui la protagonista Pepi, che per mantenersi decide di vendere la propria verginità, viene violentata da un poliziotto. Decisa di vendicarsi entra in contatto con sua moglie Luci, una donna completamente sfiorita e sottomessa ai suoi doveri di moglie, che si scopre lesbica dopo un “incontro” feticista con la rockettara Bom.

Ciò che scandalizzò il pubblico dell’epoca, oltre alle tematiche, furono i toni con cui tutto ciò veniva raccontato. Verrebbe naturale ad uno spettatore trovare uno stupro un’azione ripugnante e invece Almodòvar in un certo senso “appiattisce” la portata drammatica dell’azione suscitando nello spettatore, in maniera molto paradossale, da un lato la piena disapprovazione del gesto e allo stesso tempo la sua ilarità grazie ai dialoghi e alle situazioni messe in scena al limite del pensabile.

Una scena tratta da “Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio”

Sono le basi di quella commedia che lo stesso autore spagnolo definirà in seguito mediterranea, contrapposta a quella british, ovvero una commedia dal sapore sensuale, colorata, provocatoria e caratterizzata dalla centralità della donna – madre, vera detentrice della cultura mediterranea.

Dopo aver diretto Labirinto di passioni nel 1982 e L’indiscreto fascino del peccato nel 1983, chiaro riferimento a Luis Buñuel, realizza nel 1984 Che ho fatto io per meritare questo?, film in cui appaiono in maniera più nitida tutti i temi cari al regista che svilupperà in maniera compiuta nei due decenni successivi, come la donna forte e indipendente seppur in presenza di figure maschili tossiche, la cooperazione tra donne e il tema dell’omosessualità che sarà il tema centrale de La legge del desiderio, film del 1987 in cui il regista mescola commedia e melodramma in una storia incentrata su un triangolo di passione amorosa tra un regista, un attore ed un ragazzo, e gli effetti drammatici, o in questo caso grotteschi, che essa produce.

Il successo mondiale: Donne sull’orlo di una crisi di nervi

Nel 1988, quando Almodovar approdò al festival di Venezia con Donne sull’orlo di una crisi di nervi, era conosciuto come l’enfant terrible del cinema spagnolo per i suoi film, almeno nell’Italia di allora, al limite dell’accettabilità. Spogliato da tutti quegli elementi scandalisti che l’avevano reso celebre in patria, il regista puntò questa volta sulla semplicità narrativa trasformandola in grande cinema, carta che si rivelò vincente regalando al film quasi all’istante lo status di cult.

La storia segue le vicende di Pepa, ancora una volta interpretata da Carmen Maura, una donna con problemi sentimentali, appena lasciata dall’amante Ivan. Ad interfacciarsi con lei nel suo salotto nell’arco della giornata la sua amica Candela tallonata dalla polizia, Carlos, figlio di Ivan deciso ad affittare l’appartamento con la sua fidanzata e Lucia, moglie di Ivan, decisa ad uccidere Pepa in un mix irresistibile di ironia, colori e paradossi.

pedro almodovar esordi
Foto promozionale del film “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”

Il film, vincitore al Festival di Venezia del 1988 di un riconoscimento per la miglior sceneggiatura, grazie ad una giuria preceduta da Sergio Leone, compone non solo un divertente universo femminile fatto di confidenze, piccole bugie, ansie, ma anche una raffigurazione tra la nuova Spagna cresciuta dopo il Franchismo, rappresentata da Carlos e dalla sua fidanzata, legati da un legame puro e sincero e la vecchia Spagna rappresentata da Pepa, Ivan e Lucia che per sopravvivere è costretta a ricorrere a grandi e piccole bugie e ad ansiogeni per alleviare gli umori e i pensieri.

A ben vedere, nonostante i temi trattati siano impegnativi, Almodòvar spalma il suo film di una bizzarra ironia in cui le diverse situazioni, reali ed assurde allo stesso tempo, caricano l’opera di estrosità e passione, una passione che ha sempre il colore rosso, come l’ingannevole Gazpacho bevuto dai protagonisti nel salotto di Pepa e lo stile deliziosamente pop dei loro costumi, come gli iconici orecchini a forma di moka di Candela.

Forte di un successo planetario Donne sull’orlo di una crisi di nervi ottenne numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui la candidatura come Miglior film straniero agli Oscar del 1989, lanciando Almodovar tra i più promettenti autori internazionali.


A più di trent’anni di distanza dalla sua ultima partecipazione alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia la sua creatività, nonostante adombrata negli anni scorsi, sembra non essersi esaurita lasciando presagire ad una nuova fare della sua arte. Dopo un film testamento e per certi versi definitivo come Dolor Y Gloria risulta alquanto difficile prevedere cosa ci riserverà in futuro Pedro Almodòvar, uno dei più grandi autori cinematografici viventi. In anni in cui nessuno provava neppure a parlarne è stato capace di sdoganare in modo del tutto naturale l’amore libero e la famiglia libera. Il potere del cinema gli ha consentito di nutrirsi della pulsante anima della Spagna regalandoci la sua varietà fatta di personaggi strani, sopra le righe, colorati,  meravigliosamente imperfetti ma traboccanti di innata umanità, che siano suore lesbiche e tossicomani, vicine di casa impiccione ma indispensabili all’economia della casa, transessuali materne o molto semplicemente… donne sull’orlo di una crisi di nervi.

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Un misto tra Des Esseintes e Ludwig

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