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Desdemona

Perché in quanto femminista partecipo al movimento Black Lives Matter.

Finalmente è arrivata, una nuovissima ondata antirazzista globale.


E c’è da ringraziare George Floyd, l’afroamericano morto per soffocamento il 25 Maggio scorso da un poliziotto a Minneapolis, Minnesota, il cui video dell’assassinio ha fatto il giro del mondo.

Il movimento Black Lives Matter ha ripreso quindi vita: fondato nel 2013 da un gruppo di afroamericani in America, dove il razzismo ha delle radici più profonde e complesse dovute dallo schiavismo, si vede ora protagonista anche nel nostro paese per combattere l’ennesima forma di discriminazione in base al colore della pelle.

Un risveglio a livello mondiale, che spero porterà a dei risultati concreti, come lo è stato il movimento #metoo che ha portato a galla il fenomeno delle molestie nel mondo dello spettacolo e non solo.


Certo, il lavoro da fare è tantissimo, ma per arrivare a mille bisogna sempre e comunque partire da 0. L’importante è iniziare e continuare con determinazione e costanza.

Personalmente ho partecipato attivamente alle manifestazioni e al movimento, organizzando il sit in a Pescara con un successo davvero inaspettato viste le restrizioni sanitarie dovute dal Covid.

Nonostante l’ottimo risultato, ho riscontrato in realtà due problematiche durante l’organizzazione del flashmob, che secondo me vale la pena condividere qui per stimolare riflessioni ulteriori.

Perché se sei femminista ti stai occupando anche di razzismo?

La mia risposta è molto semplice: se l’uno esclude l’altro allora non è realmente femminismo, o perlomeno, femminismo per come lo intendo io. Più volte ho parlato della pluralità di femminismi all’interno del movimento, e quello attuale è proprio quello intersezionale e inclusivo di cui sento di appartenere completamente.

Per me è davvero impensabile non connettere fra di loro le oppressioni e le discriminazioni. Come si fa a non stare dalla parte degli oppressi quando la tua stessa categoria viene oppressa a sua volta?

Le donne sono state oppresse e tutt’ora lo sono dalla società etero-patriarcale che ci ha rese subordinate e dipendenti all’uomo, e non può non esserci empatia verso chi viene discriminato per un altro fattore, quale potrebbe essere il colore della pelle.

Il femminismo non combatte una persona fisica, ma una cultura intera incentrata sulla gerarchia, dove in alto, e quindi con maggior potere, si trova l’uomo bianco, etero, cisgender, benestante e abile, e in fondo c’è la donna, nera, lesbica, trans, povera e non abile il cui potere è al minimo, in quanto discriminata su più fronti.

Tra la cima e la base di questa piramide sono parecchie le intersezioni delle varie categorie vulnerabili e sono tutte degne di attenzione e sono tutte da aiutare nella lotta. Ed anzi: sfruttare il proprio privilegio è un dovere politico nei loro confronti perché facilità il processo di uguaglianza tra persone.


Combattere il razzismo ha la stessa valenza ed importanza nel combattere il sessismo. Non c’è una categoria più rilevante di un’altra perché è la discriminazione il vero nemico che bisogna combattere. Nessuna lotta è più importante dell’altra. Sono tutte lotte fondamentali e vado seguite all’unisono, con collaborazione, determinazione e costanza.

Solo abbattendo ogni tipo di discriminazione arriveremo al nostro obiettivo: una società che ci renda tutt* alla pari.

Il privilegio bianco nei confronti della lotta antirazzista.

E’ chiaro però che da donna bianca cisgender e benestante io mi senta portavoce di una lotta prevalentemente antisessista, poiché sono una diretta interessata di questa discriminazione.

Ma come bisognerebbe comportarsi di fronte ad una lotta in cui non si è direttamente interessati?

Qua ritorno alla differenza fondamentale tra portavoce ed alleat*, di cui parlai nel mio articolo sul femminismo intersezionale e va ribadito.

Il portavoce è una persona che diventa referente di una comunità, che riferisce il pensiero comune delle persone che lo hanno nominato tale in quanto componente di quel gruppo.

L’alleat* è una persona che, nonostante non faccia parte in maniera diretta di quel gruppo di persone, accoglie la causa e la fa sua, ma è chiaro che non può farne da portavoce non essendo “membro” di quella comunità che subisce discriminazione.

Ed è così che secondo me dovrebbe andare la lotta antirazzista: se non subisci direttamente razzismo è comunque tuo dovere far parte della lotta, perché hai questo privilegio che va sfruttato e messo a servizio, ma al contempo non puoi togliere la voce ai migranti che sono i protagonisti di questa realtà.

L’alleato fa da cassa di risonanza, ma non potrà mai essere un rappresentante.

La tendenza colonizzatrice “bianca” nei confronti dei neri sta iniziando ad assumere varie sfaccettature che bisogna iniziare a rendere note: il bianco che viene erroneamente considerato superiore al nero lo si dimostra non solo attraverso gli atti violenti di razzismo, ma anche quando vediamo un bianco che prende parola al posto del nero perché si sente maggiormente legittimato a farlo, o magari più competente. Ed è qui che bisogna fare un passo ulteriore (o magari un passo indietro!).

Il fenomeno di colonizzazione non è solo per quanto riguarda la “razza”. Ad esempio: quante volte abbiamo storto il naso nel guardare un uomo parlare al posto di una donna sui diritti delle donne e sulla parità?

E qui non si parla di esclusione, ma di riuscire a stare tutt* al posto giusto per combattere efficacemente ogni tipo di discriminazione.

In conclusione: l’inclusione è fondamentale, l’alleanza preziosa.

Ma prima di intraprendere qualsiasi lotta bisogna fare sempre il primissimo step: “shut up and listen”. Stai in silenzio e ascolta chi davvero subisce quelle discriminazioni e capire come si può essere davvero d’aiuto.

Benedetta La Penna
Scritto da

Attivista Politica, Femminista Intersezionale, Ally, Ecologista. Speaker e Autrice su Radio Città Pescara - Popolare Network.

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